I 5 album fondamentali di John Coltrane (che oggi avrebbe 100 anni)
Nato il 23 settembre 1926 in North Carolina, “Trane” ha cambiato radicalmente il jazz con le sue concezioni modali, con il suo misticismo e la sua predilezione per le musiche orientali
Dettaglio della copertina di "Blue Train" (1957)
Il 23 settembre 1926, esattamente cent’anni fa, nasceva ad Hamlet (North Carolina) John Coltrane, uno dei più grandi sassofonisti di sempre. Insieme a Charlie Parker, Miles Davis e Thelonious Monk, Coltrane ha cambiato radicalmente non solo il volto del jazz ma anche del rock. Quest’ultimo si è ampiamente ispirato, negli anni ’70 e ‘80, alle sue concezioni modali, al suo singolare misticismo e alla sua predilezione per le musiche orientali.
La sua musica di “Trane”, permeata di spiritualità e religiosità, era liberissima, irruenta, versatile, passionale ma, al tempo stesso, assorta, meditativa e ricca di lirismo. I suoi lunghi e imprevedibili assoli esaltavano la sua caratteristica tecnica chiamata dal critico Ira Gitler “sheets of sound”, fogli di suono. Una sorta di flusso di coscienza in cui il suo sassofono sviscerava fino alle estreme possibilità un tema basando la sua improvvisazione, anziché su sequenze armoniche, sui modi, cioè su diversi tipi di scale. Un’ispirazione mutuata dai raga indiani, che si sviluppano per linee orizzontali su un numero ridotto di accordi, a volte anche uno solo.
La spiritualità
Coltrane rilanciò e inventò un nuovo modo di suonare il sax soprano, fino ad allora poco frequentato se si escludono Sidney Bechet, Steve Lacy e Barney Wilen, dandogli una nuova voce, la voce della sua anima, in un’ostinata ricerca degli angoli più remoti dell’ignoto. «Penso che la cosa principale che un musicista debba fare sia dare all’ascoltatore un quadro delle tante cose meravigliose che conosce e sente nell’universo», dichiarò a Down Beat. «Questo è ciò che la musica è per me: una delle maniere di dire che l’universo in cui viviamo, che ci è stato dato, è grande e bello».
Uno dei suoi tratti più caratteristici del musicista di Hamlet è l’alternanza tra il registro alto, quasi un grido disperato, e quello basso, emotivo e sensuale, con pochissimo vibrato. La sua era una ricerca continua, sfibrante e totalizzante. «Si occupava di musica giorno e notte», ha detto sua moglie, la pianista Alice Coltrane. «Anche quando non stava facendo pratica sullo strumento, o componendo, pensava alla musica». John Coltrane è morto di cancro al fegato il 17 luglio 1967, poco più che quarantenne, consegnandoci un lascito artistico di valore incommensurabile.
Vediamo insieme quali sono, tra i tanti, i suoi cinque album indimenticabili, consapevoli che sono soltanto una piccola parte della sua ricchissima eredità.
I cinque album fondamentali di John Coltrane
A Love Supreme (1964)
«Durante l’anno 1957 sperimentai, per grazia di Dio, un risveglio spirituale che doveva condurmi ad una vita più ricca, più piena, più produttiva. A quel tempo, per gratitudine, chiesi umilmente che mi venissero concessi i mezzi ed il privilegio di rendere felici gli altri attraverso la musica. Sento che ciò mi è stato accordato per Sua grazia. Ogni lode a Dio».
Queste bellissime parole di John Coltrane scritte nelle note di copertina di A Love Supreme, uno dei primissimi concept album diviso in quattro parti, rivelano la natura spirituale e religiosa del progetto, il vertice dell’arte di Trane coadiuvato da musicisti straordinari come Elvin Jones, Jimmy Garrison e McCoy Tyner.
A Love Supreme è uno degli album jazz più amati e venduti di sempre, registrato per Impulse! il 9 e il 10 dicembre 1964. Nasce dal desiderio intimo di religiosità suprema di un uomo che, fino a pochi anni prima, era divorato dall’alcool e dall’eroina. Il primo movimento, con il celebre riff di quattro note fa-la bemolle-fa-si bemolle, ripetuto con la cellula “A-love-supreme”, è l’inizio di una corsa verso l’Assoluto, un canto di lode a Dio, che alterna momenti di serena distensione ad altri di esasperata tensione, di straordinario impatto emotivo.
My Favorite Things (1960)
Il primo album con il quartetto perfetto insieme a Elvin Jones, Steve Davis e McCoy Tyner contiene appena quattro brani, tutti standard molto conosciuti come My Favourite Things, Every Time We Say Goodbye, Summertime e But Not For Me, ma trasformati in qualcosa di completamente nuovo e imprevedibile.
La title track, uno dei brani più famosi della premiata ditta Rodgers & Hammerstein, viene completamente destrutturato dal punto di vista armonico e trasformato in tempo dispari, quasi un valzer, che conferisce al brano un edificante senso di mancanza di gravità. Dopo l’esposizione del tema nel primo minuto, la trama armonica si trasforma continuamente attraverso un’impervia strada modale con un andamento altalenante, quasi ipnotico, favorito dall’uso frequente di accordi aperti.
My Favorite Things è stato l’album che, dopo le esperienze nelle band di Davis e Monk, ha imposto il sax di John Coltrane (con un suono che, in alcuni registri, è simile all’oboe) all’attenzione del grande pubblico.
Blue Train (1957)
Nell’aprile del 1957 Miles Davis licenziò John Coltrane. Il sassofonista, sprofondato nel baratro della dipendenza da eroina e alcol, sembrava un talento destinato a spegnersi prematuramente, come il suo idolo Charlie Parker. Eppure, quel momento di rottura innescò quello che Coltrane stesso definì un “risveglio spirituale”. Nel giro di un mese era sobrio e nel giro di cinque varcava la soglia dello studio con una foga creativa che avrebbe riscritto le regole del jazz.
Blue Train è il punto di equilibrio perfetto tra la disciplina dell’hard bop e la visione di un uomo che aveva appena ricominciato a vivere. In esso Coltrane non era più solo un comprimario di lusso ma un leader autorevole pronto a guidare il genere verso vette inesplorate.
Nella sterminata discografia del sassofonista, Blue Train è l’unico album registrata come leader per la Blue Note Records. Senza le pressioni delle produzioni seriali, Coltrane si concesse il lusso di curare arrangiamenti complessi e di comporre quattro dei cinque brani (con l’eccezione di I’m Old Fashioned di Jerome Kern e Johnny Mercer). Per questa sessione, Coltrane assemblò un sestetto fenomenale: Lee Morgan alla tromba, Curtis Fuller al trombone, Kenny Drew al piano, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria. L’aggiunta del trombone di Fuller fu la mossa vincente, creando un impasto timbrico nei tre fiati che divenne il marchio di fabbrica dell’album.
John Coltrane and Johnny Hartman (1963)
Nel panorama jazzistico del 1963, l’annuncio di una collaborazione tra John Coltrane e il crooner Johnny Hartman apparve come un paradosso stilistico. Allora la spinta innovativa e le sperimentazioni modali di Coltrane venivano liquidate da testate come Down Beat come “anti-jazz”.
Fu l’intuizione di Bob Thiele, produttore della Impulse Records, a suggerire una deviazione verso territori più accessibili, per mitigare l’ostilità della stampa. Il fulcro del disco risiede nel dialogo tra due timbri straordinari: il velluto profondo della voce di Hartman e il soffio umano del sax di Coltrane. L’intonazione del cantante, simile a quella di un violoncello per profondità e risonanza, trovò in Coltrane un interlocutore perfetto, che smise i panni del rivoluzionario per farsi interprete vulnerabile e delicato.
L’album si articola su sei ballate classiche, un viaggio di trenta minuti che esplora i territori più intimi del sentimento. My One and Only Love èuna delle vette assolute dell’album, così come Lush Life è la versione definitiva del capolavoro di Billy Strayhorn. Dedicated to You e You Are Too Beautiful sono due ballad languide e ricche di lirismo, mentre Autumn Serenade esplora perfino il ritmo di rumba.L’album, da ascoltare rigorosamente di notte, rimarrà l’unica incursione di Coltrane nel mondo dei cantanti jazz, un’alchimia irripetibile nata per scommessa e consegnata al mito.
Ascension (1966)
Uno dei dischi più ostici della discografia di Coltrane, ma anche dei più interessanti dal punto di vista della ricerca sonora, dopo un periodo di intensi esperimenti sugli armonici e sugli intervalli microtonali. Ascension segnò la conversione del sassofonista di Hamlet all’estetica del free jazz, riprendendo e sviluppando l’esperienza fatta alcuni anni prima da Ornette Coleman.
Una polifonia collettiva tesa e magmatica, in cui gli assoli, frutto di un’assoluta improvvisazione, sono raccordati fra loro da passaggi d’insieme preordinati, in un’alternanza tra momenti tonali e atonali che provoca nell’ascoltatore una sorta di ebbrezza sonora. Ornette Coleman ha raccontato di un telegramma inviatogli allora da Coltrane, dopo l’incisione di Ascension, in cui lo ringrazia per la sua lezione musicale, allegando 30 dollari in segno di gratitudine.

