Interviste

New TAEMIN

La star degli SHINee, che sarà protagonista al Coachella 2026, negli ultimi anni ha ritrovato un proprio equilibrio artistico e mentale. Adesso è il momento di una nuova evoluzione

New TAEMIN
Autore Samuele Valori
  • IlMarzo 6, 2026

Quando il ponte Seongsu di Seoul crollò nel 1994 TAEMIN era troppo piccolo per rendersi conto della tragedia. Nel 2005, a dodici anni, attraversando al tramonto in compagnia di sua madre quello stesso ponte ricostruito, dopo l’audizione per la SM Entertainment, si rese conto che la sua vita non sarebbe stata più la stessa. Quel rinnovato collegamento stradale che unisce il distretto di Seongdong con quello più eclettico di Gangnam è un ricordo vivido nella mente di Lee che di lì a poco sarebbe diventato uno dei cinque membri degli SHINee.

È raro che un artista del calibro di TAEMIN, The Idol’s Idol, si apra senza remore nel corso di un’intervista. Invece, i suoi occhi si illuminano davanti alla camera quando torna con la memoria ai giorni da trainee, all’allenamento assiduo, ai pasti saltati e alle camminate alle quattro di mattina per tornare in dormitorio con i compagni (e amici) di band. «Ero così determinato perché volevo avere successo e volevo sopravvivere a tutti i costi. Adesso mi guardo più attorno. Al me stesso di allora direi che essere un artista non vuol dire solo allenarsi, esibirsi e cantare» racconta. Senza paura di affrontare temi delicati come quello della salute mentale della quale si prende cura prendendo alla lettera la massima latina di Giovenale Mens Sana in Corpore Sano.

Photographer : PARK JISOO
Hair : KIM MIN YOUNG, KIM GYU RI (Assistant)
Styling : MOON HYUNG WOOK, HAN SEUNG AH (Assistant)
Makeup : HYUN YUN SU

Oggi TAEMIN si appresta ad attraversare un altro ponte della sua vita artistica e personale. Dopo lo show sold out di Las Vegas dello scorso gennaio, l’artista coreano si esibirà da solista per la prima volta al Coachella. Un’occasione che lo stimola e lo preoccupa allo stesso tempo: «Ho capito che la comunicazione con il pubblico è fondamentale. È un fattore chiave, soprattutto quando tanti non ti conoscono». Ad aprile porterà sul palco anche dei brani nuovi, scritti tra Corea e Stati Uniti, ai quali sta lavorando da tempo.

Un ruolo centrale ce l’avrà ovviamente ancora la danza: la sua passione primaria. «Ero un bambino molto introverso e il ballo mi ha aiutato a esprimermi attraverso il corpo. Mi ha svegliato in pratica». Anche per questo motivo ogni brano mette in luce una sua diversa versione, frutto del lavoro con vari coreografi dai quali ha assorbito sfumature e colori, tra cui anche Kasper con cui ci ha rivela di aver collaborato per uno dei prossimi inediti, ma rendendolo sempre riconoscibile. Ogni volta è un nuovo TAEMIN.

L’intervista a TAEMIN

Come ti stai preparando al tuo debutto al Coachella Festival?

Sono molto gasato al momento. Mi sto preparando su ogni dettaglio. Sto lavorando alla scaletta, mi sto esercitando sui nuovi brani, ma sto anche curando tutta la parte che riguarda l’organizzazione dello show. Dai componenti del palco, alle scenografie e sto cercando anche i ballerini adatti per le coreografie.

Qual è la parte più complicata?

Spesso capita di chiedermi se non mi stia ripetendo o mostrando qualcosa di troppo simile. Voglio sempre proporre qualcosa di nuovo, un punto distintivo che le persone possano ricordare e imitare. Allo stesso tempo però deve rappresentarmi, rispettare la mia identità e deve essere qualcosa che il pubblico si aspetta da me. La cosa più difficile è trovare un equilibrio tra queste due tendenze. È molto impegnativo.

Cosa ti affascina e cosa ti preoccupa maggiormente di un palco come quello del Coachella?

Credo che degli spettatori presenti al Coachella, in molti non mi conoscano bene. Quindi mi sto chiedendo in continuazione quale sia il modo migliore per poter mostrare in maniera convincente il tipo di artista che sono. La reazione del pubblico dal vivo è molto importante. Allo stesso tempo tanti guarderanno lo show via streaming, anzi, in termini numerici saranno molti di più. Non posso trascurare anche quell’aspetto. Il mio desiderio è di preparare la migliore performance possibile, che possa essere apprezzata sia dal pubblico dal vivo che da quello online. Pure se tutto questo mi crea un po’ di tensione, più ci penso e più ho voglia di prepararmi nel miglior modo.

Ti sei esibito diverse volte negli Stati Uniti. Cosa ti porti dietro da tutte queste esperienze?

Una cosa che ho capito è che la comunicazione con il pubblico è fondamentale. È un fattore chiave. Negli Stati Uniti, per esempio a Las Vegas, il pubblico guarda e ascolta la performance in modo molto attento e concentrato. Questa volta però vorrei creare anche dei momenti in cui i fan possano divertirsi insieme a me e non solo osservare.

Quali sono le differenze tra esibirsi sul palco con la band ed esibirsi da solista?

La pressione è maggiore quando sono da solo sul palco. Come posso spiegarlo? Tutti gli occhi sono su di me e devo trasmettere chiaramente ciò che voglio mostrare. È stressante, sono molto nervoso, ma la sensazione di catarsi nel riuscire a realizzare una buona performance è enorme. Quando ti esibisci in un gruppo è invece davvero divertente sentire l’intesa con gli altri membri. Balli e incroci lo sguardo dei compagni, ti muovi fianco a fianco. Credo che sia molto rassicurante e anche una forma di sostegno. Provi anche una certa gioia nell’essere sul palco e nel condividerle certe emozioni. Come gli animali che vivono in branco, anche nella band si genera un senso di stabilità e conforto.

Hai detto che stai scrivendo nuova musica. A che punto sei e cosa dobbiamo aspettarci?

Sto incontrando e collaborando con molti produttori e compositori. Ho scritto dei brani in Corea, poi mi sono spostato negli Stati Uniti per lavorare ad altre canzoni conoscendo ancora più persone, tant’è che al momento ho una grande quantità di brani. In America, ho notato che gli autori si concentrano molto sulla storia personale. Vogliono capire cosa senti e cosa vuoi esprimere. Questo processo è stato molto interessante perché mi ha portato a scrivere canzoni dove parlo delle mie esperienze, dei miei pensieri e delle mie emozioni. Ora sono nella fase in cui devo decidere la direzione da prendere e quali pubblicare per prime. Nel prossimo album di sicuro vedrete nuove sfumature e un TAEMIN diverso.

Attraverso la danza, hai sempre cercato di superare i confini, esplorando la mascolinità, la femminilità e tutte le loro sfumature. In che modo il ballo ti ha aiutato a conoscere te stesso nel corso degli anni?

Mi sono sempre lasciato ispirare dai coreografi e dalle coreografe con cui ho collaborato. Mi vengono in mente Sugawara Koharu, con cui ho lavorato in MOVE, Ian Eastwood, che ha curato il mio debutto solista Danger oppure Kasper con cui sto collaborando per un nuovo brano. Entrando in contatto con artisti diversi, ho assorbito i loro colori e col tempo tutto questo si è fuso nel mio. In generale però non cerco di dare una definizione al mio modo di ballare né di tenere conto dei generi. Io semplicemente danzo e sono le persone a dire: “Questo è lo stile di TAEMIN”. Mi limito a esprimermi, lascio che sia il pubblico a interpretare.

Ricordi quale è stato il tuo primo “incontro” con la danza?

Avrò avuto forse dieci anni e rimasi scioccato da Smooth Criminal di Michael Jackson. Ricordo che in giardino provavo e riprovavo il celebre “lean” (la mossa in cui si inclina in avanti, n.d.r.) appoggiandomi all’altalena. Credo che quella sia stata la prima volta che ho imitato e riprodotto una coreografia. Ero un bambino molto introverso e il ballo mi ha aiutato a esprimermi attraverso il corpo. Mi ha svegliato in pratica.

E invece, c’è stato un momento specifico nella tua infanzia in cui hai pensato: “Ok, la danza e lo spettacolo sono la mia strada”?

Fu dopo la prima audizione. Avevo dodici anni e ricordo che tornando a casa con mia madre, attraversando il ponte Seongsu di Seoul al tramonto, con un clima bellissimo, provai una sensazione quasi magica. Pensai: “Sì, diventerò un cantante”. In quel momento esatto sentii chiaramente che la mia vita stava prendendo una direzione precisa.

Hai debuttato due anni dopo come maknae degli SHINee. Che ricordi hai di quel periodo?

Ricordo i jeans skinny colorati (ride, n.d.r.) e il dormitorio. C’è una storia nello specifico che mi viene in mente. Era gennaio, e noi avremmo debuttato il maggio successivo, e in quel periodo facevamo le prove fino all’alba. Una notte, verso le 4 o 5 del mattino, tornammo al dormitorio che distava circa quindici minuti a piedi, e accorgemmo di aver dimenticato la chiave in sala prove. Faceva un freddo terribile e fummo costretti a tornare indietro. Quei momenti difficili condivisi e superati insieme agli altri compagni li porto nel cuore.

Quanto sei cambiato rispetto ad allora?

Da trainee ero molto agguerrito e cercavo di dare il massimo in tutto. Saltavo i pasti e non mangiavo perché credevo che fosse tempo perso sottratto all’allenamento. Ero così determinato perché volevo avere successo e volevo sopravvivere a tutti i costi. Anche dopo il debutto, non ho trascurato questo tipo di training e per qualche tempo ho vissuto così. Ora desidero ancora avere un certo riconoscimento, ma mi guardo anche più attorno. Mi importa delle persone con cui lavoro, dello staff. Mi piace condividere i piccoli momenti e i successi insieme.

Come ti prendi cura della tua salute mentale?

Un tempo mi dicevano tutti: “Parla con chi ti sta vicino, condividi i tuoi pensieri e le tue preoccupazioni”. Pensavo che fosse giusto, ma ora mi pongo dei limiti perché le persone potrebbero usarle come un punto debole. Per esempio, se decido di condividere la mia felicità, alcuni potrebbero provare invidia. Quindi oggi cerco di mettere da parte i miei pensieri e mi concentro sul mio tempo libero. È scientificamente provato che per la salute mentale l’esercizio fisico è un beneficio. Camminare o correre, non solo stimola i muscoli, ma favorisce anche il recupero del cervello.

Pensi che l’industria K-pop abbia compiuto i progressi necessari rispetto al passato in termini di attenzione alla salute mentale degli artisti?

Sebbene non ci siano carenze significative nei sistemi o nell’assistenza dedicata alla salute mentale degli artisti, ritengo che la natura stessa della professione, che richiede una costante interazione con molte persone, comporti inevitabilmente momenti di disagio psicologico. Ci sono tanti artisti che entrano a farne parte e che subiscono attacchi psicologici, commenti negativi e falsità sul loro conto. Tutte cose che vorresti chiarire e condividere, ma spesso rischi di peggiorare solo la situazione e la frustrazione che ne deriva. Spero che si possa affermare sempre più una cultura in cui gli artisti si sentano in grado di esprimersi con maggiore sincerità e comunicare con maggiore trasparenza.

Quando hai iniziato, avresti mai immaginato che il K-pop avrebbe raggiunto questo livello di popolarità globale?

Non pensavo molto in termini di K-pop e di successo globale del genere. Ricordo che ascoltavo i Bon Jovi e i Metallica. Li vedevo esibirsi davanti a un pubblico vastissimo e desideravo un giorno riuscire ad attirare delle folle così grandi come quelle band straniere famosissime.

Oggi che sei definito Idol’s Idol come vivi il rapporto con il successo?

Essere riconosciuto per strada è un onore, ma per me la vera fama significa essere rispettato nel proprio campo. Diventare qualcuno che viene riconosciuto per il proprio valore e che può essere considerato un modello per gli altri. Questo, per me, è il vero significato del successo.

Se avessi la possibilità di parlare con te stesso bambino, cosa gli diresti oggi?

Come prima cosa gli direi di essere sicuro e di avere fiducia in ciò che pensa. È bene ascoltare ciò che dicono gli altri, ma senza lasciarsi confondere o scoraggiare. Basta pensare al sistema di training. Ogni compagnia ha il proprio metodo. Ma questo non vuol dire che se ti viene detto che il tuo stile di ballo è sbagliato quella sia la verità assoluta. Da piccolo a volte mi fermavo e riflettevo prima di esprimere un’opinione, meditavo tra me e me: “Posso davvero chiedere questa cosa?”. Non è un buon atteggiamento. Quindi gli direi di non esitare nell’essere onesto e nell’esprimere se stesso. E poi c’è un’ultima cosa che riguarda il mio debutto.

Cioè?

Quando debutti che sei così piccolo entri subito nel mondo degli adulti. Oggi a volte mi chiedo se forse ho qualche carenza non avendo avuto un’infanzia normale. Sai, correre in giro con gli amici, giocare con loro a calcio o a basket, uscire a mangiare. E forse quell’esperienze avrebbero potuto aiutarmi e rendermi diverso. Per cui direi al piccolo TAEMIN che essere un artista non vuol dire solo allenarsi, esibirsi e cantare. Gli direi: “Aspetta un attimo”.

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