Dentro l’Audiocassetto di Giuliano Dottori
Il cantautore e produttore racconta il progetto lanciato su Substack e Bandcamp: ogni settimana una canzone registrata su cassetta, per riscoprire la bellezza dell’imperfezione e fuggire dall’algoritmo
Foto di Nicola Cordì
Un paio di mesi fa ho compiuto 50 anni, il che mi ha fatto comprendere, una volta di più, che sono a tutti gli effetti un uomo del secolo scorso. Quando ho cominciato a fare musica, insieme a mio fratello, usare le cassette era all’ordine del giorno. Chiunque sia nato negli anni ’70 ha avuto – a un certo punto della propria vita – un Walkman. Da ragazzini facevamo degli accrocchi piuttosto ingegnosi. Si registrava una base su una cassetta, la cassetta veniva infilata in un Walkman e passata dentro un vecchio mixer Teac, sul quale suonavamo sopra chitarra e tastiera. Il tutto finiva poi su un’altra cassetta. Qualità scarsa, anche se il vero limite, forse, non era l’attrezzatura: eravamo noi.
Nel 2019, mentre producevo insieme a Matteo Cantaluppi la mia L’albero dei Sogni, parlammo a lungo di tecniche analogiche. Matteo è uno che ne sa e, a un certo punto, quasi dal nulla, mi disse: «Potresti registrare un disco su cassetta. In Inghilterra c’è già qualcuno che l’ha fatto». Da lì è iniziata una storia piuttosto semplice da raccontare, ma meno semplice da realizzare.
Trovo su eBay un Tascam Portastudio 244 per duecento euro. In teoria è funzionante. Nella pratica, ovviamente, no. È una macchina del 1982, uno dei primi Portastudio a quattro piste pensati per permettere ai musicisti di registrare a casa propria. Per la cronaca, il modello precedente, il Tascam 144, è quello che Bruce Springsteen utilizzò per le registrazioni casalinghe di Nebraska.
Tra il 2020 e il 2025 il mio 244 passa per le mani di tre diversi tecnici specializzati. Il problema principale è trovare i pezzi di ricambio, ma alla fine, per fortuna, non è una macchina particolarmente costosa da riparare. Nel giugno del 2025, finalmente, me lo riprendo. Ed è una meraviglia, non solo per il lato nostalgico che ovviamente deflagra dentro di me.
La cosa che mi conquista davvero, dopo un centinaio di dischi prodotti nel mio studio, è la totale assenza di controllo. Non ci sono computer né plugin, non puoi sistemare una traccia dopo averla registrata o spostare una parola perché è entrata in anticipo. Non puoi intonare la voce o ascoltare cento versioni diverse dello stesso arrangiamento prima di decidere quale tenere. Sembra una limitazione enorme e invece, almeno per me, diventa una specie di liberazione, perché avere così poche possibilità ti costringe ad aguzzare l’ingegno. Devi decidere prima, devi ascoltare meglio, devi capire cosa serve davvero a una canzone e cosa invece stai aggiungendo soltanto perché puoi farlo. E poi c’è il suono. Sarà anche fascinazione, non lo escludo, ma è diverso. Più morbido, più sfumato, meno preciso, più sporco e con meno volume.

A gennaio di quest’anno ho deciso di trasformare questa esperienza in un progetto vero e proprio: Audiocassetto, una canzone alla settimana, registrata su nastro. Ora sono arrivato alla trentanovesima settimana. Sono soprattutto cover, ma ogni tanto registro un pezzo mio. Nell’ultimo periodo ho cominciato anche a fare qualche duetto, perché mi piace l’idea di passare due ore con un altro artista e metterci insieme a giocare con una canzone. Sempre bello cogliere lo stupore negli occhi di un altro: “Ma quindi davvero devo fare tutta la take dall’inizio alla fine e non si può correggere niente?”.
Il progetto Audiocassetto esce esclusivamente su Substack. Poi ogni otto settimane raccolgo le registrazioni e le pubblico anche su Bandcamp.
Ma Audiocassetto, in realtà, non nasce soltanto dalla fascinazione per una macchina del 1982. Da alcuni anni vivo una fase di forte critica nei confronti del modo in cui oggi funziona il mondo della musica. Dalla distribuzione delle royalties dello streaming alla necessità, sempre più evidente, di trasformare qualsiasi musicista in un content creator. Non basta più fare musica: bisogna raccontarla, promuoverla, fotografarla, filmarla, misurarla, alimentare continuamente l’algoritmo che dovrebbe permetterle di arrivare a qualcuno. È un meccanismo che conosco bene e al quale, in qualche modo, ho partecipato anch’io.
Audiocassetto è una cosa molto piccola rispetto a tutto questo. Non cambierà il modo in cui funziona l’industria musicale e non salverà la musica dall’algoritmo. Però mi ha permesso di tornare a una cosa che avevo quasi dimenticato: fare una canzone e poi lasciarla andare. Senza correggerla all’infinito, senza usare i trucchi del produttore, senza chiedermi come funzionerà su Spotify, senza guardare i numeri. Accettando, banalmente, le imperfezioni e i miei limiti.
Una canzone, quattro piste, un nastro. E una domanda: ha ancora senso fare musica oggi? Non ho una risposta. So solo che quando premo “Rec” e il nastro comincia a girare, per quattro minuti la domanda smette di interessarmi.

