Pasta Nera Jazz Project, ricetta iper-glocal dal folk della Daunia alle musiche afroamericane

L’eclettico gruppo, che quest’anno è andato in tour grazie al supporto di Puglia Sounds, sviluppa al massimo una contaminazione unica nel suo genere: quella fra jazz contemporaneo e musica tradizionale della propria terra
Pasta Nera Jazz Project - intervista - Puglia Sounds
La Torre di Montecorvino, in provincia di Foggia, immortalata sulla copertina dell’album del Pasta Nera Jazz Project

Forse non tutti se ne sono accorti, ma da qualche tempo la scena jazz vive un fulgore che non si vedeva da decenni. Pensiamo al successo di artisti come Thundercat e Kamasi Washington, alle splendide contaminazioni di Alfa Mist o dei Nubiyan Twist, persino al panorama mainstream, con certe derive jazzy del songwriting di Billie Eilish, per non parlare dell’ultimo album di Kendrick Lamar. Il fermento tocca anche l’Italia, dove quel mondo poggia su un solido sistema di festival piccoli e medi (molti e di qualità, sparsi in tutta la penisola), associazioni, testate specializzate.

Non sorprende dunque che da un simile humus scaturiscano le proposte artistiche più variegate. La grande libertà espressiva offerta dai linguaggi jazz rende il genere una formidabile piattaforma aperta ad ogni tipo di ibridazione con musiche “altre”.

È precisamente il caso del Pasta Nera Jazz Project, fautore di una ricetta unica nel suo genere che combina le forme del jazz contemporaneo con il folk tradizionale dei monti della Daunia. E il risultato – ascoltare per credere – è straordinariamente coeso e credibile.

La band – il cui nome si rifà a una canzone di Matteo Salvatore, vero unsung hero del folk italiano – quest’anno ha girato dal vivo il paese grazie al supporto del bando Tour Italia 2022 di Puglia Sounds. Conosciamola meglio.

Pasta Nera Jazz Project è piuttosto giovane: nasce nel 2018. In che modo la vostra attività musicale precedente è confluita in un progetto così particolare?

Sì, nasce dall’incontro tra sassofonista e clarinettista Antonio Pizzarelli e il pianista e compositore Felice Lionetti, entrambi musicisti jazz ma anche cultori della musica tradizionale, ai quali poi si aggiungono il contrabbassista Giovanni Mastrangelo e il batterista Antonio Cicoria. Pizzarelli nasce nella culla della musica popolare del sud Italia che è Carpino, e ha sempre gravitato nell’ambiente della musica folk e della world music.

È proprio da qui, grazie alla condivisione e collaborazione di Lionetti, che nasce l’idea di fondare questo progetto musicale che vuole omaggiare la tradizione musicale del Gargano e dei monti dauni, rivitalizzandola in chiave jazz.

Molto bella la copertina del vostro album omonimo del 2019, che ritrae la torre di Montecorvino. Per voi cosa evoca quell’immagine? Perché è un luogo speciale?

Quell’immagine da subito ci ha rapiti per la sua bellezza. Una torre che sovrasta distese di campi di grano, dove sono nati questi canti tradizionali e ai quali si sono ispirati i cantori. È anche la terra di origine di Lionetti. Infine suonare sopra quella torre è davvero qualcosa di magico, una sensazione indescrivibile.

Come si compone il vostro repertorio? Per esempio, accanto alle composizioni originali, c’è un recupero delle canzoni di Matteo Salvatore.

Il nostro repertorio è composto da nuovi arrangiamenti delle tre forme della tarantella di Carpino (Montanara, Viestesana e Rodianella), brani del grande cantastorie apricenese Matteo Salvatore (tra i quali Pasta Nera, che dà il nome al nostro gruppo ma anche al primo album, e Lu Bene Mio, tra le più belle ballate d’amore del cantastorie), più composizioni originali.

Peraltro Matteo Salvatore è un vero e proprio unsung hero di quella che solitamente chiamiamo “musica tradizionale” ma che a tutti gli effetti è il nostro folk: un mondo in larga parte misconosciuto perché relegato a una sfera dialettale, ma ricchissimo di stimoli. Siete consapevoli questo aspetto divulgativo della vostra musica?

Certamente. Infatti il Pasta Nera Jazz Project nasce proprio nel carcere di trovare una possibile connessione tra il jazz e la tradizione popolare del Gargano e dei monti dauni. Progettare il futuro senza dimenticare le radici, la storia, il patrimonio tramandato dalle voci e dagli strumenti delle vite passate.

Avete fatto dei concerti fuori dalla vostra regione anche grazie al supporto di Puglia Sounds. Perché è giusto che un ente pubblico sostenga attivamente la produzione musicale?

Soprattutto quest’anno abbiamo riscontrato un ottimo successo al Pisa Jazz, al Siege Jazz Festival di Montefiore Conca, a Bologna, all’anteprima del MEI di Faenza e ovunque ci siamo esibiti. Per questo ci sentiamo di ringraziare Puglia Sounds per credere nel potere della musica e della cultura e di sponsorizzare la buona musica delle band pugliesi.

Oggi è molto importante investire e supportare queste attività. Infatti non sempre i gruppi riescono ad esibirsi in festival e rassegne di altre regioni italiane, sia perché molte realtà musicali sono distanti dai grandi centri urbani sia per la tanta concorrenza. Ma anche perché dopo la pandemia il settore dello spettacolo dal vivo ha subito non pochi danni, con la chiusura di live club ma anche di festival annullati per mancanza di risorse.

Da un punto di vista prettamente stilistico e armonico, quali consonanze avete “scoperto” fra il jazz canonicamente inteso e la tradizione musicale della vostra terra?

Si dice che il blues sia nato in America. Beh, se si ascolta la nona traccia del nostro album, intitolata La Carpinese, si può notare che la melodia al suo interno ha le blue note tanto care agli africani deportati tempo fa nelle Americhe.

C’è da dire che sicuramente la fusione di stili musicali etnici è avvenuta nel Gargano e nella Daunia in generale molto tempo prima rispetto al processo di commistione sonoro-musicale avvenuto nelle Americhe.

Nella Daunia la fusione è tra la cultura arabo-saracena, napoletana e quella tipica e originale del territorio. La musica folk è insita nel DNA del jazz. Si pensi alle ricerche di Alan Lomax quando si fermò a Carpino nel suo viaggio in Italia. Questo fa sì che i suoni afroamericani si sposino con le tradizioni dei singoli paesi. La Puglia da questo punto di vista è un’officina storicamente molto attiva.

E più in generale cosa fa del jazz contemporaneo una perfetta piattaforma di incontro fra culture anche distanti?

Il jazz è una cultura musicale che ne assomma delle altre. Quello europeo dialoga spesso con la tradizione folk, e in Italia abbiamo Pino Minafra come massimo esponente. Nei live il gruppo si apre ad esperienze sonoro-musicali “free”. La melodia popolare ha lo stesso trattamento che ha la melodia di uno standard in un’esecuzione jazz. Il tema è il volano di tutto. Il Pasta Nera Jazz Project si è approcciato alle stupende e magiche melodie popolari della Daunia tenendo sempre in evidenza l’aspetto melodico, il groove e l’interplay dei componenti.

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