Beck ha fatto (ancora) uno splendido album acustico
Il 18 settembre è uscito – a sette anni di distanza dal precedente – il nuovo disco dell’eclettico cantautore, “Ride Lonesome”, che si ricollega al sound del magnifico “Morning Phase” del 2014
Foto di Mikai Karl
Esistono due anime della discografia di Beck David Hansen, per tutti semplicemente Beck. C’è quella eclettica e discretamente sperimentale, rappresentata da album storici come Mellow Gold (1994) o più vicini a noi come Colors (2017) e Hyperspace (2019). E poi c’è quella elegantemente acustica, da cui è scaturito il sound di Mutations (1998), Sea Change (2002) e soprattutto Morning Phase (2014), quest’ultimo vincitore del Grammy Award come Album of the Year. In questo secondo filone si inserisce in pieno il nuovo album di Beck, Ride Lonesome, uscito venerdì 18 settembre per Capitol Records.
Sono passati quindi sette anni dall’uscita del precedente lavoro in studio, il già citato Hyperspace, un album molto più variegato a livello di sound. Qui invece siamo all’opposto: pochissimi suoni sintetici o trucchetti da producer, solo strumenti acustici e la nuda bellezza delle canzoni. Ride Lonesome è prodotto da Beck stesso e mixato da Nigel Godrich. Una vecchia conoscenza: produsse gli album Mutations, Sea Change e The Information. È un nome celebre per il sodalizio con i Radiohead (porta la sua firma il capolavoro OK Computer, per esempio) ma anche per le collaborazioni con giganti come Paul McCartney, Roger Waters e U2.
Godrich non è l’unico. Ride Lonesome deve il suo sound anche al contributo di musicisti con cui Beck aveva realizzato proprio Mutations, Sea Change e Morning Phase (Smokey Hormel, Joey Waronker, Justin Meldal-Johnsen, Roger Joseph Manning Jr. e Jason Falkner), riunitisi nella Room B degli United Studios di Hollywood. Inoltre il tour nordamericano in partenza oggi (22 settembre) prevede scalette con brani tratti da quei tre album. Insomma, è evidente la volontà di ricollegarsi a quella sorta di trilogia.

Il sound e il mood dell’album
Non è un album che insegue le classifiche o la modernità a tutti i costi. Al contrario, è una di quelle opere che assaporano il gusto della lentezza e di una scrittura e una produzione senza tempo. Non ci sono papabili hit, solo dodici belle canzoni.
L’attrazione per le sonorità acustiche è sempre stata presente nella musica di Beck. Basti pensare alla sua più grande hit, Loser, basata su quel celebre riff di chitarra slide. Ma di tanto in tanto il brillante cantautore si diverte a farne l’ispirazione portante di interi album, che così risultano dominati da una straordinaria coerenza di sound, come nel caso di Ride Lonesome.
Nel disco è senz’altro dominante il suono della chitarra acustica, vero fil rouge di tutti i brani in tracklist, ma anche il pianoforte e gli archi sono spesso in primo piano. Solo una parte dei pezzi comprende veri e propri accompagnamenti di batteria. Una scelta che contribuisce a rendere ancora più essenziale un album già di suo improntato al minimalismo.
Sembra un disco di Iron & Wine, che tra l’altro quest’anno ha pubblicato il nuovo album Hen’s Teeth. Al di là dei paragoni, esprime in pieno una delle migliori anime musicali americane, quella folk. Il mood del disco – il suo senso di intimità, ritorno a casa, confronto con se stessi – è ben rappresentato dalla copertina: Beck da solo in una stanza vuota dalle pareti di legno, parzialmente coperto da una tenda mossa dal vento e illuminato da una serafica luce da “golden hour”.

Le canzoni
Volendo semplificare, Ride Lonesome di Beck è essenzialmente un disco sull’amore perduto e sullo sforzo immane di intravedere “l’alba dentro l’imbrunire”, per dirla con Battiato, ossia ritrovare la speranza e quindi, in sostanza, la vita.
La maggior parte dei testi sono molto brevi, ellittici, talvolta persino oscuri (“Hang your head upon the hollow moon”, “Darkness came on by with stories of the sky / To bury all the lies”, “Sowing diamonds in the fallow ground / With your sacrament of ice”). È un album in cui il non detto conta quanto il detto: l’ascoltatore ha molto spazio per riempire i “vuoti” con le proprie suggestioni personali.
Si comincia in bellezza con la title track, un pezzo che dà subito il tono a tutto l’album: lento, meditativo, dimesso, senza grossi funambolismi armonici o melodici ma, al contrario, con soluzioni di songwriting familiari e “classiche” che sanno di ritorno a casa, tema perfettamente rispecchiato nel testo: “You got to ride lonesome / You got to try to find the road / You got to cry a river / And follow it all the way home / Alone”. La chitarra acustica è la protagonista indiscussa, ottimi gli abbellimenti di elettrica.
Nella successiva Run Away la strofa “modale” di V-IV lascia un senso di sospensione, di irrisolto. Non per niente la stessa progressione è ripresa nella lunga coda strumentale. Su In the Night la fa da padrone la sezione d’archi che interagisce con gli arpeggi di chitarra acustica. Così come in For Your Love, con il suo intro ricco e “drammatico”: è uno dei pezzi più cupi e disperati dell’album, che non offre facili vie di fuga dall’ineluttabile (“Time waits for no one / Days carry on / A turn in the river / Where love has gone”).
Anche It Ends Right Here è, a modo suo, una canzone particolarmente straziante, con quel suo immenso senso di pacata rassegnazione (“Can’t see myself / In your eyes / In your story / The lines they moved / The weather changed / You left without warning”), a dispetto di un sound etereo e ottimistico. Verso il finale il pezzo si “gonfia” assumendo un piglio praticamente post-rock, tipo Sigur Rós o Explosions in the Sky: un unicum nell’album.
Falling Through My Hands è quasi una ninna nanna, con quello xilofono che sembra un carillon. Delizioso farsi cullare da queste melodie senza spigoli e senza ombre. “Time forgets what love remembers”: una summa dei temi del disco?
L’attacco di If You Don’t Know What Love Is ricorda un po’ le strofe di Wild Horses dei Rolling Stones. Per il resto è una vera e propria ballad classica in tre quarti, con tutti i crismi del genere (pianoforte, abbellimenti di chitarra elettrica un po’ country), che esprime anche una positività altrove assente dall’album (“If you don’t know where the light is you won’t make it home / […] If you don’t know what love is you don’t know nothing at all”).
La segue, chiudendo l’album, Beyond the Light, un altro lento con band al completo. Qua e là le cadenze sono classicheggianti, alla A Whiter Shade of Pale. L’album si chiude dunque con quella dualità “dispercettiva” con cui si è aperto: suoni luminosi, buio nell’anima.

