Musica

DADA’ racconta il nuovo album “Viscera” traccia per traccia

Dopo “Core in Fabula” del 2025, l’artista partenopea continua il suo viaggio nel mondo delle fiabe nel disco uscito oggi, venerdì 30 ottobre

  • Il30 Ottobre 2026
DADA’ racconta il nuovo album “Viscera” traccia per traccia

Esce oggi (venerdì 30 ottobre) Viscera, il nuovo album della poliedrica cantautrice DADA’. L’artista continua il suo viaggio nel mondo delle fiabe, iniziato con Core in Fabula del 2025, sotto una luce differente: normalmente utilizzati come espediente per far addormentare i bambini, in questo caso i racconti diventano uno strumento per svegliare l’ascoltatore, rendendolo consapevole di se stesso, del proprio dolore e delle proprie emozioni, per iniziare così un autentico percorso di guarigione.

DADA’ affonda le mani nelle sue stesse viscere e per farlo si rende pecora nera, come raffigurato nel disegno di copertina dell’illustratore El Nigro. Dolore, rabbia, disillusione, sentimenti da sempre celati e giudicati dalla società, qui diventano forza salvifica e motore psichico dell’autoaffermazione. La narrazione – come lei stessa afferma – “si incattivisce quanto basta per essere visti e per difendersi”. Figura la riappropriazione del proprio corpo, della propria sensualità ma anche dei propri desideri interiori, opponendosi alla tendenza sociale di conformarsi a un gruppo.

Gli otto brani che compongono l’album sono prodotti dalla stessa DADA’ insieme ai Retrohandz e a Fato W. Saranno anche parte della colonna sonora dello spettacolo teatrale e musicale Le fiabe di donna Ruvia, che andrà in scena sabato 14 novembre alle ore 21:00 e domenica 15 novembre alle ore 18:00 al Teatro Trianon Viviani di Napoli.

Il track by track di Viscera di DADA’

Mela Wela

Il singolo che ha anticipato l’album è un brano a cui sono molto legata, mi piace da impazzire. Nasce da un provino che ho composto qualche anno fa, ha un giro di basso portante e ipnotico che ho lasciato anche nella versione finale e su cui avevo scritto la topline di getto, codificando subito però le parole “Mela Wela”.

Me l’ero quasi dimenticato! Riascoltandolo per caso un annetto fa, mi ha subito portato la visione narrativa della “faccia da strega”, per quello che stavo vivendo e sperimentando nel personale. E poi ho affinato la produzione con i Retrohandz e Fato W, colorando gli ultimi margini con la tromba suonata da Fabio Renzullo. È il primo brano in tracklist perché anticipa e fonde temi ed emozioni trattati nell’album.

Mela Wela è una maga gitana che legge la mia mano e, scoprendo alcune sofferenze, mi ricorda che ho sempre la possibilità di vivere in maniera proattiva la mia responsabilità nel restare o allontanarmi da chi mi “sputa nel cuore” e che la “faccia da strega” a volte serve proprio per tenere testa nelle situazioni che ci fanno del male.

Vurrìa

Una passeggiata sonora, una marcetta triste e malinconica per l’apprensione di non riuscire a rimanere nel cuore di nessuno, la paura di non essere abbastanza amabile. Spesso misuriamo il nostro valore sulla bilancia degli altri, di come ci trattano, del modo in cui scelgono di trattarci e ci striminziamo pur di entrare in forme relazionali che non ci appartengono, perdendo e tradendo noi stessi.

Quando sono rimasta intrappolata in questa dinamica mi sono fatta in mille forme, anche becere, pur di sfiorare l’amore e sentirmi voluta, creduta, importante per qualcuno, parte di un qualcosa che forse sceglievo soltanto io.

Ogni brano dell’album ha un visual di cui sono art director. Per Vurrìa ho voluto rappresentare questo concetto minimale raffigurandomi insieme alla mia ombra.

Mamma Monte

Esplora la rabbia viscerale e la dignità di chi difende la propria terra, i frutti della fatica, i tempi naturali, i pascoli e tutte le risorse vitali dalle aggressioni e le speculazioni esterne. “Ao, ao, ao! Gigante d’a muntagna so’. Ao, ao, ao! Nun me tuccate a Mamma Monte”: la resistenza si trasfigura in una folla di giganti che sbarra il passaggio a protezione della terra madre, evidenziando emotivamente ancora di più il legame generazionale genuino con il proprio territorio e il diritto a viverci senza essere costretti ad abbandonarla, ma con fiera presenza e cura.

La pecora nera, il grano, la rabbia primitiva, la gratitudine diventano insieme atto di resistenza sacra, un boato esterno ed interno per non farsi violare la Vita, sia nel pratico che nel metaforico: “Mio spirito, seguo le stelle, peccato per chi non ci crede”.

Sono molto affezionata al visual di questo brano, che come tutti gli altri è girato a Sanza nel Parco Nazionale del Cilento. Questa immagine che ho portato poi in scena dal vero (senza AI) con l’aiuto del mio team, ma soprattutto di alcuni amici. Mi sono miscelata alle montagne del paesaggio, identificandomi in Mamma Monte e svettando su un cumulo di paglia, a cui si poggia una scala in legno e sotto cui partecipa una pecora nera tosata, spoglia anche essa, come me in questo album, del superfluo, o meglio, esposta.

La Rosellina e le Suore

Nasce come brano chitarra e voce scritto e composto da me alla vecchia maniera: chitarra in braccio e cassa armonica sul cuore. È una fiaba che ci ricorda che tutte le cose e le persone cambiano forma, invecchiano, si modificano, vengono trascurate, ma sfiorire non vuol dire dimenticarsi di esistere o perdere valore, essere meno utili o da isolare.

In un convento dormono ognuna nel suo lettino alcune suore, vecchine, vecchine. Nel buio della notte, però, un lamento interrompe il loro sonno. Cercano ovunque, pensano sia un orfanello che cerca riparo, e invece no… sotto una sedia sporca e malandata si accorgono che c’è una rosellina sfiorita che piange. Le suore si chinano a chiedere alla rosa perché stesse piangendo e lei racconta che a darle così tanto dispiacere è stato il fatto che proprio loro, le suore, l’abbiano usata per abbellire e adornare il convento finché era una rosa giovane e bella ma appena ha cominciato a perdere colore, l’hanno buttata via, come una rosa qualunque, “come altre cento”.

Così una delle suore si toglie il velo e ne fa una culla per accogliere la rosellina ferita tra le braccia e cantarle una ninna nanna in coro, ma soprattutto per chiederle scusa e rimediare al dispiacere dato. Mi ci sono identificata molto. Nella rosellina ho riportato anche la paura di non essere vista e voluta bene anche da parte di persone che ho amato con tutto il mio cuore ma non hanno creduto al mio amore.

Meurt de Peur

Prende vita nella mia vecchia casa a Milano, in una giornata in cui proprio non riuscivo a prendere aria dalla fortissima paura legata agli attacchi di panico e all’ansia generalizzata. Avevo un appuntamento in studio con il mio team per fare una sessione, ero contenta, perché per me la musica è sempre stata l’unica vera migliore amica, ma soprattutto l’unica dimensione in cui io mi interesso a me stessa e a quello che sento, senza pretendere di essere accettata, senza pensare cosa succede fuori le mura insonorizzate, senza voler sapere nulla del mio futuro.

Quel giorno arrivai in studio convinta di non avere né le forze né le competenze abbastanza lucide per poter comporre e scrivere. Invece, come al solito, cominciai scoprendomi la pancia e giocando spasmodicamente con le dita sull’ombelico, quasi come a cercare il centro, la vita, il nodo. Lo faccio sempre.

“A ‘a casa mia me saglie ll’ansia, vedi comm’è brutto a tenè ‘nu core ‘e carne e sentere tutti ‘e dolori ‘mbraccio a mamma, av’ ragione pure Lucia che poi mi passa”: Lucia è mia zia e a suo modo ricordo che quel giorno mi disse che prima o poi sarebbe andata via questa paura, sarebbe passata. Così mi nacque in corpo questa canzone.

Nasco in un Fiore

Questa e Meurt de Peur sono due canzoni che ho scritto in modo scollegato l’una dall’altra, ma le ho accostate in tracklist a simboleggiare la vicinanza tra vita e morte, quest’amalgama continuo che chiunque ha dentro di sé e che nella mia storia personale ha un fortissimo valore simbolico per vissuti intensi.

Rispetto al brano precedente, supero la paura grazie alla tenerezza verso me stessa. Mi dispiaceva per me e incominciavo a nutrire affetto guardandomi da fuori, soprattutto per la mia tenacia, per la mia cieca ostinazione nel voler coccolare, accogliere, trovare una strada sempre, nonostante proprio in quel momento mi sentivo caduta. Per toccarmi con delicatezza scelsi di iniziare la composizione del brano con dei campanellini ariosi, quelli che ora sentite come nastro sonoro portante e da cui si schiude un inno alla perseveranza, alla vita, all’amore.

Mamma Formicona

È una fiaba che parte da dei ricordi di me bambina. Mi incuriosiva seguire la marcia in fila indiana delle formiche, vedere come ognuna contribuisse specificatamente a qualcosa, pur rimanendo insieme, pur portando briciole nel medesimo formicaio. Mia mamma, preventivamente, un giorno disse: “Mi raccomando, non le calpestare. Fai attenzione. Se per sbaglio uccidi una formichina piccolina, poi viene la mamma della formica e ti calpesta pure lei a te”.

Questo momento “folk horror popolare”, con questa immagine molto casalinga, fantasiosa, ma cruda al contempo, mi è rimasto dentro. Così tempo fa scrissi alla chitarra Mamma Formicona, immaginando la collera di questa madre che si vede portare via il figlio formichina, Ciro, da parte di un bambino annoiato.

L’incedere della vita continua: dopo un fuggi fuggi generale, tutto torna in fila indiana. Tranne il cuore di quella madre, colmo di rabbia, ingiustizia e vendetta. In questi anni mi ha fatto spavento il modo in cui con molta leggerezza si possa scalciare via l’altro per sentirsi più avanti, superiori, anche nei dettagli del quotidiano. Non si può sperare in un formicaio funzionante e felice, se non ci si rimpicciolisce a guardare il ruolo e il valore di ogni piccolo suo abitante. Siate gentili.

Taki Taki

Una fiaba nera. Solleticata e ispirata in studio dai suoni dei Retrohandz, ho viaggiato con la fantasia affidandomi alla cosa più viscerale che ci sia: il ritmo. Questo incedere sinuoso, questa danza cadenzata si è impadronita del mio corpo e subito mi si è aperta la visione di un dragone giapponese dormiente, Taki Taki appunto. Il dragone viene risvegliato se i passi degli umani sulla terra si fanno troppo rumorosi, se l’attività umana intrude e disturba troppo un universo che non è soltanto di sua proprietà. E se si sveglia… beh, sono passi di danza per sempre: un percuotere ipnotico non abbandonerà mai più il corpo di chi lo subisce.

Share: