Musica

Bad Bunny, Kendrick Lamar e il rock: cosa ci raccontano i Grammy Awards 2026?

Dalla vittoria di “DTMF” a quella mancata di “APT”, fino al record di K-Dot che dice molto sulla situazione del rap negli USA e al rock che “tornerà molto presto a dare fastidio”: la nostra riflessione sugli Oscar della musica

  • Il2 Febbraio 2026
Bad Bunny, Kendrick Lamar e il rock: cosa ci raccontano i Grammy Awards 2026?

Di tutte le immagini emblematiche dei Grammy Awards, ce n’è una totalmente inaspettata che mi è rimasta impressa. Non sono gli artisti con le spille anti ICE o i discorsi di Bad Bunny, Olivia Dean e Billie Eilish (potentissima la sua frase No one is illegal on a stolen land che riassume tutti i temi, dal colonialismo al razzismo), ma la conclusione del discorso di YUNGBLUD dopo aver ricevuto il premio per la migliore performance rock con Changes dei Black Sabbath. «Rock music is coming back. Watch out pop music, we’re gonna f—in get ya!».

Una frase apparentemente banale che però suscita diverse riflessioni. In primis sembra una velata critica all’organizzazione della cerimonia: il rock, l’R&B e il country tagliati fuori dalla diretta, al contrario del pop e di parte del rap che invece beneficiano di maggiore spazio. Ironia della sorte, sia ROSÉ e Bruno Mars che Lady Gaga per le loro esibizioni hanno deciso di riarrangiare in versione rock le loro hit.

In linea generale, anche dalle premiazioni di ieri, ancor più rispetto al passato, i Grammy Awards sono sembrati un affare “politico”. Non si tratta dei discorsi degli artisti sul palco, anzi, quelli sono forse la linfa vitale della cerimonia insieme alle esibizioni. Questo era stato annunciato come una sorta di anno zero per la Recording Academy, complice la riorganizzazione dei membri votanti, incluso l’ingresso della Latin Recording Academy nella giuria. Si è parlato di valutazioni più incentrate su un discorso di qualità e inclusione, con maggiore attenzione ai generi in ascesa. La vittoria di Bad Bunny nella categoria più importante è un segnale. DeBÍ TiRAR MáS FOToS è il primo disco interamente non in lingua inglese a trionfare come album dell’anno ed è indubbio che questo possa avere una ricaduta pari a quella avuta nel mondo del cinema dopo la vittoria di Parasite agli Oscar.

Tuttavia, se proprio gli Oscar negli ultimi anni si sono più aperti ai film indipendenti e di nicchia – non solo Anora, ma anche l’exploit di opere come Io sono ancora qui e, quest’anno, L’agente segreto che fino a qualche tempo fa avrebbero ottenuto al massimo il consueto spazio nella categoria dedicata ai lungometraggi in lingua straniera – ai Grammy Awards sembra vigere ancora una certa sudditanza nei confronti dei nomi più in vista dell’industria. Bad Bunny è ovvio, non poteva essere ignorato. Per il valore sociale, politico e la risonanza della sua musica non c’era davvero discussione. Ciò che lascia perplessi è la mancanza di coerenza in alcune scelte, a partire dall’ambito pop.

Il pop del 2025 (e del 2024)

La sorpresa più eclatante è APT. di ROSÉ e Bruno Mars. Considerando che produttore e autrice, Cirkut e Amy Allen, hanno entrambi trionfato nelle rispettive categorie, è un po’ strano che la hit non abbia ricevuto nessun riconoscimento. Data come favorita alla vigilia come Song of the Year è addirittura stata snobbata nella categoria Best Pop Duo/Group Performance. Senza nulla togliere al brano vincitore di Ariana Grande e Cinthya Erivo, la vittoria di Defying Gravity è sembrata una scelta dettata da una sorta di spartizione di grammofoni.

Golden delle HUNTR/X, primo brano K-pop a vincere ai Grammy Awards, un po’ come Bad Bunny, non poteva non trionfare tra le migliori canzoni tratte da un film, nel caso specifico Kpop Demon Hunters. Questo andando a discapito dell’altro contendente Wicked 2. Proprio per tale motivo, la vittoria di Defying Gravity, addirittura nemmeno candidato nella categoria legata ai lungometraggi, sembra una sorta di risarcimento dovuto.

La canzone dell’anno è un altro argomento spinoso. WINDFLOWER di Billie Eilish è un buon pezzo, a livello lirico uno dei migliori tra quelli candidati. Candidabile perché ripubblicato come singolo, era comunque tra i meno papabili alla vigilia. L’idea che la canzone dell’anno del 2025 sia un brano uscito l’anno precedente non è il massimo, tenendo conto degli altri candidati. Anche in questo caso, la suggestione è che sia stato un modo per “riparare” allo snob (criminale) dello scorso anno di un grande album come HIT ME HARD AND SOFT, non è poi così malsana. All’interno dell’industria Finneas ha anche un ruolo non secondario, essendo autore per diversi artisti.

Il rap e Kendrick Lamar: anche gli eroi muoiono 

Ieri sera è stata soprattutto la serata di Kendrick Lamar. Vincitore per il migliore album rap con GNX e premiato per Luther con SZA, senza contare la sua presenza nel miglior brano rap dei Clipse, Chains & Whips. Con ventisette grammofoni è diventato il rapper più premiato della storia dei Grammy, superando pure Jay-Z. Un po’ di amaro in bocca però c’è. La ghiotta possibilità di fargli superare un record è stata colta. E l’impressione è che sia stata quasi una scelta fin troppo consapevole. Anche in questo caso il nome e la forza mediatica vincono su un discorso critico, ai danni di uno o due album che avrebbero meritato più riconoscimento.  Su tutti Chromakopia di Tyler, the Creator che torna a casa con un misero Grammy per la migliore copertina.

Il fatto che GNX sia stato proclamato album rap dell’anno ai Grammy Awards è anche l’indice della tendenza del genere negli USA. È indubbio che dall’inizio degli anni Duemila l’hip hop, nell’ambito del mainstream, abbia ereditato il ruolo sociale e politico che fino a quel momento aveva avuto il rock (in tutte le sue forme, anche quelle più commerciali come il pop-punk, basti pensare ad American Idiot dei Green Day). A distanza di venti anni, è come se si fosse perso per strada.

L’ultimo disco di Kendrick Lamar è uscito in un periodo storico complicato per gli Stati Uniti, anche per la sua Compton. Eppure, è forse la sua opera più autoreferenziale ed estraniata dal presente. Proprio in un momento in cui la comunità di cui lui è sempre stato e rimane un simbolo luminoso ne avrebbe avuto più bisogno. Proprio mentre la guerriglia scoppiava per strada. Probabilmente GNX ha sancito una depoliticizzazione del genere, perlomeno negli USA, con annesso un Halftime Show del Super Bowl spettacolare ma fin troppo “silenzioso” (e silenziato).

La dice lunga che venerdì scorso a Minneapolis si siano esibiti Tom Morello e Bruce Springsteen e nessun rapper. Anche ieri sera da Kendrick ci si sarebbe aspettato di più. Non è per il fatto che non abbia indossato la spilla anti ICE, ma per aver scelto ancora una volta di celebrare con le parole una cultura che sembra essere rimasta intrappolata in se stessa proprio ora che ha raggiunto i palcoscenici più importanti.

Se, come dice YUNGBLUD, il rock sta tornando a essere rilevante (la scena UK e irlandese lo dimostra ancora di più in termini sociali e politici, basti pensare all’album HELP2) ma è ancora in fase di riabilitazione, per il momento quel compito lo sta assolvendo il reggaeton. O meglio la figura di Bad Bunny che sembra l’unico baluardo in una scena musicale americana in dormiveglia. E al prossimo Halftime Show del Super Bowl ci sarà lui, con i Green Day, e crediamo e speriamo che farà la voce grossa. L’anno scorso Trump era presente allo stadio, quest’anno non andrà. E anche questo la dice lunga.

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