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Amare, perdere e ritrovarsi: in “Lost Weekend” Phoebe Bridgers canta la vita senza istruzioni

La cantautrice statunitense torna con il suo album più ricercato e meno lineare. Produzioni e arrangiamenti superbi e stratificati e la sua consueta scrittura geniale. Tra gli album dell’anno

  • Il14 Agosto 2026
Amare, perdere e ritrovarsi: in “Lost Weekend” Phoebe Bridgers canta la vita senza istruzioni

Foto di Olof Grind

In sei anni cambiano molte cose. Cambiano alcune delle persone che ti sono a fianco. Se sei fortunato qualcuno resta, altri non scelgono di andarsene ma non possono farci nulla, tantomeno tu. Se in tre anni può evolversi il modo in cui scrivi e la musica che ascolti, quando ne trascorrono il doppio hai un’altra prospettiva sulle cose e sul mondo. Phoebe Bridgers voleva proprio disconnettersi. Non c’è riuscita del tutto, nel mezzo c’è stato quel capolavoro di the record con le boygenius che ha rappresentato una parentesi idilliaca. Un’amicizia femminile viscerale, i vent’anni che sembrano non finire mai e i Grammy Awards che una volta ogni tanto tornano nel mondo reale uscendo dal mondo patinato dei grandi e soliti nomi. Lost Weekend è tutto quello che c’è stato nel frattempo e che Phoebe Bridgers ha voluto far sedimentare. 

È utile tirare in ballo alcune delle sue vicende personali, come la relazione con il comico Bo Burnham – co-autore di alcuni brani – o la scomparsa di suo padre, ma non strettamente necessario. Alla fine, c’entrano i trent’anni e quella sensazione che la vita non sia più lineare, che le stagioni passino più velocemente – come canta nella stupenda I Can’t Wait – e che il modo migliore per comprendersi sia provare a guardarsi dall’esterno. In The Outside la cantautrice statunitense si osserva da una terza dimensione mentre a un suo concerto viene sollevata dal pubblico in un crowdsurfing che, con un abile gioco di sovrapposizioni, diventa anche quello più tetro di una bara a un funerale.  

Il continuo ritorno 

La voce filtrata dal vocoder, prima che si apra sul finale cinematografico accompagnata da piano e archi, è l’incipit di un album dai contorni sfumati. Non c’è razionalizzazione, lo sguardo dall’esterno funziona come un meccanismo mnemonico con continui richiami e associazioni libere nelle quali puoi tentare di scovare un senso, ma non è detto che ci sia. Nella letteratura postmoderna, all’interno della stessa trama, o addirittura da un romanzo all’altro, spesso gli autori americani giocavano con il ritorno del personaggio. Vonnegut mandava in crisi il lettore cambiando le prospettive e descrivendone i caratteri sempre in maniera diversa.  

Phoebe Bridgers in Lost Weekend fa un resoconto degli anni trascorsi attraverso la figura di suo padre che è mutevole. In Still Standing, un secondo capitolo ideale di Kyoto, il lutto è raccontato con la descrizione della relazione conflittuale e un episodio con protagonista sua madre. Lo stesso che (forse) viene citato in As Above sorretta da un pianoforte che sembra suonato da un’altra dimensione e che mette in risalto la sua voce. Poi però c’è anche il frammento rock Never Going Back Again! che vorresti durasse almeno un minuto di più, ma il tutto si ferma improvvisamente con un messaggio vocale del padre che mette i brividi.  

L’altra figura nevralgica è quella di Bobby che viene citato in diversi brani e che è complicato non associare al suo compagno. Compare per la prima volta nella fragile Kill Me, canzone che ricalca lo stile a cui Phoebe ci ha abituato nei primi due dischi. Stupisce molto di più la traccia omonima, un brano d’amore atipico costruito su un arrangiamento rock distorto. Ritmo incalzante che esplode nel ritornello e vede la partecipazione di due ospiti speciali alla chitarra elettrica: l’icona dell’industrial metal Justin Broadrick e Mike Kinsella degli American Football.  

Un album per perdersi 

La sensazione di indefinito, di emozioni che scorrono senza troppa riflessione e in modo spontaneo, si concretizza in un disco con tanti spazi. Ci sono dei brani con un’anima che sfiora il pop, basti pensare al primo singolo Lost Boys o alla folk Haunted dove rivivono le atmosfere dei dischi delle boygenius dove l’unione fa la forza. Tra gli autori ci sono Lucy Dacus e Maya Hawke. Tuttavia, il resto è più complesso di ciò che sembra. Al di là di qualche esempio che riporta a Punisher, o addirittura a Stranger on the Alps, la grand novità è l’approccio ambient.  

È frutto di una scelta consapevole e di un lavoro di fino con i suoi produttori di sempre Tony Berg ed Ethan Gruska, coadiuvati da Jack Antonoff – spesso ai sintetizzatori e alle drum machine – e Alex G (solo in alcuni pezzi). Le canzoni spesso evolvono su se stesse come nella centrale e significativa titletrack dove acustica ed elettronica raggiungono la simbiosi perfetta. Oppure in Liberty Tree che prende il nome dal Liberty Tree Mall di Danvers, nel Massachusetts, vicino al luogo in cui è cresciuto Robert “Bo” Burnham. È uno dei pezzi più uptempo e più felici dell’album. Almeno fino ai due minuti dove l’atmosfera si fa spettrale con voce che si allontana. 

Ecco, gli arrangiamenti vocali sono uno degli elementi che rendono Lost Weekend uno dei migliori album di questo 2026. Prendete Governor’s Walz e cercate di non soffermarvi troppo sulla trama, i riferimenti a Paul Mescal e a Gracie Abrams. Carpirete dei dettagli sorprendenti al pari dei leggeri arpeggi di banjo nella preparatoria Panorama delle backing vocals di Cameron Winter che rendono speciale il finale in crescendo di I Can’t Wait.  

Guardare il cielo 

Una delle metafore più belle mai scritte da Phoebe Bridgers era quella al centro di Chinese Satellite. Nella ripresa conclusiva di Lost Weekend, la cantautrice torna a guardare il cielo, ma stavolta con la consapevolezza e la malinconia di chi è arrivata un punto decisivo della propria vita e della propria carriera.  

I fought the wall, and the wall won  
But if I ever come out of hiding, you won’t have to know how to find me again 
Now I can’t see any stars in the sky  
When a dream comes true, a fantasy dies 

Ironia della sorte, o forse no, Lost Weekend esce proprio nella settimana delle stelle cadenti. Phoebe dedica il finale alla storia d’amore che sta vivendo, descritta in modo esemplare anche con il verso di Bobby: «This could be the end of wanting». In I Know the End era un cartellone stradale a illudere la cantautrice, stavolta è l’alba dei trent’anni e il coraggio di non nascondersi più. Lost Weekend è un album sul lutto, sull’amore, su desideri che si ha paura di esprimere e realizzare, su un bisogno primordiale di raccontarsi per provare a capire che effetto fa “sentirsi” e vedersi da fuori. Ed è questo che lo rende più universale rispetto ai due dischi precedenti.  

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