Nuovi luoghi e nuova musica: Karin Ann si racconta
La cantautrice slovacca, dopo aver lasciato Los Angeles ed essersi stabilita a Londra, ha riscoperto il proprio amore per la musica
Foto di Rankin
Karin Ann sembra in giro da una vita, eppure non ha ancora compiuto 24 anni. La sua carriera è decollata prestissimo con il primo singolo 3AM nel 2020 e in seguito con I’m a Loser, due brani con i quali ha ottenuto un primo riconoscimento internazionale. Gli opening a band come My Chemical Romance e Imagine Dragons e i primi due EP che la definiscono come una delle cantautrici più interessanti dell’Est Europa nonché un simbolo della comunità LGBTQQ+. Dopo aver pubblicato il suo primo album through the telescope nel 2024 è iniziato un periodo di difficoltà. Nel corso della nostra intervista l’artista ci ha raccontato come Los Angeles, una città che fin dall’inizio non le era mai sembrata così accogliente, ha complicato la sua salute mentale oltre che la sua capacità di trovare ispirazione per comporre musica.
Una vena che ha ritrovato circondandosi delle persone giuste e ricominciando a scrivere ciò che le piace. «C’è una canzone che amo davvero tanto, che non è stata ancora pubblicata, che rappresenta questa mia liberazione» ci rivela. Chitarra e voce e persino il recupero di quel tocco gotico dei primi lavori sono le anticipazioni che può darci sul suo prossimo progetto che non ha ancora una data d’uscita. Da quando la cantautrice slovacca si è riavvicinata alla sua famiglia, tornando in Europa e stabilendosi a Londra, la sua passione per la musica è “rinata”.
Gli ultimi pezzi, tra cui all my money, rappresentano un riavvicinamento ai temi più personali, toccati con un’intimità inedita rispetto al passato. Karin dalla sua ha il vantaggio di non avere fretta. Le numerose esperienze maturate in così poco tempo le consentono di avere chiare in testa le priorità. E i sogni, ovviamente: «Mi piacerebbe tantissimo recitare in un musical. È qualcosa con cui sono cresciuta e che ho sempre desiderato fare».

L’intervista a Karin Ann
Il tuo ultimo singolo, all my money, si muove decisamente nella direzione del folk e del country. Rappresenta il sound e lo stile dei tuoi progetti futuri?
Sì, credo che chiunque segua la mia musica da un po’ di tempo possa iniziare a capire la direzione verso la quale mi sto muovendo. Poi consciamente non ne sono certa. Cerco solo di essere autentica e onesta con me stessa nel momento in cui creo qualcosa. Mi piace evolvermi, cambiare e qualunque scelta presa in quel senso sarà quella giusta. Ciò che sento e ciò che mi rende felice è che la risposta del pubblico è positiva. Non era scontato perché in passato ho attraversato generi musicali diversi e ogni volta non sai come reagiranno le persone. Inizio a credere che i miei fan abbiano la mia stessa mentalità e non siano fissati con uno stile specifico quanto con il significato della canzone.
Le tue prime canzoni erano quasi gotiche per certi versi. Ora è qualcosa di più intimo. Scrivi pensando al riscontro del pubblico?
All’inizio della mia carriera, dopo l’uscita del mio primo EP, quando ho iniziato ad apparire sotto i riflettori, mi sono lasciata molto influenzare da ciò che pensavo la gente volesse da me. Sia il pubblico che le persone con cui lavoravo. In parte perché ero molto giovane ed è davvero difficile non lasciarsi sopraffare dalla pressione. I primi tempi ho spesso lasciato che fossero molti altri a decidere per me, sia inconsciamente che consapevolmente. Questo mi ha reso infelice a un certo punto. Mi ha fatto sentire come se stessi perdendo il motivo per cui avevo iniziato a fare musica.
Quale è questo motivo?
Non è mai stato legato alle altre persone, ma piuttosto a me stessa. Deriva dal mio bisogno di dire qualcosa, di esprimermi e di sfruttare le mie emozioni per trovare il mio posto nel mondo. E tutto questo lo stavo perdendo, soprattutto mentre ero a Los Angeles nell’ultimo anno. Questa estate sono arrivata a un punto in cui ho riflettuto davvero su cosa voglio fare e cosa mi renda felice e appagata. E che questo significhi che un milione di persone mi ascolteranno o solo dieci, non importa. Non è per questo che faccio quello che faccio.
C’è stato un episodio particolare che che ti ha fatto decidere: “Ok, ora voglio lasciare Los Angeles e andare in un altro posto”?
Ci sono stati molti fattori che hanno portato a quella decisione. Quando mi sono trasferita negli Stati Uniti non era mia intenzione rimanerci per sempre perché, fin dall’inizio, ho sentito che non era un posto in cui mi sentivo davvero a casa. Troppo lontano dalla mia famiglia, dai miei amici, dai miei cani che sono tutti in Europa. Da là non è che puoi tornare per qualche giorno. Trovo inoltre che Los Angeles non sia una città costruita su un senso di comunità e questo ha reso tutto ancora più complicato. Poi nella mia vita personale sono successe molte cose brutte che mi hanno traumatizzata. Infine, le elezioni alla fine del 2024: il colpo di grazia che mi ha fatto pensare: “Devo andarmene”.
Nelle tue canzoni affronti temi come la salute mentale e la libertà sessuale. La musica può avere un ruolo in questo senso?
Assolutamente sì. Nella mia vita, quando stavo cercando di capire la mia sessualità e ho affrontato per la prima volta problemi di salute mentale, la musica mi è stata davvero di grande aiuto. Ho ascoltato molto Girls Like Girls di Hayley Kiyoko e i wanna be your girlfriend di girl in red. È stato salvifico, soprattutto provenendo da un luogo in cui sessualità e salute mentale sono molto stigmatizzate e non se ne parla apertamente. La musica è sempre stata un luogo sicuro per me e uno spazio attraverso il quale ho potuto trovare una comunità di persone che sentivo fossero nella mia stessa situazione e che mi hanno aiutato a sentirmi meno sola in quello che stavo vivendo. Vista la situazione attuale nel mondo, è ancora più importante di quanto lo fosse due anni fa.
Anche scriverla ha lo stesso effetto?
Sì,e siccome scrivo in modo molto personale e riflessivo sulle mie esperienze di vita e su chi sono come persona, tutto questo mi ha aiutata a consolidare la mia identità. Mi ha aiutata a muovermi nel mondo in modo sincero con me stessa e a capire di chi voglio circondarmi e che tipo di vita voglio avere. E penso che molte persone a volte evitino di imparare queste cose, le imparino molto più tardi, o magari non le imparino affatto.
Quest’anno hai registrato una cover di Heroes in collaborazione con Mark Plati, produttore di lunga data di Bowie, e i membri della sua band originale. Com’è stata quell’esperienza?
Per me è stato molto spaventoso. Quando mi hanno proposto questa idea per la prima volta, non volevo farlo. Bowie è un artista così iconico e Heroes è un brano fondamentale dal punto di vista culturale oltre che una delle mie canzoni preferite di sempre. Ho detto: “Ragazzi, non lo farò mai, perché dovrei? Non ho alcun diritto di intromettermi in quella canzone”.
Cosa ti ha convinto poi?
All’inizio l’abbiamo registrata a patto che non fossi obbligata poi a pubblicarla. Il fatto che poi abbia partecipato Mark Plati mi ha rassicurato, anche nel renderla più mia. Abbiamo iniziato a lavorarci nel 2022, credo. Quindi parecchio tempo fa. Se dovessi rifarlo ora, probabilmente sarebbe completamente diversa. E più ci lavoravamo, più persone venivano coinvolte, persone che conoscevano Bowie e che avevano lavorato con lui. Sembrava un sigillo di approvazione.
Riguardo all’inglese, invece? Hai mai pensato di scrivere un album interamente in slovacco?
No, anche le canzoni slovacche che ho pubblicato sono state tradotte dai miei testi in inglese. Mi sento molto più naturale nell’esprimermi in inglese. Penso che sia solo una questione di regole linguistiche, combinazioni di elementi e parole che puoi usare per descrivere qualcosa. Penso che lo slovacco sia molto più rigido e limitante, non hai tante opzioni per dire certe cose. L’ho fatto quando ero bambina, quando avevo circa 10 anni. Rispetto molto gli artisti che scrivono in slovacco, perché penso: “Ragazzi, siete pazzi. È troppo difficile”.
Ti rattrista non poter fare musica nel tuo Paese d’origine?
Ogni volta che devo partire provo un sentimento molto agrodolce, ma la lontananza mi ha aiutato ad apprezzarlo molto di più. Crescendo in Slovacchia, un posto un po’ chiuso e conservatore, mi sono sempre sentita fuori posto. Ero molto arrabbiata, frustrata e triste. Mi sentivo come in una pentola a pressione, ma non potevo togliere il coperchio. Quando mi sono trasferita, è stato come respirare aria fresca, e ora, ogni volta che torno a casa, sono davvero entusiasta di tornare. Non sarebbe la stessa cosa se non avessi la possibilità di andarmene. Penso anche che sia molto importante per le persone viaggiare e fare esperienze, conoscere culture e persone diverse, ti dà una visione migliore della vita.
Non hai ancora 24 anni e hai già quasi cinque anni di esperienza alle spalle. Quali sono stati i pro e i contro di aver iniziato così presto?
Gli svantaggi riguardano il non avere una vita normale. Ho iniziato a pubblicare musica quando avevo 17 anni. Quindi ero sempre in studio. Mi sono persa molte delle esperienze “normali” dell’adolescenza. Anche perché prima della musica ero una ero una pattinatrice artistica agonistica. Anche la mia infanzia è stata particolare: avevo allenamenti prima di andare a scuola, poi in classe, e altri allenamenti dopo. Andavo a dormire e via daccapo. Uno dei vantaggi della mia carriera musicale è il poter viaggiare molto. Ora ho 23 anni e sono in una fase in cui penso che sarebbe bello fermarmi in un posto per un po’. Di solito le persone della mia età sono nella fase in cui dicono: “Voglio vedere il mondo”.
