I 5 album fondamentali di Miles Davis (che oggi avrebbe 100 anni)
Il “principe delle tenebre”, nato ad Alton (Missouri) il 26 maggio 1926, è stato un visionario del jazz e un eccezionale scopritore di talenti
Dettaglio della copertina di "Birth of the Cool" (1957)
“Non suonare quello che c’è. Suona quello che non c’è”. Questa celebre frase di Miles Davis, che oggi avrebbe compiuto 100 anni, sintetizza perfettamente la sua straordinaria versatilità e la sua propensione a reinventarsi continuamente. Album dopo album, Miles Davis non esitava a sperimentare con strumenti, tecniche di produzione e generi diversi, mantenendo sempre la sua musica attuale, fresca e innovativa, decennio dopo decennio.
La vita e l’opera
Nato ad Alton il 26 maggio 1926 da un’agiata famiglia afro-americana, Miles Davis per decenni è stato una figura chiave del jazz e della musica popolare del ventesimo secolo. Dotato di uno stile inconfondibile e di un’incomparabile gamma espressiva, Davis, più che per il virtuosismo fine a se stesso, si è messo in luce grazie al suono languido e all’emotività controllata della sua tromba.
Nei suoi album, Miles Davis ha creato uno stile unico, basato sulla sottrazione, in cui i silenzi erano importanti quasi quanto le note. Grazie all’uso della sordina Harmon senza stelo, ha creato un suono metallico, intimo e malinconico. Dopo aver preso parte alla rivoluzione bebop, il geniale musicista è stato l’ideatore di numerosi stili jazz, fra cui il cool jazz, l’hard bop, il modal jazz e il jazz elettrico o jazz-rock. Le sue registrazioni, assieme agli spettacoli dal vivo dei numerosi gruppi guidati da lui stesso, furono fondamentali per lo sviluppo artistico del jazz.
L’opera di band leader di Davis è importante almeno quanto la musica che produsse in prima persona. I musicisti che lavorarono nelle sue formazioni (John Coltrane, Bill Evans, Herbie Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter, Keith Jarrett, Marcus Miller) raggiunsero sotto la sua guida la piena maturità e trovarono l’ispirazione per slanciarsi verso traguardi di valore assoluto.
Dotato di una personalità umbratile e scontrosa, Davis era anche per questo chiamato “il principe delle tenebre”, soprannome che allude anche alla qualità notturna di molta della sua musica. Vediamo insieme i cinque album fondamentali della sua carriera, tra gli oltre cento che ha pubblicato tra dischi in studio, album live e colonne sonore.
Gli album fondamentali di Miles Davis
Kind of Blue (1959)
Un album immancabile nella collezione di un vero appassionato di musica, in grado di mettere d’accordo sia il jazzista ortodosso che il rockettaro più impenitente. Kind of Blue è passato alla storia per essere l’album della rivoluzione modale.
In esso Davis ha liberato il jazz dalla gabbia armonica degli accordi, consentendo ai musicisti la massima libertà nell’improvvisazione attraverso l’uso di scale modali. So What, Freddie Freeloader, Blue in Green, All Blues e Flamenco Sketches sono tutti diventati standard per la loro delicata bellezza notturna, quieta ed emozionante al tempo stesso.
Bitches Brew (1970)
Bitches Brew è un album avveniristico e suggestivo che coniuga jazz e rock, dilatando spazio e tempo in sei brani che superano i quindici minuti, distribuiti su due vinili.
Per tre giorni consecutivi i musicisti (tra cui Joe Zawinul, Chick Corea, Keith Jarrett, John McLaughlin, Wayne Shorter, Jack DeJohnette e Lenny White) furono lasciati liberi di suonare senza mai fermare il nastro Ampex che ha immortalato quelle leggendarie sessions. Una vera e propria orchestra, con due batterie, due percussioni, due sassofoni, tre pianoforti, due bassi e una chitarra, guidata dalla tromba magica di Davis.
Fu fondamentale, per la riuscita di Bitches Brew, il ruolo del produttore Teo Macero. Attraverso un massiccio lavoro di montaggio analogico, Macero ha creato le lunghe suite finali, tagliando e cucendo insieme i nastri delle lunghissime jam session.
Birth of the Cool (1957)
Il disco che ha dato il via al movimento del cool jazz, insignito nel 1982 del Grammy Hall of Fame Award, raccoglie dodici tracce registrate nel 1949 e nel 1950. In studio era presente una formazione atipica, il cosiddetto “nonetto”, capitanato da Miles Davis e raccolto intorno all’arrangiatore canadese Gil Evans, del quale fecero parte anche Gerry Mulligan, John Lewis, Lee Konitz, Max Roach e altri.
L’idea di Evans era quella di superare i furori e le asprezze del bebop con una musica non urlata, utilizzando strumenti particolari come la tuba o il corno francese, agendo soprattutto sul registro medio degli strumenti.
Ascensore per il Patibolo (1958)
Ascensore per il Patibolo è la colonna sonora dell’omonimo film d’esordio di Louis Malle, Ascenseur pour l’échafaud. Grazie alla perfetta interazione tra le immagini e le algide atmosfere create dal trombettista, la pellicola è considerata una pietra miliare della Settima Arte.
Malle traspose sul grande schermo un crudo romanzo noir di Noël Calef. In esso il protagonista, dopo avere ucciso il suo datore di lavoro su istigazione della moglie di quest’ultimo, rimane bloccato in ascensore, impossibilitato ad allontanarsi dalla scena del delitto. Le musiche di Davis, taglienti come un rasoio e gelide come il vento d’inverno, sottolineano la fredda determinazione dei protagonisti della pellicola.
Tutu (1986)
Il titolo dell’album, vincitore di un Grammy Award nel 1987 come Best Improvised Jazz Solo, è un caloroso ed elettrizzante omaggio all’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu. In origine l’album avrebbe dovuto essere realizzato in collaborazione con Prince, ma il piano non andò in porto.
Grazie al contributo di un allora giovanissimo Marcus Miller, che compose le canzoni, suonò quasi tutti gli strumenti, scrisse gli arrangiamenti e fece da produttore, la strumentazione di Tutu è quasi completamente elettronica. Fa eccezione la splendida Backyard Ritual, che fu scritta, arrangiata, suonata e co-prodotta da George Duke. Full Nelson, un gioco di parole sul titolo dello standard Half Nelson, è un omaggio a Nelson Mandela, anche se alcuni sostengono che si riferisca a Roger Nelson, da tutti conosciuto come Prince.
