Tredici Pietro e il coraggio di guardare su: «Mi sentivo un impostore, ora non mi interessano i soldi, ma solo vivere»
Un anno e mezzo fatto di alti e bassi ha spinto l’artista bolognese a scrivere il suo disco più intimo e oscuro. “NON GUARDARE GIÙ”, in uscita venerdì 4 aprile, viaggia tra incertezze, ritmi trap, R&B e un’inedita vena cantautorale. Un titolo che è ormai un mantra per Pietro, con cui si può parlare di tutto

Foto di Riccardo Montanari
Abbassare lo sguardo può essere un meccanismo di autodifesa. Un modo per evitare di rimanere intrappolati nel rincorrersi di ragionamenti che sai già che non porteranno a nulla. E allora, come chi soffre di vertigini, ti imponi di non guardare giù per istinto di autoconservazione e perché tanto la morte prima o poi arriva per tutti. Pietro se n’è reso conto un anno e mezzo fa, alla fine di una relazione lunga sette anni che l’ha svuotato, uscendo da un periodo buio. Passo dopo passo, grazie alla terapia e alla scrittura tra Milano e Bologna, è riuscito a vedere un po’ di luce vomitando l’oscurità nei nuovi pezzi. Ne è nato NON GUARDARE GIÙ, un disco in cui Tredici Pietro, tra brani hip hop più classici, R&B e spunti cantautorali inediti, dà spazio agli up & down – come li definisce lui durante l’intervista – dell’esistenza.
Gran parte dell’incertezza dei ventisette anni di Pietro è racchiusa in tredici pezzi che al primo ascolto lasciano spiazzato chi ha ancora in testa i suoi inizi. Allo stesso modo di come sorprende l’apparente leggerezza con cui non si preoccupa di aprirsi e parlare di qualsiasi argomento. Dalla scena rap troppo ancorata alla legge del soldo, a quel mantra milanese che ripete che «vince chi performa e chi sta male» e che ha rigettato per salvarsi, fino alla sua paura più profonda. E poi c’è quel cognome pesante come un’incudine che l’ha spinto ad andarsene da casa e che oggi sente di riuscire a sostenere meglio rispetto al passato: «Prima mi sentivo un impostore e credevo a ciò che diceva la gente. Adesso quei messaggi sono benzina e mi confermano che sto percorrendo la strada giusta» spiega.
Mentre sorride, si aggiusta gli occhiali e parla del suo disco, Tredici Pietro tiene fede al suo nuovo diktat e non abbassa mai lo sguardo. Anche a costo di far scorgere a chi gli sta difronte la sua fragilità. È questa la grande rivoluzione, o quella che al momento sembra più a portata di mano, dato che la società, l’Europa sfaldata e i morti a Gaza lasciano solo una sensazione di impotenza. «Qui nessuno guarda su» canta Pietro sul finire della titletrack alla Yung Lean, un beat trap che si colora di melodia elettronica sintetizzata, che apre il disco. NON GUARDARE GIÙ è anche la consapevolezza di andare controcorrente, fregarsene e ricordarsi di vivere.
L’intervista a Tredici Pietro
L’anno scorso ti avevamo lasciato sul lettino d’ospedale con Big Panorama e seduto da solo, con lo sguardo perso, nell’ultima scena del videoclip di High. Oggi ti ritroviamo con morire e la Passacaglia della Vita. Nel mezzo cosa c’è stato?
Questo è un ordine sensato devo dire, anche se in realtà quei due pezzi li ho scritti nello stesso periodo nel quale ho concepito quelli del nuovo disco. Sono stati due anni complicati, ma anche pieni di liberazioni. Il primo, in particolare, è stato il più difficile ed è quello che ha ispirato i pezzi più scuri: ricco di fragilità, debolezza e più depressivo. Il secondo è stato quello delle risposte e una canzone come morire, con la Passacaglia, è un rifiuto della negatività e una celebrazione della vita. Un modo per dire: “fanculo, bisogna vivere, perché si muore comunque”.
La morte, quindi, è più una paura o una spinta alla creatività?
Ho il terrore della morte. Uno dei significati di NON GUARDARE GIÙ è cambiare la prospettiva che si ha nei suoi confronti. Spesso diamo un peso eccessivo alle nostre scelte e alle azioni, come se fossimo immortali, e invece la morte è l’unico destino scritto. Nel dare tutta questa importanza alle cose si rischia poi di finire a deprimersi o illudersi. La vita può essere bella, molto brutta, ha i suoi up & down, ma se ci si ferma a cercare il senso di ciò che accade, in realtà tutto perde significato perché quella stessa centralità che tu gli dai non esiste. Il periodo di cui parlo nell’album mi ha aiutato a capire che l’importante è avere chiara in testa questa cosa. Non bisogna fermarsi a razionalizzare, piuttosto esprimere e buttare fuori. Senza guardare giù.
NON GUARDARE GIÙ è ambientato a Milano che descrivi più volte come la “città del male”. Come mai?
Gran parte del disco è stata scritta lì, qualcosa mentre ero a casa a Bologna. Parto col dire che io mi sono trasferito non per fare musica, ma per amore. Col tempo mi sono fatto fregare da tutti i simboli che la città ti propina: “Qui vince chi ostenta, chi performa e chi non ha tempo per vivere”. Sembra che vinca chi non sta bene. Io mi sono sentito non al livello ed ero convinto che Milano fosse meglio di me. Invece, è tutta una gran fregatura. Forse non dovevo allontanarmi troppo da casa. Farlo mi ha fatto sentire uno sfigato. Chi era primo in classifica era figo e io no. Il punto è che io voglio essere primo con i miei valori, non con quelli di qualcun altro. Però Milano non è cattiva, al massimo lo è stata con me per colpa mia, perché mi sono fatto troppo piccolo.
Per questo motivo hai scelto di chiudere il disco in Umbria?
Diciamo che le tracce erano già pronte, anche i testi e le musiche. Ho voluto riarrangiare i pezzi in un luogo diverso con le cinque persone con le quali ho lavorato maggiormente in questo anno e mezzo e con cui inevitabilmente ho anche legato di più a livello umano.
I soldi sono uno dei simboli di Milano di cui parlavi prima. In verità dici che ne hai capito il valore grazie a tuo padre e poi in $OLDI, DENARO, MONETA CA££££HH, a dispetto del titolo, critichi tutto il sistema. Che rapporto hai con la ricchezza?
Contrastante. In quel pezzo mi guardo intorno, parlo di guerra tra poveri, di Stati Uniti e Russia senza sapere che un anno dopo sarebbe accaduto davvero. Ciò che vedo è che “tocca” pensare sempre ai soldi. È l’unico modo per non avere preoccupazioni, emanciparsi, allievare l’esistenza e vivere nell’illusione. Io stesso mi ritrovo spesso incastrato in questo gioco, perché sembrano l’antidoto. Eppure, è una visione fallace. Si finisce a vivere per i soldi. C’è chi uccide per farli, chi vende le armi. Però alla fine di tutto chi è ricco è potente ed è considerato un “grande”.
La musica va verso questa direzione, soprattutto nel mio genere, si accetta questa cosa. Io cerco di non farmi trascinare perché il rischio è che non esista più il giusto e lo sbagliato, ma solo il ricco e il povero. Non voglio essere parte del sistema che dà ragione solo a chi fa i soldi, perché magari uno ha anche scelto di non farli.
Nel pezzo usi una metafora azzeccata per il denaro: la malattia e la medicina sono la stessa cosa.
Il sistema in generale spesso funziona così. Prima alza l’asticella, ti fa sentire inadeguato, ti deprime e poi ti offre lo Xanax. Io non ci sto, piuttosto torno con i miei ragazzi sull’Appennino a fare la pasta. A volte sembra l’unica alternativa per non pensare ai soldi.
L’amore ti ha portato a Milano e ne parli in vari modi nel disco. C’è un lato più oscuro e poi quello più universale e positivo che canti con IRBIS in Serve amore. Senti di aver bisogno d’amore?
Beh sì. Gran parte di questo album parla della mia storia con una ragazza durata sette anni, praticamente un matrimonio. Una relazione molto pesante che ha inevitabilmente lasciato strascichi. Non posso dirti di cosa ho bisogno né come vorrei vivere l’amore, ma nel disco racconto com’è andata finora.
Mi ha molto colpito ciò che racconti in SEMPREtardi. Mi ha ricordato alcune scene di Breaking Bad tra Jesse e Jane.
Grazie a Dio non siamo mai arrivati a quel livello, però, ripensando a quella seconda stagione, devo dire che alcune cose combaciano. C’era il Covid e passavamo davvero il giorno chiusi in casa, poi c’è stato tutto il post pandemia. Non mi sono trattenuto e ho raccontato tutto a pieno, anche cose molto specifiche. Ovviamente lei sa tutto, ha ascoltato il disco e ha approvato che lo facessi. Scrivere quel testo mi ha aiutato ed è stato terapeutico. In senso metaforico, ovvio, la terapia è un’altra cosa.
NASKA ha raccontato che all’inizio aveva paura di andare dallo psicologo perché temeva di perdere l’ispirazione. Tu invece?
Io la pensavo esattamente allo stesso modo. Credevo di aver bisogno di stare male per scrivere. E invece è una cagata pazzesca. La terapia mi ha aiutato e mi ha aperto molte più finestre anche nella scrittura. È stata una doppia vittoria. Adesso c’è da portare avanti la battaglia.
Cioè?
Deve diventare accessibile a tutti. Perché finché ne parlo io, che sono un privilegiato e posso permettermelo, cambia poco. Dal mio punto di vista è facile dire: “Andate dallo psicologo”. La realtà è che molti vorrebbero ma non possono perché costa troppo e non riescono. Per esempio, il bonus è un piccolo passo avanti, ma già nella parola “bonus” c’è un errore di fondo. Lo psicologo è un medico come tutti gli altri e quindi, per esempio, dovrebbe essere messo sullo stesso piano di quello di base.
In morire parli dell’odio ricevuto e in respirare dici: «Il peso del mio nome è un’incudine». Le pressioni sono più un ostacolo o un carburante?
Entrambe le cose. L’odio mi ha tirato giù in determinati momenti. Prima leggevo i messaggi e davo ragione a chi mi dava del cretino. Mi sentivo un impostore, mi sembrava di non meritare quello che avevo conquistato e che fosse tutto una conseguenza dell’essere figlio di. Oggi ho più consapevolezza e l’hating nei miei confronti è un fuoco che mi stimola. Anzi, mi fa capire che sto facendo la cosa giusta. Sto cercando di rimanere saldo sulle mie gambe, sempre di più, provando anche ad allargare i miei confini.
Questo disco, infatti, mostra dei tuoi lati inediti anche a livello musicale. Penso al sound R&B o allo stile cantautorale di verità. Vedremo sempre di più questo Tredici Pietro?
Non lo so, sicuramente l’ho sbloccato ed è una cosa bella quando si aggiungono delle sfumature nuove. Quello che sarà il prossimo disco è già in attuazione, ho già il concept chiaro in testa, ma a livello di stile non so la direzione che prenderà. Mi piace lasciare che sia il senso delle cose a prevalere sulla musica. Il sound deve accompagnare le mie parole e deve adattarsi al testo. Per esempio, se parlo di una ragazza che mi piace scelgo una base drum ‘n’ bass, ma non parto con l’idea di scrivere un pezzo drum ‘n’ bass. Secondo me, in questo continuo mescolio di generi, in questa costante urbanizzazione dell’urban, la musica deve essere in funzione della storia e non il contrario.
Se guardi giù…cosa ti fa più paura?
(Rimane in silenzio per qualche secondo e sospira n.d.r.) Rimanere solo. Finire da solo.