Interviste

Astro racconta “WAR”: «Voglio dimostrare che nessuno può portarti via un sogno»

Esce oggi il nuovo album del rapper classe 2000, un viaggio reale – tra Marocco e Los Angeles – e spirituale: ce lo ha raccontato

  • Il12 Giugno 2026
Astro racconta “WAR”: «Voglio dimostrare che nessuno può portarti via un sogno»

Astro

“Volevo solo lasciare un’impronta per non lasciarla in questura”, dice Astro in 1, il brano più personale di WAR, il suo nuvo album uscito oggi. Forse quel ragazzino che tra i banchi si vergognava del proprio nome e del proprio essere diverso in un contesto di provincia in cui «eri l’unico con un nome diverso dagli altri; magari nella scena potevi anche trovare un punto di riferimento come Ghali, ma a scuola vivevi tutta un’altra realtà: tutti gli esempi sui libri erano nomi italiani, mentre quando c’erano le notizie al telegiornale, soprattutto quelle negative, il nome era quasi sempre quello straniero» non poteva immaginare che un giorno, quell’impronta, potesse lasciarla per davvero, ma di certo lo sognava.

E se, come mi racconta Astro in questa intervista, «sognare è ancora l’unica cosa che nessuno può portarti via», WAR è la realizzazione di un’idea che frullava nella testa di Rida da un bel po’ e che ha trovato compiutezza tra Parigi, Los Angeles e il Marocco, la sua terra d’origine da cui, forse non a caso, è nato tutto. Se ASTRO era il disco in cui la versatilità del rapper italo marocchino classe 2000 era già evidente, in WAR la sperimentazione è ancora più netta, identitaria e anche controcorrente, perché solo abbracciando finalmente la propria diversità si può vincere la guerra. E Astro continua a farlo.

L’intervista a Astro

Tra i brani che hanno anticipato il disco c’è I nostri anni bellissimi: quando l’hai cantata al listening party eri molto emozionato.
Per me è una canzone molto importante. Mentre gli altri pezzi c’erano già da due anni, I nostri anni bellissimi è arrivato a fine album. Già da metà disco sentivo il bisogno di avere una canzone con la c maiuscola, di quelle che sono fiero di far ascoltare a mio padre quando siamo in macchina insieme e che gli piaccia davvero e non per finta!

Di solito non è così?
(Ride, ndr) Mio padre è abbastanza fresco, quindi gli piacciono anche la trap e le barre belle, ma volevo metterlo in una zona di comfort.

Qual è la WAR di cui parli?
Il concetto si è aperto man mano che andavamo avanti col disco, e alla fino ho capito che si trattava di una guerra personale. Il concetto di WAR nasce proprio da questa riflessione che avevo letto: diceva che, nei momenti in cui senti davvero che tutto è fuori controllo, che non puoi fare nulla per cambiare il mondo, finisci per sentirti schiacciato dalla realtà. A quel punto l’unica cosa che puoi fare è vincere la guerra con te stesso diventando tu stesso ciò che vorresti vedere nel mondo, così da poter avere un impatto reale sulla comunità. Allo stesso tempo, però, mi piace lasciare il concetto di WAR abbastanza aperto, perché ognuno può combattere guerre molto diverse. In fondo, mentre camminiamo nella vita, siamo costantemente dentro una guerra personale, che sia bella o brutta.

Ce n’è una in particolare che hai dovuto combattere con te stesso?
Penso quella contro l’ego, anche se non riesci mai a sconfiggerlo davvero. Ed è anche parte del motivo per cui una persona decide di fare l’artista: quando pubblichi un disco o qualsiasi altro progetto, vuoi che arrivi il più lontano possibile.In un certo senso, l’ego resta comunque la benzina che ti spinge avanti. Per questo non mi piace dire che WAR rappresenti una battaglia precisa o una sola cosa. Mi piace molto lasciare il concetto aperto, in modo che ognuno possa viverlo attraverso la propria esperienza. Diventa tutto così personale che preferisco lasciare questo concetto aperto a chiunque, perché so che ognuno, ogni giorno, quando esce di casa e poi torna la sera, sta combattendo la propria guerra, quella della vita.

Dall’altra parte per me è importante che si capisca che l’idea nasce da qualcosa di estremamente personale: possono essere rapporti con persone che fanno parte della mia vita, il desiderio di dimostrare chi sono davvero, oppure il conflitto tra chi sei e come vieni percepito dagli altri.

La percezione degli altri ti condiziona?
Prima sì. Non riuscirei ad andare avanti dritto per la mia strada se fossi ancora troppo attento a quello che pensa la gente. Quando lavoro a qualcosa, che sia musica, contenuti o anche semplicemente nella vita di tutti i giorni, il pensiero che mi viene è più qualcosa del tipo: “Cosa ne penserebbero Kanye West o Virgil Abloh?”. L’unico giudizio che mi interessa è quello di chi rappresenta per me un punto di riferimento. Ovviamente non riesci mai a creare esattamente il prodotto perfetto che hai in mente. Però cerco sempre di limare gli angoli, di migliorare qualcosa e di dire: “Ok, questa volta l’ho fatto così, la prossima posso farlo meglio”. È un modo per sentirmi sempre più a mio agio in quella stanza immaginaria fatta di idee, creatività e persone che ammiro.

Nella nostra ultima intervista mi avevi detto che il pensare così tanto ti ha rovinato tanti momenti: hai imparato un po’ a lasciar andare?
Vorrei poterti dire che quella guerra sono riuscito a vincerla, ma la verità è che non è così. Allo stesso tempo, però, penso che sia anche una delle ragioni per cui riesco a fare certe cose, almeno in ambito creativo. Il fatto di essere sempre con la testa altrove, di continuare a pensare mentre sono in un posto o mentre sto vivendo qualcosa, alla fine mi aiuti a fare bene quello che faccio. È una cosa che a volte ti toglie dal momento presente, ma che allo stesso tempo ti porta a osservare, elaborare e trasformare quello che vivi in qualcosa di creativo. Ecco, forse ho semplicemente imparato a conviverci.

Come hai lavorato a questo album? Mi sembra ci sia uno step ulteriore rispetto al precedente.
Quando entro in studio l’approccio è sempre lo stesso, forse la differenza è che l’altra volta il progetto aveva un’impostazione un po’ più da playlist, anche perché l’esperienza che avevo era minore. Questa volta, invece, ho voluto creare l’album che io stesso vorrei ascoltare e ho lavorato con persone che mi hanno aiutato a farlo. Se esistesse un disco a cui metterei play su Spotify e ascolterei dall’inizio alla fine, vorrei che fosse proprio questo.

Per questo ho cercato di metterci dentro tutte le cose che piacciono a me: la parte più hard, quella melodica, e anche quella che per come la immagino io è la canzone italiana. Ci sono momenti più introspettivi, in cui ci sono solo barre e racconto cose molto personali. Mi piace pensare a questo disco come a un viaggio in macchina. Molti degli album che amo davvero sono così: parti, premi play e dall’inizio alla fine tutto scorre in modo naturale, senza interruzioni.

E quale sarebbe la meta di questo viaggio?
Adesso che fa caldo, ti direi al mare. Però, in realtà, direi qualsiasi. Quest’anno ho avuto la fortuna di ascoltare i provini decine di volte in macchina mentre andavamo in giro. Ci siamo fatti anche il viaggio da Parigi a Milano in auto, per esempio. In generale, associo questo disco a tutti i viaggi che ho fatto. Lo collego molto al movimento, al fatto di essere in viaggio, sia dal punto di vista reale che spirituale.

Un viaggio vero e un viaggio spirituale che ricollegheresti a WAR?
Sicuramente Los Angeles. Per quanto possa essere una città controversa e, sotto certi aspetti, anche molto distante da un’idea romantica della creatività, per me continua ad avere un’energia particolare. In fondo, gran parte di quello che poi cerchiamo di replicare in Italia, che si parli di musica, cinema o altre forme artistiche, nasce lì o passa da lì. Però il prossimo progetto vorrei partisse dall’Italia: vorrei ritrovare un po’ di creatività italiana, tornare a immergermi nella nostra musica, nel nostro cinema e in tutto quello che abbiamo prodotto culturalmente. Anche perché, se devo essere sincero, di Federico Fellini è stato una delle chiavi di lettura più importanti di questo disco.

In che modo?
Lo vedo come un film profondamente spirituale. È un viaggio a tutti gli effetti, un enorme viaggio interiore. E poi è uno di quei film che non ti spiegano davvero cosa devi pensare, quindi ognuno ci vede quello che vuole vederci. Ed è esattamente quello che vorrei che fosse anche WAR. Penso che debba rimanere qualcosa di aperto all’interpretazione. Anche David Lynch non si è mai messo a spiegare Mulholland Drive, eppure quel film mi è arrivato in modo fortissimo, in una maniera completamente personale, legata alla mia vita e alle mie esperienze.

Prima hai parlato delle persone che hanno lavorato con te a questo disco: chi sono?
Sono partito per Los Angeles con i provini del disco che avevo realizzato qui a Milano insieme a Sad e Kiid. Una volta arrivato lì siamo entrati in studio da Benny e ho iniziato a lavorare con Grant LaPointe, un producer con cui poi abbiamo rielaborato gran parte del disco. È stata un’esperienza incredibile. Grazie a Reeno e Redusiano, due ragazzi americani che hanno curato la direzione creativa del progetto, sono entrato in contatto con quel mondo. Redusiano, tra l’altro, è uno dei director di Lyrical Lemonade insieme a Cole Bennett, mentre Reeno ha lavorato con A$AP Rocky, Kanye West e su tantissimi progetti di grande livello. Sono stati loro a mettermi in contatto con Grant per riprendere in mano tutta la produzione del disco. E per me è stato qualcosa di assurdo. Nel frattempo passavano persone come Zack Bia e tanti altri che lavoravano lì ogni giorno.

Avevi davvero la sensazione di essere in un posto speciale, uno di quegli studi dove sono passati progetti enormi. Sentivi quell’energia particolare che ti fa pensare: “Ok, qui stiamo facendo le cose sul serio”. La cosa che mi è piaciuta di più, però, è stata riuscire a sentirmi parte di quell’ambiente senza arrivarci per status o per numeri. Non sono l’artista italiano gigantesco che va lì perché può permettersi certe cifre o perché ha già raggiunto un determinato livello. Eravamo lì perché Reeno è un amico stretto di Grant, perché credeva davvero nel progetto e perché, alla fine, si è creato un legame umano autentico con Grant e con tutte le persone che lavoravano in quello studio.

E invece le collaborazioni?
Ghali è sempre stato come un fratello maggiore, è come avere il tuo mentore dentro il progetto, e stavolta secondo me abbiamo fatto una cosa ancora più nostra, più identitaria, che funziona anche molto live: ti ci puoi divertire di brutto. Il pezzo girava già da un paio d’anni, quindi averlo ufficialmente nel disco per me è stato importante.

Quest è il mio artista italiano preferito in assoluto ad oggi: è troppo stiloso, troppo fresco: dalle barre particolari al modo in cui approccia le melodie, fino all’estetica che sta costruendo adesso. Oltre la collina in origine era un suo brano. Un giorno mi ha fatto sentire questa chitarra e questo ritornello, e io gliel’ho praticamente “rubato”; gli ho detto subito: “Questo me lo devi lasciare, deve stare in War a tutti i costi”. E per fortuna è stato così. Poi lo abbiamo registrato in Marocco, ed è lì che è nato davvero il concetto di War.

Tedua è stato la ciliegina sulla torta. Mi ricordo che durante il Covid passavo il tempo a scrivere su Twitter, e una volta avevo proprio detto tipo: “Tra cinque mesi devo fare un feat con te”, perché ero completamente dentro quel mondo. Mi è sempre piaciuto tantissimo, quando ho ascoltato Aspettando Orange County Mixtape mi sono rivisto tantissimo in quella roba. Nerissima è stato l’ultimo feat che abbiamo chiuso, e il pezzo è la consacrazione di una fratellanza incredibile. Anche MXP MIA con Sayf è uno dei primi pezzi nati per WAR. Sono curioso di vedere cosa succederà quest’estate: secondo me può diventare la canzone dell’estate di qualcuno.

In 1 dici “pensi davvero sia stato bello essere quello diverso?”. Adesso com’è cambiata questa percezione?
Adesso la diversità è il mio punto di forza. Sono mega orgoglioso di essere cresciuto diverso e di esserlo ancora, soprattutto nella musica.

Dici anche che a scuola ti vergognavi del tuo nome e che se ti fossi chiamato Matteo ti sarebbe andata meglio.
Quando riascolto quella barra mi colpisce particolarmente. Letteralmente, a scuola eravamo tipo tre stranieri in classe. Il contesto di provincia in cui sono cresciuto era molto diverso da quello di oggi: adesso mi fa anche strano pensare che magari i miei nipoti vadano a scuola e si trovino in classi dove sono tutti misti. Prima invece era molto più evidente la differenza: eri l’unico con un nome diverso dagli altri. Come ti dicevo anche prima parlando di Ghali, potrai anche trovare un punto di riferimento nella scena, ma a scuola vivi tutta un’altra realtà. Lì, tutti gli esempi sui libri erano nomi italiani, mentre quando c’erano le notizie al telegiornale, soprattutto quelle negative, il nome era quasi sempre quello straniero. E quella cosa la percepivi eccome.

Però, allo stesso tempo, se riesci a prenderla nel modo giusto, può diventare benzina per fare le cose davvero. Ti possono togliere tante cose, ma finché il sogno resta vivo e continui a spingere, nessuno può davvero impedirti di diventare ciò che vuoi. Io tengo molto al fatto che WAR possa rappresentare anche questo: la dimostrazione che, nonostante le limitazioni reali in certi contesti esistano, sognare è ancora l’unica cosa che resta sempre accessibile, e nessuno può portartelo via.

Il tour nei club

7 ottobre ‐ Padova, Hall 
9 ottobre 2026 ‐ Venaria Reale (TO), Teatro Concordia
11 ottobre ‐ Bologna, Estragon Club
12 ottobre ‐ Firenze, Viper Theater
16 ottobre ‐ Roma, Orion Club
19 ottobre ‐ Napoli, Casa Della Musica
25 ottobre – Milano, Fabrique

Share: