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Fulminacci, Sanremo e la Stupida sfortuna di essere bambini per sempre: l’intervista

Il cantautore romano, in gara al Festival con “Stupida sfortuna”, ci ha parlato delle sue sensazioni in vista della gara e della genesi del suo quarto album “Calcinacci” in uscita il 13 marzo

  • Il11 Febbraio 2026
Fulminacci, Sanremo e la Stupida sfortuna di essere bambini per sempre: l’intervista

Foto di Filiberto Signorello

Spalle larghe e anima da bambino, con l’attitudine scaltra di chi sa che sta per immergersi in un mondo che somiglia molto a quello dei fumetti. Per le sue storture, per il «flow» di interviste, annunci, esibizioni, critiche e premi eventuali che precedono e seguono ogni festival. Per Fulminacci è il secondo Sanremo, ma è come se fosse il primo perché nel 2021 non c’era nemmeno il pubblico e le conferenze si facevano su Zoom: «C’erano i palloncini che sono una delle più grandi fobie. Il festival che ho vissuto con Gazzelle da ospite forse è stato il primo assaggio dell’atmosfera che troverò, che è più impegnativa ma anche più divertente».

Il cantautore romano viene da un anno e mezzo senza concerti, fatto di scrittura intensa al fianco di Golden Years (che sarà anche il suo direttore d’orchestra). Tant’è che a Carlo Conti ha fatto scegliere tra due canzoni. «Stupida sfortuna è nata già con l’orchestra, quindi, è perfetta per la gara. L’altro brano però probabilmente avrebbe avuto più chance di vincere il premio della critica» scherza. Anche quel pezzo, oltre a quello in gara, sarà incluso nel suo quarto album in uscita il 13 marzo. Il titolo parla quasi da solo: «Mi sono svegliato e ho detto Calcinacci. Mi sono reso conto che rappresentavano il momento che stavo vivendo: venivo dalla fine di una relazione importante e mi ritrovavo tra le macerie. Nel disco ci sono io che guardo quello che è rimasto e che mi rimbocco le maniche per ricostruire».

Filippo è rilassato, dice di voler arrivare quinto per non avere delusioni ma soprattutto non vede l’ora di provare quelle sensazioni che solo i live e le esibizioni con il pubblico sanno restituire (e che ritroverà nel tour nei palazzetti ad aprile). A costo di provare un’ansia improvvisa e allucinante, ma con il desiderio di alimentare quel bambino interiore che, sebbene lo faccia a volte sentire inadeguato nei confronti dei trent’anni che si avvicinano, gli permette di trasformare i calcinacci in mattoncini lego.

L’intervista a Fulminacci

Quale è lo spirito con il quale torni a Sanremo?

Ci torno veramente contento. Sto facendo il conto alla rovescia perché non vedo l’ora che parta questa storia. Sai, c’è tutto il prefestival fatto di annunci e presentazioni che ti immette nel flow, però adesso ho voglia di fare, di essere lì, sul palco e sul lungomare. Sanremo è una città che mi affascina molto perché sembra uscita dai fumetti. È un posto che sento molto diverso rispetto a Roma, quasi esotico. C’è la Costa Azzurra e il centro storico con il casinò.

Sembra un po’ Topolinia. È piccola ma c’è davvero tutto.

Di notte è anche molto Diabolik. C’è la polizia che insegue Orietta Berti (ride, n.d.r.)

Quello era l’anno del tuo primo Festival che fu un unicum. Il tuo primo assaggio l’hai avuto come ospite di Gazzelle nella serata dei duetti del 2024. Cosa non vedi l’ora di rivivere di quell’esperienza?

Beh lì ho visto la carica emotiva del pubblico in carne e ossa, dei cuori e delle mani che battono. Tutto quello che mi era mancato nel 2021 da concorrente. Lì davvero non avevo nessun feedback di ciò che facevo in diretta. Potevo solo immaginare la gente a casa che comunque era sul divano un po’ presa male per la pandemia.

E invece la cosa che hai paura di rivivere?

Prima di salire sul palco sia io che Gazzelle abbiamo avuto una specie di attacco di panico, in simultanea. Ci è venuta un’ansia tremenda non sappiamo bene come, forse perché ci dovevamo misurare con un mostro sacro come Venditti e con Notte prima degli esami.  Adesso è una cosa di cui ridiamo molto, però spero che non succeda di nuovo. Tra l’altro, Flavio scherzando mi aveva proposto di fare il duetto con me anche quest’anno riportando lo stesso brano identico.  

Hai scelto invece Francesca Fagnani. Dopo Valerio Lundini, un altro ospite non-cantante. Come mai?

Mi piace confrontarmi con mondi differenti che hanno sempre a che vedere con lo spettacolo. Adoro mischiare perché penso che sia un modo di crescere. Unendosi tra anime affini, anche se fanno in realtà lavori diversi, si può comunicare qualcosa di interessante. Con Francesca ho trovato una grande sintonia. È una persona che stimo tantissimo per il lavoro che fa, ha una dignità incredibile nonostante la sua grandissima esposizione e la sua fama. Credo che sia una delle poche persone veramente in grado di parlare in questo momento. Sarà ovviamente un’esperienza del tutto leggera che non ha nulla a che vedere con la sua carriera.

Parole parole di Mina è un altro mostro sacro però.

È talmente tanto surreale che provi a cantare Mina che neanche sono teso perché è evidente che non ho la minima intenzione di confrontarmi con lei. L’idea è di divertirmi con una hit assoluta che aveva bisogno di essere rispolverata.  

Com’è nata Stupida sfortuna?

L’abbiamo scritta il primo giorno che io e Pietro (Golden Years, n.d.r.) ci siamo conosciuti. Eravamo in studio e condividendo varie idee ho iniziato a cantare su una successione di accordi che stava suonando. E siamo in ordine dalla prima strofa in poi, tutto in modo spontaneo. Per me quell’incontro è stato davvero importante per capire che fosse la persona giusta. In quel momento ho deciso che avrei fatto tutto il disco con lui perché ci eravamo trovati davvero bene.

Cosa vi accomuna e in cosa invece ti ha arricchito la sua produzione?

In comune c’è il fatto che siamo nati lo stesso giorno. Ridiamo per le stesse cose, abbiamo gusti simili. Tuttavia, mi ha molto influenzato a livello di ascolti che non conoscevo semplicemente per ignoranza. Il suono del disco dipende dalla sua firma e dal suo stile sul quale mi sono appoggiato e al quale io ho dato fiducia fin dall’inizio. Adoro come Pietro fa suonare le cose.

Perché Stupida sfortuna era la canzone giusta?

È un brano che più degli altri a Sanremo può essere valorizzato perché è nato già suonato con l’orchestra. Non è stato adattato, ma è sempre stato un po’ retro nel suono e come tutte le cose più vintage si presta a un contesto del genere. Avevo altri pezzi più elettronici che non saprei bene come rendere in tv, soprattutto su quel palco. Poi è bello quando si ha a disposizione un’orchestra di questo livello, poterla utilizzare a pieno. Inoltre, sono convinto che sia un brano che arriva molto dritto ed è molto comprensibile. Se ti piace o non ti piace lo capisci subito.

Se vinci Sanremo vai all’Eurovision?

Ho deciso che mi porrò la questione semmai mi capiterà di vincere il Festival.

Calcinacci è un titolo che già dice molto del tema e del contesto emotivo in cui è nato. È stato il più difficile da scrivere per quello che hai provato oppure è stato più facile perché avevi tante cose da esprimere?

Il processo di scrittura è durato quasi due anni. È stato difficile perché sono diventato più severo con me stesso. Le cose devono convincermi al 100% se escono. Prima scrivevo molto più di getto. Tant’è che ci sono delle cose che ho fatto che non ripeterei. L’impulsività in questo mestiere è importante, ma va dosata. In questo disco ce n’è il giusto. Ho scartato tantissime canzoni che non usciranno mai.

A livello di suono Infinito +1 o era molto suonato e quasi corporale, tant’è che tu sul palco ballavi in alcuni momenti. Questo quarto album come lo descriveresti?

A me piace sempre ballare ai concerti perché penso che sia proprio un momento liberatorio. Ormai è diventato anche un po’ un marchio di fabbrica e non mi va di abbandonarlo. Questo disco suona meno da band, ma pone più attenzione al minimalismo e ai suoni piccoli. Strizza l’occhio ad altri mondi che non sono esattamente quelli dell’album precedente. È una nuova versione di me, più sobria e meno barocca.

In Calcinacci ci sono Franco126 e Tutti Fenomeni. Chiacchierando con Giorgio riguardo al brano che chiude il suo disco, Love is not enough mi diceva che «l’amore nel mondo di oggi non è sufficiente il problema è che questo è l’unico mondo che abbiamo». Ti rigiro la domanda.

Non te lo so dire.  È una domanda la cui risposta sfocia sempre un po’ sul personale e su quello che uno sta passando. Magari tra due anni ti direi l’opposto. In questa vita, su questa terra, dobbiamo per forza attaccarci a delle cose credo. Quindi anche se l’amore non è abbastanza è bello che ci sia. Dobbiamo un po’ navigare in questa imperfezione accettandola. Il desiderio di perfezione ci porta solo all’insoddisfazione.  

Per questo disco pubblicherai un cortometraggio. Cosa ti affascina del fatto di lavorare ad un prodotto audiovisivo più lungo rispetto al videoclip?

È stata un full immersion, un modo stimolante di provare a fare qualcosa di diverso mescolando le carte. Mi è piaciuto molto il fatto di recitare in un contesto controllato. Io sono attore ma anche autore di una cosa che racconta il mio disco e il mio lavoro da cantautore. Da lì è nata anche l’idea di girare i teaser alla Boris nel dietro le quinte.

Hai descritto Stupida sfortuna come una camminata notturna durante la quale pensi a cose del passato, a cose del futuro e agli ostacoli. Cosa ti preoccupa del futuro?

Una cosa del futuro a cui penso è il fatto che compirò trent’anni tra poco, che comunque è un tema per me che ne ho 28.  Comincerò ad assomigliare a mio padre nelle foto da giovane poco prima che nascessi e questa cosa mi comporta una serie di responsabilità sociali. È anche vero che le relazioni adesso stanno cambiando. Tutto sta diventando più fluido e meno definito. Non lo so, mi sento ancora un po’ infantile. Ho paura di invecchiare. L’ostacolo è proprio il fatto che sono ancora un po’ un bambino dentro.

PALAZZACCI TOUR 2026

  • 09 aprile 2026 – ROMA, Palazzo dello Sport
  • 11 aprile 2026 – NAPOLI, Palapartenope
  • 15 aprile 2026 – MILANO, Unipol Forum
  • 18 aprile 2026 – FIRENZE, Nelson Mandela Forum
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