L’aritmetica emotiva di Niccolò Fabi: «Se una malinconia si rispecchia in un’altra, le due tristezze si annullano»

Davanti a una platea gremita di addetti ai lavori, ma attenta ed espansiva come un pubblico pagante, Niccolò Fabi ha presentato il proprio nuovo lavoro “Meno per Meno”, il primo per BMG
Niccolò Fabi_foto di Simone Cecchetti
Niccolò Fabi all’Arena di Verona (foto di Simone Cecchetti)

L’incontro con Niccolò Fabi ha sostanzialmente rivelato il format delle presentazioni che l’autore terrà in undici diverse città italiane a partire da giovedì 1° dicembre. Un videoracconto della data all’Arena di Verona, «celebrativa, ma senza retorica», è il primo step del progetto, che dà inizio alla chiacchierata al botta e risposta con i presenti. Oggi noi, da giovedì i fan. Ma la sostanza non cambia.

Fra profondità e leggerezza Niccolò si sofferma su questioni anche delicate come il destino del formato canzone, «che probabilmente ha già raggiunto l’apice e sta cedendo il testimone ad altri linguaggi». E nemmeno teme di confessare lo sforzo di inseguire il momento, quasi sacro, dell’ispirazione, man mano che quel «1980, in cui è nata la prima canzone» diventa lontano.

Tra una risposta e l’altra prende corpo anche una definizione di creatività come «raggiungimento di quei cinque secondi di soddisfazione» che rendono scrivere una canzone «la fatica necessaria per arrivare ad accarezzare il dolore proprio e altrui, parlandogli all’orecchio».

L’album

Meno per Meno è il titolo scelto da Niccolò Fabi per celebrare 25 anni di rapporto con un pubblico che il cantautore romano può davvero permettersi di chiamare “suo”. Si tratta di una vera e propria relazione di amicizia, basata sulla sincerità, sull’onestà intellettuale, sulla capacità di raccontare e raccontarsi. Di ascoltare ed entrare in empatia.

Meno per Meno sono due emotività schive che si incontrano, due interlocutori che si sottraggono al rumore bianco della quotidianità per parlarsi nel profondo. L’album, nel suo essere qualcosa di meno rispetto a un disco nuovo, o ad una celebrazione, è invece qualcosa di più. È una legge matematica, che qui si fa estetica ed emozionale.

Quattro nuovi brani, due dei quali, Al di fuori dell’amore e L’uomo al buio, ancora completamente inediti. La cifra è quella cui ci ha abituati Andare oltre, con le sue lunghe, affettuose, cinematiche espansioni orchestrali. In questo modo la disomogeneità fra brani di estrazione diversa confluisce nel qui ed ora di un bisogno sincero di dirsi “come stai” e il repertorio può dirsi interamente nuovo.

Le orchestrazioni fluenti di Enrico Melozzi regalano un importante valore aggiunto all’aritmetica emotiva di Niccolò Fabi, ma tanto fanno anche le nuove rese vocali, in cui risuona la perenne ricerca dell’essenzialità, anche attraverso sottrazioni. Che infine daranno sempre segno positivo. Di un andare oltre. Di un costruire.

Niccolò Fabi (foto di Simone Cecchetto)

L’intervista a Niccolò Fabi

Hai deciso di presentare il nuovo album in una serie di incontri senza moderatore. Come mai questo desiderio di festeggiare tête-à-tête con il pubblico i tuoi primi 25 anni di carriera?

Credo che la cosa più bella di questi 25 anni consista nel rapporto solido e affettuoso che si è instaurato con le persone che mi seguono. Per questo ho voluto creare delle situazioni in cui essere con loro a colloquio diretto.

Mi sembra un dialogo che esiste anche fra il pubblico e le tue canzoni…

Sempre di più negli anni, vuoi per scelta, vuoi per necessità, vuoi per i casi della vita, ho finito col mettere a tema la fragilità dell’essere umano, e investigarne le paure. Le persone si sono ritrovate in questi racconti e si sono confrontate con essi per capirsi meglio, come se dialogassero con un amico. Io stesso mi sono sempre rivolto a un mio possibile pubblico con l’idea di parlare ad ognuno, non ad una collettività con me in posizione centrale, nel classico ruolo del cantante.

Come vivi allora la dimensione del live?

Un concerto, anche soltanto per due ore, ti mette in luce, in una situazione separata rispetto a quella di chi viene a vederti. Ovviamente mi prendo le mie responsabilità, so che le persone hanno acquistato un biglietto per venirmi a vedere e che sono io quello che deve intrattenerle. Questa centralità deve però rimanere entro certi limiti, altrimenti la qualità del mio rapporto con chi viene a sentirmi ne uscirebbe profondamente penalizzata.

Si verificherebbe quella che chiami “retorica da palcoscenico”?

Esattamente. Per essere a mio agio su un palco devo sentire che quello che sto facendo non è altro che mettere in luce i singoli eventi, le singole emozioni, i singoli vissuti di chi mi sta davanti. Quindi senza retorica e senza egocentrismi. In questo senso credo di avere un vantaggio rispetto magari ad altri miei colleghi. Il mio modo di comunicare non prevede che io sul palco debba essere più bello, o affascinante che da vicino. Anzi, mi sono sempre percepito più forte giù dal palco che sopra. Per questo mi viene naturale portare la dimensione del dialogo nel contesto dello spettacolo.

Anche in una situazione ampia e affollata come l’Arena di Verona?

La formula è stata quella di abbinare un momento in cui fossi, anche in quell’occasione, da solo, cercando di donarmi senza aiuti, ad un altro in cui fossi accompagnato da un’orchestra, diretta e arrangiata da Enrico Melozzi.

Com’è nata la scelta di incidere in studio non solo il materiale inedito, ma l’intero album?

Indubbiamente questo disco non esisterebbe se non ci fosse stato il concerto del 2 ottobre all’Arena di Verona. All’indomani del concerto le strade erano tre. Lasciare che quanto era accaduto rimanesse nell’aria sopra Verona, fare uscire un live tradizionale, o pubblicare qualcosa che fosse non solo la fotografia di una serata, ma anche la testimonianza di un lavoro svolto. Personalmente trovo i dischi live sempre un po’ riduttivi rispetto alla verità del momento col pubblico. Abbiamo preferito proporre una registrazione accurata, che attestasse un percorso lungo e gratificante sia di composizione e rielaborazione.

Ti va di spiegarmi l’aritmetica emotiva del tuo “meno per meno”, formula che fa da titolo alla raccolta?

Questo è un album singolare, in cui composizioni nuove convivono con altre che risalgono anche molto indietro nel tempo. Costruire, la più vecchia, è di 17 anni fa, mentre Al di fuori dell’amore è praticamente contemporanea. Va da sé che non possa esserci un argomento comune, un concetto che racchiuda tutte le canzoni, come di solito accade in un album che nasce interamente dall’elaborazione del medesimo vissuto.

Quindi abbiamo pensato a un titolo che riassumesse il significato, ma anche un po’ l’utilità della mia musica. Anche se le mie canzoni sono diventate sempre più malinconiche nel tempo, ho la sensazione, se vuoi anche il desiderio, che le persone ascoltandole, ne escano in qualche modo rinfrancate. Se una malinconia si rispecchia in un’altra, le due tristezze non si sommano, ma si annullano. Meno per meno dà notoriamente un risultato positivo.

In questo senso dicevi prima che la presenza dell’orchestra aggiunge empatia?

Con Enrico da subito abbiamo condiviso alcune parole chiave che potessero guidarci nel lavoro di arrangiamento. Si trattava in alcuni casi di agire su canzoni che sono da tempo state accolte nella loro versione originale e che poteva essere rischioso rivisitare.

Per questo volevamo dei parametri estetici attendibili, che ci convincessero e dessero unità al tutto. Una di queste parole chiave era quella del mare. Penso a quel rollio della barca che di notte, senza farti stare male, ti culla, ti accompagna. Nello stesso tempo le voci dell’orchestra, o le singole cellule melodiche sono come onde che si rincorrono e montano sempre di più, come se un traghetto al largo le avesse originate da lontano. Quando giunge a riva il moto ondoso è più grande e più intenso.

Mi sembra che quest’idea di arrangiamento ambizioso nel senso nobile del termine, sia un fatto moderno, o se vuoi un ricorso recente, penso a tanto songwriting straniero, ma anche a nuovi cantautori della scena italiana, come Andrea Laszlo De Simone…

Andrea è per certi versi un caso unico e non so in quanti potranno proseguire su quel tipo di impostazione. Comunque sono d’accordo, parliamo di un suono che va oltre il contemporaneo, perché è ancestrale, non ha un’età. Certamente, almeno per noi occidentali, questo suono ha la voce dell’orchestra e fa parte del nostro DNA, come le chiese romaniche, o gotiche. È qualcosa di europeo, che esiste da sempre.

Anche la lunghezza dei brani ha una sua valenza emotiva?

Certamente. Sempre di più, e soprattutto in questa occasione, tendo a scrivere in modo che la parte strumentale e quella cantata di un pezzo abbiano quasi la stessa durata. Nel disco ci sono dieci brani ma dura più di un’ora, con brani anche di sette minuti. L’idea è che nelle sequenze strumentali il testo possa liberamente risuonare nella musica senza che la mia voce faccia da guida, perché è la voce dell’ascoltatore che si sostituisce idealmente alla mia, mette delle proprie parole, o rivive emotivamente quelle del testo, comunque ricreando il dialogo di cui dicevamo prima.

Niccolò Fabi (foto di Simone Cecchetto)
A dare unità al disco sono anche due altri elementi a mio avviso, l’elettronica e un senso di saggia, profonda ironia che caratterizza la tua vocalità matura. Sei d’accordo?

Gran parte delle domande alle quali mi capita di rispondere riguardano i testi delle mie canzoni. In realtà il lavoro sulla musica è quello che mi impegna di più. Sono capace di rimanere ore a trovare il suono giusto di una batteria. In questo senso l’elettronica ha avuto un ruolo importante nell’album, perché è stato interessante trovare un equilibrio fra timbri diversi ha contribuito ad asciugare il timbro dell’orchestra, a fare il possibile perché non fosse eccessivamente romantico. Sul modello, se vuoi, di un Vespertine di Björk.

Anche l’uso dell’ironia è un gioco di contrasto. Probabilmente se cantassi i miei testi con una vocalità come quella di Guccini o De André, tutto acquisirebbe una ridondanza eccessiva. Anche grazie al mio tipo di fisicità, al timbro vocale, che deve di più alla West Coast, o a Nick Drake, che al cantautorato italiano classico conservo nei confronti della realtà una postura che in qualche modo alleggerisce e sdrammatizza i contenuti.

Nel caso di Andare oltre, il nucleo poetico del brano si è espanso anche nelle immagini. Mi parli del video di Valentina Pozzi, tra l’altro premiato come Videoclip dell’anno al Roma Film Festival?

Il video non nasce per aggiungere significati nuovi, ma per creare una ambientazione in cui lo spettatore-ascoltatore possa immergersi. Le immagini si riferiscono direttamente allo stato emozionale dell’andare oltre e assegnano alla natura un potere consolatorio. Siccome la natura ci sopravvive e riesce ad andare oltre molto più di noi, ci allevia la fatica.

Invece in Di Aratro e Di Arena tessi un elogio della fatica…

Sì, è una vera e propria favola in cui il toro è metafora di un lavoro silenzioso che però desidera attenzione e aspira infine a meritare un applauso nell’Arena.

In L’uomo al buio invece il premio alla fatica potrebbe essere rappresentato dalla libertà?

È una canzone che parla di prigionia, intesa come un limite, ma anche come una comfort zone dalla quale si teme di uscire, come una rinuncia ad affrontare le cose che ci mettono alla prova. E quindi si, per contrasto, è l’affermazione di un desiderio di libertà, anche dai vincoli interiori.

In realtà, pensandoci, è un testo che si completa con quello di Al di fuori dell’amore, quando nel ritornello mi pongo le domande “Quanti di noi fanno la vita che hanno scelto? Quanti di noi si affidano al destino? Quanti di noi si accorgono che passa il tempo? Dimmi com’è stato non aver vissuto”.

Però nel testo dici anche che vivere al di fuori dell’amore “era sbagliato, ma si può tornare indietro”, quindi si può ritrovare sé stessi. È anche questa una capacità di Andare oltre?

Sì, perché anche se il tempo inesorabilmente va avanti, non è un fallimento usarlo per tornare sui propri passi e imboccare poi un’altra direzione, quando è necessario, quando si sono commessi degli errori. Saper tornare indietro è comunque una decisione, dunque qualcosa di dinamico.

Ti è mai accaduto di dover tornare indietro nella tua carriera, per preservare la tua integrità artistica?

Dopo i primi due anni e mezzo di carriera e i primi due album, mi sono ritrovato a vivere sulla mia pelle le conseguenze di scelte artistiche che mi ero ritrovato a compiere un po’ per entusiasmo, un po’ per inesperienza, senza averle ponderate bene. Mi sentivo imbrigliato in un meccanismo più forte di me, in cui non avevo più il controllo di quello che facevo. A quel punto ho deciso di cambiare rotta. C’è stato un disco interlocutorio come Sereno ad Ovest, del 2000 e tre anni dopo La cura del tempo, in cui si sente che mi sto ricongiungendo con l’identità artistica che mi rappresenta maggiormente.

Che è quella che hai festeggiato in occasione del concerto all’Arena e che in primavera porterai in tour nei teatri, giusto?

Esatto. Da un punto di vista strutturale ci saranno ancora il momento in solitudine, più agile, informale, in cui posso permettermi di cambiare scaletta anche in corso d’opera. E poi subentrerà l’orchestra per eseguire tutti i nuovi arrangiamenti, compresi i pezzi inediti, tutti, anche quelli che a Verona non erano ancora in scaletta.

L’ultima domanda è sull’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, dove presenterai l’album e dove sei da anni un docente e ora anche il Responsabile della Sezione Canzone. Come ti trovi in questi ruoli?

Sono contento che Tosca, dopo alcuni anni di insegnamento, mi abbia affidato un ruolo di maggiore responsabilità. Anni fa mi avrebbe forse spaventato, adesso mi sento pronto. Credo che dopo una certa età sia un dovere preciso quello di dedicarsi agli altri, a mettere loro a disposizione la propria esperienza per aiutarli a trovare la propria cifra. Si creano degli scambi stimolanti, che mi consentono di rimanere immerso nella realtà musicale in divenire. E questo è bellissimo.

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