Interviste

Il lungo viaggio di Yann Tiersen: «La mia musica per concentrarsi, rilassarsi e uscire a lottare per un mondo migliore»

L’artista francese ci ha parlato del suo rapporto con il pianoforte, con la politica e l’attivismo e dell’ultimo album “Rathlin from a Distance | The Liquid Hour” che porterà dal vivo alle OGR di Torino il 7 marzo

  • Il10 Febbraio 2026
Il lungo viaggio di Yann Tiersen: «La mia musica per concentrarsi, rilassarsi e uscire a lottare per un mondo migliore»

Foto di Aurélie Scouarnec

Nella musica di Yann Tiersen il viaggio è sempre stato una fonte di ispirazione oltre che la modalità attraverso cui ciò che scrive prende forma. Lo è stato con il tour in barca che lo ha portato dall’Irlanda alle Isole Faroe, passando per Shetland, le Orcadi, Inverness e il Caledonian Canal. Una serie di concerti ed esperienze da cui è nato un album bipartito: Rathlin from a Distance | The Liquid Hour. Un disco costruito in due sezioni che, come per i lati di un vinile, può essere ascoltato in qualsiasi ordine. C’è una parte più riflessiva e rilassante con solo pianoforte e una seconda sezione elettronica che l’artista francese definisce come una sorta di chiamata all’azione.

Il mondo presente, con le sue storture e i suoi tragici eventi, è stato il punto di partenza per Yann che, seppur con un leggero pessimismo, crede ancora nel potere dell’arte di influenzare e cambiare le cose. Lo dimostra, per esempio, la sua partecipazione all’evento Together for Palestine di Parigi dello scorso inverno. Il prossimo mese il musicista porterà il suo tour in Italia per due appuntamenti: il 6 marzo a Roncade (TB) e il 7 marzo alle OGR Torino. Con la nostra chiacchierata siamo partiti proprio da lì, dai live e da come il suo ultimo progetto prenderà vita sul palco.

L’intervista a Yann Tiersen

Ho visto alcuni video del tour. Quanto è stato difficile riunire le due anime in un concerto dal vivo e cosa possiamo aspettarci dalle vostre prossime esibizioni live?
In realtà è stato piuttosto naturale per cui nemmeno troppo difficile. Ho pensato di dividerlo in due parti come l’album. C’è la parte pianistica e poi quella elettronica, su cui ho lavorato molto. Ho dovuto cambiare alcune versioni, lavorando con i campioni per rendere il tutto più vivo e più aperto agli imprevisti e alle improvvisazioni. 

Quando hai deciso che Rathlin from a Distance | The Liquid Hour sarebbe stato un disco con due sezioni così diverse e complementari?
Durante il tour precedente avevo in programma un concerto a Cork. Avrei dovuto suonare il pianoforte perché era in una chiesa, ma il promotore mi ha detto: “Potresti anche inserire dei brani elettronici se vuoi” e così ho fatto. Ho subito capito che il contrasto fosse ottimo in termini di energia. Da lì ho avuto l’idea di fare una cosa simile per il disco che avevo sempre pensato come il mio ultimo album di pianoforte.

Come mai?
Penso che il pianoforte sia uno strumento piuttosto noioso, molto rigido e occidentale. Nella mia carriera questo è il terzo disco, dopo Eusa e Kerber, con una parte con solo piano. Per cui penso che possa bastare.

C’è un altro strumento in particolare che ti ispira in questo momento?
Mi interessano di più le texture e ultimamente ho lavorato molto con i sintetizzatori e i synth modulari. Sono sempre alla ricerca di cose nuove e di cambiamenti. Ora mi interesso di più ai computer.

A Parigi ti sei esibito con Kae Tempest. Quando l’ho intervistato mi ha raccontato che il momento in cui scrive musica o poesia per lui è come viaggiare nel tempo e ritrovare il se stesso bambino. È lo stesso per te, per esempio quando ti trovi davanti a un nuovo strumento?
È divertente che abbia detto questo. Per me fare musica è come tornare nella mia stanza. Quindi sicuramente c’è qualcosa che ha a che fare con l’infanzia. Un luogo sicuro dove poter essere me stesso, divertirmi e giocare. Scrivere è un conforto oltre che un modo attraverso cui conoscermi meglio.  

Ci sono due versioni dell’album in digitale con due ordini diversi. C’è uno dei due che preferisci?
Non proprio. Una scelta del genere è stata fatta perché io li intendo proprio come due dischi che fanno parte dello stesso insieme. Come nel vinile, puoi cambiare lato. E con l’etichetta ci siamo resi conto che si poteva ricreare quell’effetto con le piattaforme di streaming inserendo due opzioni.  Ma per me non c’è un ordine prediletto.

Questo album è ispirato dalle brutture del mondo, eppure ascoltandolo riesco a percepire anche molto ottimismo.
Sai le due sezioni rappresentano le due anime del disco. Da un lato l’identità e la meditazione per trovare il mio vero io, dall’altro una parte legata all’attualità, alla politica. L’ho pensata come un’ipotetica colonna sonora di una protesta. In sostanza, l’album è come concentrarsi, rilassarsi e uscire a combattere.

A tal proposito, ti sei sempre esposto sulla questione palestinese, anche in tempi non sospetti. Hai partecipato al Together for Palestine a Parigi. Vedere così tanti artisti coinvolti in eventi come quello ti ha infuso speranza?
È davvero complicato. Penso che tutti ne siano consapevoli. Nessuno sta realmente riuscendo a cambiare nulla al riguardo. Il cessate il fuoco è solo sulla carta. È soprattutto una questione politica e spesso i governi esercitano pressioni: è importante non fermare la mobilitazione e questi eventi. Sono l’unica possibile soluzione che abbiamo. 

Hai intitolato il disco come un’isola nel nord dell’Irlanda. Gli altri brani prendono il nome da luoghi diversi, perché quel posto è così speciale?
Perché è stata una meta simbolica. Da Ballycastle in Irlanda dovevamo partire per le Isole Faroe, la nostra tappa preferita del tour dove ci saremmo incontrati con altri membri con cui suoniamo insieme da tempo. E poi lì, durante l’estate, c’è un festival davvero fantastico chiamato G Festival. Avremmo dovuto però fermarci nelle Aberdeens scozzesi, ma a causa di un’enorme tempesta era meglio proseguire. Così Rathlin è stata l’ultimaterra che abbiamo toccato prima dell’arrivo e l’ultima al ritorno. È un luogo selvaggio in cui la natura ha il sopravvento. Per noi è stato come uscire e rientrare da un mondo in cui gli insediamenti umani sono scarsissimi.

I viaggi hanno sempre ispirato la tua musica, ma riesci a comporre mentre sei in movimento o rielabori i tuoi ricordi una volta tornato?
Di solito non riesco. Mi porto spesso dietro la chitarra o i microfoni ma poi non faccio nulla. Nel corso dell’ultimo tour in barca invece sono riuscito a scrivere qualcosa; quindi, Pensi che la musica non possa cambiare il mondo oggi?

Pensi che la musica possa cambiare il mondo oggi?
Penso che sia un po’ pretenzioso quando gli artisti dicono: “Sì, possiamo fare qualcosa”. Detto questo, credo che al giorno d’oggi sia così, specialmente con la post-verità, le fake news, la manipolazione e il fascismo ovunque, sia sempre più importante combattere, parlare e impegnarsi. La politica rimane la cosa principale, insieme all’attivismo e ai media indipendenti. In Francia ne abbiamo alcuni che sono davvero bravi e vivono grazie ai finanziamenti del pubblico che li segue. Al momento è fondamentale concentrarsi su qualsiasi cosa possa cambiare lo status quo.

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