Interviste

Sayf sta diventando grande

Classe 1999, genovese di nascita e tunisino d’origine, Adam racconta un vissuto travagliato con la leggerezza di chi ha imparato a ballare sulla tristezza. In questa intervista ha parlato davvero di tutto, da quello che si augura per il futuro all’importanza di una coscienza politica

  • Il3 Aprile 2025
Sayf sta diventando grande

Sayf, foto di Federico Gea per Billboard Italia

GEN B è il nuovo format editoriale di Billboard Italia che vuole dare agli emergenti più interessanti in circolazione lo spazio che meritano. Una serie di cover digitali che approfondiscono a tutto tondo le next big thing della scena scelti direttamente dalla redazione, che ogni mese punterà su due artisti che hanno dimostrato di avere quel quid per fare il grande salto. Il secondo protagonista è Sayf.

Sayf, pelliccia Clamar, gioielli Theos & Richmond
Creative Direction: Pierfrancesco Gallo
Foto: Federico Gea
Ass. foto: Haffid El Maataoui
Ass. luci: Antonio Sanasi
Styling: Carlotta Loisi
Ass. stylist: Giovanni Castellano, Cristian Fava
MUA: Beatrice Torchio
Props: Thala Belloni

È un pomeriggio di metà marzo quando diamo appuntamento a Sayf in uno studio fotografico di Milano Sud per scattare questa copertina. Adam quel giorno non è in città, arriva direttamente da Rapallo – dove vive ancora – da solo in macchina per trascorrere qui qualche giorno, giusto il tempo di andare in studio e parlare con Jiz, Dibla e il suo manager di come si immagina i suoi primi veri concerti (entrambi già sold out) che avranno luogo di lì a poco in Santeria.

Nonostante le cose attorno a lui stiano cambiando rapidamente e il suo sia probabilmente il nome più chiacchierato del momento nella scena – tra ascoltatori e addetti ai lavori di ogni branca del settore, in attesa della sua esplosione definitiva che tutti sentono già nell’aria e che sa di nascita di uno di quegli artisti che davvero rimarranno nel tempo – Adam sembra tenerci molto a mantenere salde la sua normalità e la sua attenzione agli altri. Lo si capisce quando sul set si concede divertito e mai impaziente di arrivare all’ultimo scatto e quando alla fine si preoccupa che tutti sappiano come tornare a casa, offrendosi di accompagnare personalmente.

Sarà perché, prima di decidere di mollare tutto per quello a cui è chiaramente destinato, una vita di lavori umili per arrivare all’ultimo del mese con in tasca poco e niente, di stanze fredde senza acqua calda, e in cui “mangio per fame, è tutto buono”, Sayf l’ha conosciuta, come scrive con onestà disarmante nell’Intro incredibilmente potente di Se Dio Vuole, il suo EP uscito a febbraio che rientra già a mani basse nella lista dei progetti più interessanti e meglio riusciti dell’anno, perché, come mi racconta nel nostro lungo incontro in cui le cose che vengono fuori naturalmente sono così tante che non gli faccio nemmeno una delle numerose domande che avevo preparato, «per me la vita è fatta di poche cose semplici, e io davvero sto bene con poco», o perché per il suo quando e dove, cioè adesso, ha dovuto attraversare anni di buio, Adam ha sì la testa proiettata verso un sogno più grande di quanto si possa immaginare, ma i piedi ben ancorati per terra.

Ammette che in questo momento la musica per lui è anche un modo per “non morire pobre”, per sistemare certe situazioni e per costruire una base solida per quello che è il suo ideale, che – da buon sognatore – più che al rap di ora è vicino alla musica di un tempo, quella dei grandi cantautori italiani e che arrivava da Paesi lontani. Quella con un «sentimento quasi politico che oggi un po’ manca», come mi dice con una sorta di nostalgia di un passato che ha vissuto solo attraverso le storie che gli raccontava suo nonno e che si tiene ben strette.

Ad instillargli la malinconia nel DNA, del resto, è stata la città in cui è nato e da cui ha imparato anche a ballare sulla tristezza, come spesso fa nelle sue canzoni in cui riesce a raccontare un vissuto travagliato e sofferto con la leggerezza di chi ha dovuto pagare con le lacrime la capacità di ridere su tutto. «Genova è come una bella donna che piange. Sono nato lì, ma ho trascorso gran parte della mia vita a Santa Margherita. A 19 anni mi sono spostato a Sesto San Giovanni per inseguire il famoso sogno milanese. Alla fine non ho concluso niente perché c’è stata la quarantena e quando è finita ero a corto di soldi, quindi sono tornato a Genova a lavorare. Ho vissuto anche nei vicoli, ho passato un anno di bordello nero fino a che due anni fa ho lasciato il lavoro e mi sono detto “okay, ora mi concentro sulla musica e vediamo cosa succede”». 

Il finale di questa storia? Ancora non lo conosciamo, ma Sayf è pronto a puntare tutto perché sia il migliore possibile. Sempre, ovviamente, Se Dio vuole.

L’intervista a Sayf

È stato difficile?
È stato tosto, sì, perché mi sono giocato il tutto e per tutto in un periodo in cui non avevo neanche i soldi per mangiare. Helmi mi ha aiutato tanto. In quel momento lui era in hype e si faceva lo sbatti di venire a casa mia a motivarmi mentre io ero depresso per un sacco di motivi. Grazie a lui ho deciso di lasciare il lavoro e di buttarmi, e ora siamo qui. 

Avevi già pubblicato delle cose in quegli anni.
Sì, ho fatto tante cose ma un po’ da scappato di casa. Nel 2019 ho fatto un disco che però abbiamo tolto da Spotify. Cioè, non è che lo abbiamo tolto, è su un altro profilo ma è meglio che la gente non lo ascolti. Poi in quarantena a Sesto ho fatto Everyday Struggle che è uscito una sera mentre ero a lavoro, ancora me lo ricordo. 

Come ti sei spiegato il fatto che ora c’è molta più attenzione su quello che fai?
Sicuramente adesso sto facendo le cose con più continuità, mentre in quel periodo non avevo fatto più uscire praticamente nulla perché avevo mille sbattimenti nella vita. E poi penso di essermi un po’ inquadrato, di essere migliorato nella scrittura e in questo mi hanno aiutato tanto Guesan e Vaz. Va bene l’arte, va bene la poesia, ma poi arriva un punto in cui serve anche un po’ il dono della sintesi… 

Cioè? 
All’inizio ci sta che uno nello scrivere le sue cose si dilunghi nei cazzi propri, ma poi devi imparare a raccontarli anche in modo stiloso. 

Sayf, gioielli Theos & Richmond

Beh, mi sembra che tu lo faccia. Hai una penna e uno stile molto riconoscibili e unici, anche se hai detto che a volte per il tuo background vieni genericamente associato al mondo dei maranza. Ti scoccia questa cosa?
Ma no, alla fine le persone cercano di associarti a qualcosa che già conoscono. Quello che vorrei è mantenere una certa costanza nel mostrare le mie sfaccettature. 

E invece di Genovarabe che mi dici?
Diciamo che Genovarabe non è un gruppo creato a tavolino, è una cosa che si è creata in modo naturale, ci avevano anche invitato in università a parlarne ma ancora non esisteva. Il nome è venuto fuori per fotografare una realtà che stava nascendo a Genova in quel momento, è più una cosa di rappresentazione ma non ne sono geloso. Se un domani arrivassero altri che si sentono parte di questo movimento potranno usarlo nei loro pezzi. 

Avete anche organizzato un torneo di calcetto a favore di Gaza. È un bel messaggio in un momento in cui spesso gli artisti sono un po’ restii ad esporsi sulla questione palestinese.
Però non mi sento di giudicarli, capisco anche che chi non ha a cuore il tema faccia più fatica ad esporsi, mentre noi lo sentiamo vicino anche proprio per una questione culturale. E non solo per il fatto di essere arabi, ma anche perché Genova è da sempre una città politica e anche questo è il suo bello. 

Per te è importante avere una coscienza politica?
È fondamentale. Sin da quando ero piccolo mio nonno mi ha sempre fatto discorsi politici, lui era finito nei campi di concentramento in Austria e il mio bisnonno aveva lottato a Portofino per la mezzadria. Queste sono cose che mi sono rimaste dentro e che mi hanno portato ad abbracciare certi valori perché ci credo e perché li trovo giusti. Mi dispiace vedere che in generale la gente sia sempre meno interessata alla politica e che addirittura a volte chi manifesta venga preso in giro da persone che non capiscono che se ora siamo più tranquilli è perché qualcuno prima di noi si è battuto per i nostri diritti. 

E la religione invece? Cosa significa per te Se Dio Vuole?
Quella è una cosa che mi ha trasmesso mia mamma. Ho sempre avuto nel mio linguaggio questa cosa del se Dio vuole in tutte le sue forme, qui è un po’ in disuso, ma in Tunisia fa parte del linguaggio quotidiano. Vuole essere un augurio. 

Sayf

E tu cosa ti auguri?
Che le cose possano andare nel migliore dei modi, ma non egoisticamente, perché poi per me la vita è fatta di poche cose semplici, e io davvero sto bene con poco. Quello che vorrei è sistemarmi, avere una casa mia e sistemare mia madre e mio padre. Io ora vivo ancora con lei ma penso che un giorno vorrebbe tornare in Tunisia, quindi mi piacerebbe prenderle una casa lì. Per il resto mi auguro di essere un buon esempio per le persone, esortarle a stare tranquille. Un sentimento che ritrovo molto nella vecchia musica italiana, brasiliana e araba. Quando ascolto questo tipo di musica mi trasmette un altro stile di vita.

Vorresti che dalla tua musica arrivassero le stesse sensazioni?
Sì, anche se ancora non ci sono arrivato completamente. Nella musica di un tempo c’era un rispetto maggiore nell’uso delle parole. Anche io a volte faccio la trappata ignorante e leggera che mi diverte o uso termini di un certo tipo perché servono per rafforzare un concetto, ma il mio ideale di musica è un altro e sento di non averlo ancora raggiunto come vorrei. Quello che mi piacerebbe far capire è che la vita è bella nelle piccole cose, che l’importante è curare i rapporti con se stessi e con le persone più di tutto il resto. Questa cosa un po’ mi manca nella musica di oggi, ma mi rendo anche conto che alla fine questa è l’epoca di cui sono figlio e devo farci pace, senza rimpiangere troppo il passato. 

Prima c’era un impegno diverso?
Per me sì. Se guardo i video di Bob Marley mi arriva un sentimento, una speranza, un qualcosa che fatico a trovare ora. Sarà che ho passato tanto tempo con i vecchi nella mia vita, ma la musica che ascoltavano loro era molto più articolata di quella che sentiamo noi. C’erano gli accompagnamenti orchestrali, si facevano i cambi di scale. Ora invece quasi tutto si assomiglia. 

Sayf, giacca CP Company

La semplificazione è un compromesso necessario oggi?
Forse sì. Io stesso l’ho fatto ma come credo lo abbiano fatti tutti nel momento in cui hanno iniziato a fare questo lavoro seriamente. È chiaro che l’obiettivo quando fai musica è arrivare a più persone possibili, e per farlo a volte serve anche trovare un punto di incontro tra quello che hai in testa e quello che devi fare per essere capito dagli altri. Però non si tratta di avidità, ma di costruire una base per arrivare a fare quello che voglio davvero. Che magari è, che ne so, urlare quattro minuti davanti al microfono senza un senso logico perché in quel momento sento che devo sfogarmi così. 

È un po’ l’eterno scontro tra il sogno e la realtà.
E infatti mi rivedo molto nel concetto di avere la testa per aria e i piedi per terra. Io sogno in grande il più possibile, ma so che allo stesso tempo devo essere pragmatico.

Pensi di essere nella direzione giusta per raggiungere a pieno quella che è la tua idea di musica?
Credo di sì. Mi sembra che le persone si stiano affezionando alla mia musica e che stiano facendo attenzione a quello che dico. Poi se un giorno riuscirò mai a fare un pezzo come Canzone del maggio di De André allora potrò dire che sono riuscito al cento per cento nel mio intento: portare un bel concetto e una storia in una forma musicale perfetta. Poi per come la vedo io difficilmente di un mio pezzo dirò che è perfetto, perché le canzoni potrebbero essere sistemate all’infinito, non saranno mai completamente chiuse. Se Dio vuole prima o poi arriverò magari ad avvicinarmici. 

Sayf indossa occhiali Movitra, giacca One Block Down, pantaloni Moyola, gioielli Theos

A proposito di musica brasiliana di cui parlavi prima, si dice che il samba sia la tristezza che balla. Rivedo molto in te questa cosa.
Certo, Samba delle benedizioni lo spiega benissimo. In quella canzone si fa l’esempio di una donna che oltre alla bellezza deve avere qualcosa che piange, qualcosa di malinconico. Un po’ come Genova del resto. 

Pachamama mi dà in pieno quella sensazione, con quel ritornello così vivace musicalmente ma in realtà così nostalgico.
Assolutamente. Il mal d’Africa è quella nostalgia che provano i turisti quando tornano a casa dopo esserci stati, ma io in questo pezzo parlo della mancanza della mia Terra. Di quel mondo che mi appartiene ma in cui comunque non riesco ad essere mai al cento per cento. Non solo perché non ci sono fisicamente, ma anche perché non ho sviluppato quella proprietà di linguaggio che vorrei per poter parlare in modo approfondito con le persone in Tunisia. Io so parlare la lingua di strada, quella semplice, non di certo quella che mi permette di parlare delle stelle o delle cose filosofiche. Questo un po’ mi dispiace. 

Ci torni spesso?
Sì, sempre. Lì ho ancora tanti parenti.

Che musica si ascoltava in casa tua?
Fino a che mio padre è rimasto in casa con noi mi ha fatto crescere con De André. Mi faceva vedere le cassette dei concerti con la PFM e mi spiegava tutte le canzoni. Mia madre invece ha sempre ascoltato musica araba, indiana, anche un sacco di danza del ventre. Queste cose mi hanno trasmesso sia una fascinazione per un certo tipo di sonorità, sia un’attenzione particolare ai testi. 

Come vi siete conosciuti con Jiz e Dibla?
Io ho conosciuto Dibla in una trasferta a Roma, lui era con Bresh e io sono arrivato con Izi, invece Jiz a Santa Margherita, sempre con Izi.

Dibla: mi ricordo che lui quella volta si era messo a suonare la tromba sul balcone, con tutta la gente che passava sotto!

Jiz, Sayf e Dibla (giacca Valentino, pantaloni Purple Brand, scarpe Off White)

E come vi trovate a lavorare insieme?
Jiz: io mi trovo molto bene a lavorare con Sayf perché è un artista eclettico negli ascolti, nel modo in cui si approccia alla musica. Con lui so che posso fare la roba rap incazzata un giorno e quello dopo la bossa nova. 

Dibla: la cosa bella del nostro lavoro secondo me è che c’è la volontà comune di fare qualcosa di identitario, di nostro, ma con tanti riferimenti. Ci sono artisti che magari funzionano meglio stando su un type beat, mentre a noi piace proprio l’idea di fare musica sperimentando e mettendo dentro tutto il nostro background. E questa cosa poi esce su più piani, dai dischi ai concerti. Ecco, la cosa che mi piace è che trovo sempre molta verità in quello che facciamo. 

Sayf: per me è importantissimo lavorare con loro perché entrambi hanno una forte conoscenza musicale, suonano tantissimo e hanno una mente molto veloce nel cercare la soluzione migliore e svilupparla. Ti faccio un esempio: l’Intro di Se Dio Vuole all’inizio era lunghissima e fosse stato solo per me non avrebbe droppato mai. Poi Dibla l’ha lavorata e ci ha messo quel cambio di beat che ha cambiato tutto.

Cosa vi fa capire che una canzone funziona?
Dibla: per me se un pezzo funziona piano o chitarra e voce, allora funzionerà anche in altre forme. Tutti i pezzi che abbiamo fatto con lui partono da questa filosofia: se rimangono in piedi anche in acustico, allora sono okay. Soprattutto per uno come lui che con le parole ti colpisce in faccia. 

Tra qualche giorno suonerete in Santeria.
Sayf: sì, due date sold out. Di solito sono in ansia di brutto prima di cantare, però ci stiamo preparando un sacco e spero che le persone se ne andranno contente di aver ascoltato bella musica. 

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