Hip Hop

Kanye West: “Bully” è un ritorno convincente (con qualche ombra)

Il dodicesimo album del geniale rapper e produttore di Chicago, più volte rimandato, è il suo lavoro più sincero e maturo, con diversi brani memorabili

  • Il1 Aprile 2026
Kanye West: “Bully” è un ritorno convincente (con qualche ombra)

Dopo essere stato rimandato per ben sette volte, sabato 28 marzo è uscito finalmente Bully, il dodicesimo album in studio di Kanye West. Ye negli ultimi anni ha fatto più notizia per le sue dichiarazioni shock e per i suoi singolari comportamenti pubblici. Ma resta il fatto che ogni pubblicazione del geniale rapper e produttore di Chicago è comunque un evento per tutti gli appassionati di “adult rap”.

Gli album di Ye

Produttore, rapper, stilista e “predicatore” gospel, Kanye West è indubbiamente una delle menti più fervide e creative nella storia dell’hip hop. Nei suoi album, a partire da 808s & Heartbreak del 2008, West ha spinto in avanti i confini di un genere spesso schiavo dei propri stilemi. Kanye, sostituendo il rap con un cantato filtrato dall’autotune e spingendo sull’acceleratore dei suoni elettronici, lontanissimi dai caldi campionamenti soul e R&B del suo debutto The College Dropout, ha posto le fondamenta mainstream della trap degli ultimi dieci anni.

Gli apici della sua poetica restano, però, i successivi My Beautiful Dark Twisted Fantasy del 2010 e Yeezus del 2013. Il primo era un disco opulento, scintillante e ricco di invenzioni musicali, con una quantità industriale di ospiti, di suoni e di suggestioni. Yeezus invece era un disco cupo e minimalista, pervaso da sinistri suoni industriali intervallati da improvvise aperture melodiche. Entusiasmò perfino il compianto Lou Reed.

I successivi The Life of Pablo, Ye e Jesus Is King, pur contenendo brani di valore, non hanno più ripetuto la magia degli album precedenti. Per non parlare del confuso Donda (Vol.1 e Vol.2) con Ty Dolla $ign, una lunga playlist in cui i filler erano più dei brani riusciti.

Le tracce di Bully di Kanye West

Questa lunga premessa è necessaria per inquadrare compiutamente il nuovo album di inediti di Kanye West, Bully. Nelle sue qualità e nei suoi difetti, è una sorta di compendio di tutta la sua carriera discografica. Anche grazie alla nuova partnership con Gamma e al ricongiungimento con Larry Jackson, ex executive di Apple Music, Kanye abbandona le maschere da villain e le provocazioni fini a sé stesse, rimettendo la musica al centro del villaggio.

La struttura di Bully è volutamente frammentata e rapsodica. La compongono brani disomogenei tra loro e non del tutto rifiniti, che riflettono una mente ancora in cerca di guarigione, ancorché assai creativa. Il brano iniziale King, dove un predicatore gospel introduce synth oscuri e contagiosi (notevole il sample del jazzista sperimentale Duke Edwards), mette subito in chiaro che Kanye è tornato in grande forma, pronto a stupirci ancora una volta con le sue rime taglienti. Meno a fuoco la successiva This a Must, un pezzo monotono e cupo di cui avremmo potuto fare tranquillamente a meno.

Kanye West si riscatta immediatamente con la folgorante Father, la canzone migliore di Bully. L’ha scelta saggiamente come singolo di lancio, con tanto di videoclip ricco di “easter eggs” (visto che siamo prossimi alla Pasqua). Il brano, che campiona il gospel oscuro di Johnnie Frierson, è un perfetto mix tra organi ieratici e percussioni industriali. Kanye e Travis Scott dimostrano al microfono perché sono considerati due tra i pesi massimi del rap contemporaneo.

Gli amanti dell’electro funk troveranno pane per i loro denti con la contagiosa All the Love. Il brano è caratterizzato dal robotico talkbox di Andre Troutman e da una ritmica incalzante alla Black Skinhead. La canzone trasmette un messaggio di guarigione universale: solo il tempo cura ogni trauma.

Chi ha amato la trilogia del “college” di West si sentirà di nuovo a casa ascoltando, una dopo l’altra, Punch Drunk e Whatever Works, tra campionamenti gospel e voci “pitchate” come ai tempi di Late Registration. Dell’ultimo brano sono memorabili sia il campionamento di Cissy Houston (mamma di Whitney e corista di Aretha Franklin) che le liriche “Life gave me lemons, made an Arnold Palmer on the rocks”.

Mama’s Favorite è una calorosa dedica alla amata mamma Donda West. Su un tappeto ritmico drum & bass, Kanye recupera la vulnerabilità di Hey Mama. La parte finale del brano, tratto dal documentario Jeen-Yuhs, cattura un dialogo intimo tra madre e figlio. Sisters and Brothers è un brano sincopato e solenne, attraversato dal campionamento gospel di Jonah Thompson. Si collega in modo naturale alla title track Bully, un pezzo dalle atmosfere western alla Tarantino, impreziosito dalla potente voce soul di CeeLo Green.

L’inquietante Highs and Lows è un pezzo che non avrebbe sfigurato nella tracklist di Utopia del suo figlioccio artistico Travis Scott. Nelle successive I Can’t Wait e White Lines (feat. Andre Troutman) Kanye piazza due colpi da maestro. Reinterpretare con il talkbox due canzoni pop leggendarie come You Can’t Hurry Love delle Supremes e Close to You dei Carpenters, aggiungendo delle barre rap, poteva essere un disastro. Invece il risultato è davvero emozionante, a tratti quasi commovente.

Le successive e poco riuscite Circles con Don Toliver e Last Breath con Peso Pluma, un maldestro esperimento Latin di Ye, purtroppo ci riportano con i piedi per terra. Preacher Man ci fa tornare il sorriso con le sue atmosfere sospese e intrise di soul. Le discrete Beauty and the Beast, Damn e This One Here completano l’altalenante viaggio musicale di Bully dopo 42 minuti e 18 secondi: una durata che rende l’ascolto complessivo dell’album abbastanza piacevole, a differenza dell’estenuante e lunghissimo Donda.

In conclusione

Tirando le somme, Bully è di gran lunga il miglior lavoro di Kanye West negli ultimi dieci anni. È un disco che finalmente prova a scindere l’uomo dall’artista, restituendoci un produttore capace di maneggiare i campionamenti con una maestria che i suoi contemporanei possono solo sognare. Tuttavia l’album è comunque un’opera incompiuta: alcune tracce sembrano interrotte proprio quando iniziano a decollare, mentre alcuni brani sono decisamente trascurabili (This a Must, Circles, Last Breath).

È ancora presto per dire che impatto avrà Bully sul pubblico, ma di certo Kanye West non è mai sembrato così sincero, maturo e fragile, rispolverando il suo talento in alcuni brani davvero memorabili. Un artista che si è ritrovato, desideroso di superare il lutto – mai del tutto elaborato – della morte della madre e quello più recente della fine del suo matrimonio attraverso la fede in Dio e quella in sé stesso.

Ascoltare un album in cui un uomo di quasi cinquant’anni, oltremodo ricco e famoso, riflette sui propri fallimenti, sulle proprie debolezze e sui mali endemici della società americana, è comunque una boccata d’aria fresca nel panorama musicale asfittico e superficiale di oggi.

Ascolta Bully di Kanye West

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