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Matteo Alieno ci presenta “stare al mondo”: il track by track

C’è chi un posto nel mondo crede di averlo trovato e chi è condannato a cercarlo per tutta la vita. Quest’ultimo è forse il caso di Matteo Alieno che su questo disorientamento ci ha scritto il terzo album stare al mondo. Forse il verbo “condannare” non è quello giusto, perché il più delle volte non […]

  • Il27 Marzo 2026
Matteo Alieno ci presenta “stare al mondo”: il track by track

Foto di Benedetta Pionati

C’è chi un posto nel mondo crede di averlo trovato e chi è condannato a cercarlo per tutta la vita. Quest’ultimo è forse il caso di Matteo Alieno che su questo disorientamento ci ha scritto il terzo album stare al mondo. Forse il verbo “condannare” non è quello giusto, perché il più delle volte non avere etichette, essere fuori posto è una benedizione e un qualcosa da coltivare. Il cantautore romano lo fa attraverso i testi che avrebbe voluto ascoltare da bambino e con dieci brani che è sicuro: allora lo avrebbero aiutato. Al suo fianco ci sono Luca Caruso e tutta una serie di ispirazioni che vanno dalla classicità dei Beatles e dei Beach Boys fino all’ultimissma contemporaneità con Cameron Winter dei Geese.

Ci siamo fatti raccontare il nuovo album traccia per traccia perché chi meglio di lui può mettere (dis)ordine tra le sue canzoni?

il protagonista

Questo è il primo pezzo che ho scritto a Londra con Luca Caruso, forse è il testo di cui vado più fiero. Parla di provare a osservare la vita senza esserne, appunto, il protagonista, perché tutto ciò che esiste c’è al di là di quello che succede a me. Questo punto di vista mi alleggerisce, pensare che non conto nulla nella mia stessa vita, che se cambio prospettiva posso essere un osservatore e mollare il timone. Gli elementi che fanno parte del mondo, spesso avendo una funzione specifica, sembrano non avere tutti questi problemi a stare al mondo, al contrario mio. I rubinetti non hanno mai sete, le sedie sopportano il peso delle cose.

Sono molto contento anche perché la seconda strofa in realtà rivela un altro punto di vista ancora, che tutto ha bisogno di tutto, quindi anche gli stessi oggetti che sembrano speciali senza la mia presenza, hanno bisogno di qualcuno, e senza hanno paura di sparire. Musicalmente c’è sempre lo spettro di Lucio Dalla, mischiato ai Beatles, ai Beach Boys e a una scena inglese e americana contemporanea che seguo con molto interesse, da MJ Lenderman ai Geese e This is Lorelei. Ha un suono particolare ed era perfetto per aprire il disco, perché anche il testo è una dichiarazione d’intenti: non sono io il protagonista.

nessuno sa stare al mondo

È un pezzo nato insieme a Fulminacci. Ci siamo visti nel mio studio, siamo stati a suonare per 2 giorni fino a notte tarda, raccontandoci come ci sentiamo fuori dal mondo, di com’è difficile abitare il tempo in cui viviamo. È nato chiacchierando ed è stato un bellissimo scambio di visioni che ci ha fatto rendere conto che nessuno dei due ci sa stare in questo mondo. È una canzone che sprizza inadeguatezza da tutti i pori, arrivando perfino a desiderare di tornare indietro nel tempo e chiedere ai propri genitori di non concepirci mai.

Chi Vince che Vince?

Questa canzone l’ho scritta per me. Stavo male e mi vergognavo a parlarne a qualcuno, l’ho scritta in motorino senza sapere dove stavo andando. Spesso soffro perché voglio riuscire a vivere e non ci riesco, poi mi chiedo: che senso ha? Miserve davvero per essere felice? Vorrei liberarmi dal compiacere gli altri, dire che ho sempre da fare perché così nessuno pensa che sono un perdigiorno. Faccio passare avanti chi mi supera quando faccio la fila, perché mi imbarazza dire “c’ero prima io” . Da piccolo dallo spogliatoio dello sport tornavo a casa per farmi la doccia, non riuscivo davanti ai miei compagni, che ora sono tutti laureati e sembra che abbiano trovato una loro strada, io mi sento ancora perso ma non glielo dico.

Ho una famiglia bellissima che mi spinge sempre a sognare, ma questi sogni poi dove mi portano? Che succede se gli dico che non ce la faccio a tagliare il traguardo? Forse qualcun altro si sente così e spero sempre di incontrarlo. Nel frattempo continuo ad inventarlo nelle canzoni.

tonno

Tonno è una vera e propria storia raccontata quasi in terza persona. Dico quasi perché neanche io ho capito quanto il “tonno” sia una metafora per raccontare me, oppure lui come animale. Sicuramente attraverso la storia di questo pesce ho trovato un modo per parlare del senso di spaesamento che si prova a nuotare in un mondo pieno di squali. Quel voler mettere la testa sotto la sabbia per dimenticare i problemi. Il cercare uno scoglio per riposarsi. Ascoltando bene l’intro della canzone però non è chiaro se questo tonno è realmente nel mare o in realtà vive in un acquario di un museo di Londra, tutti i problemi che lo affliggono perciò potrebbero essere semplicemente illusori, e non esistere davvero.

fossi più leggera

fossi più leggera racconta mia madre e il rapporto che ho con lei, a volte conflittuale ma consapevole che le caratteristiche stralunate che ho ereditato da lei mi aiutano tutti i giorni a vivere dissociandomi dalla realtà. “Vivi nel tuo mondo ma proprio come se ci fossi solo tu”: è qui che sono arrivato a rendermi conto che probabilmente è da lei che ho preso questo senso di spaesamento nei confronti di ciò che mi circonda. Mia madre è una figura importantissima, è con lei che ho iniziato a scrivere le canzoni quando ero bambino come fosse un gioco, e anche se a volte è difficile accettare di essere entrambi due disadattati, in fondo è un’avventura. Musicalmente per arrangiarla ci siamo ispirati molto a Cameron Winter, è un cantautore che mi ha dato moltissimo ultimamente.

Piselli

Questo brano parla di amicizia. L’ho scritto pensando a Gustavo, un mio amico vero. Dico “vero” perché ci siamo sempre voluti bene senza esserci utili, siamo amici e basta, e questo penso sia importantissimo nella vita. Spesso tra maschi si è in difficoltà ad aprirsi: con il mio migliore amico invece questo non succede. Ci conosciamo dalla prima elementare e non ci siamo mai serviti a niente, se non ad alleggerirci
un po’: in fondo “un peso è più leggero se ce l’hanno anche gli altri” Amo questa canzone anche per il finale barocco scritto da Luca (Caruso): è un mago, non so neanche come abbia fatto a partorire questa follia. Volevamo solo ispirarci a In My Life dei Beatles e ci è partita la mano.

Spalle

Spalle è ciò che oggi penso sia l’amore: guardarsi le spalle, distrarsi dal mondo pericolosissimo
in cui ci troviamo, è chiudersi gli occhi, addormentarsi. Fondamentalmente ho ringraziato la persona che mi sta accanto per avermi nascosto tutte le cose brutte, tutti i rischi della vita: il suo è stato un atto d’amore che mi ha commosso. Mi fa pensare un po’ alla scena del bus di Forrest Gump, quando Jenny fa sedere il piccolo Forrest accanto a lei sull’autobus. Il pezzo è nato sempre parlando, questa volta a Londra con Luca Caruso, che ormai è diventato un amico, e come succede con gli amici, spesso ci si sfoga sull’amore.

Ansia

È un brano a cui sono molto affezionato. Mi riporta al mondo di Sgt. Pepper’s (il riferimento è chiaro). Volevo parlare della musica contemporanea, criticandola con un certo sarcasmo e con i grandi del passato a guardarmi le spalle. È un po’ come dire “io sto con loro che mi difendono”. È un pezzo che sa un po’ di musical in fondo, è goffo, fa un po’ la voce grossa contro un sistema che ha dimenticato di divertirsi un po’.  Abbiamo lavorato al pezzo con Alessandro Casagni e abbiamo avuto l’occasione di poter registrare i cori dei bambini della mia scuola media, lo stesso luogo dove io ho studiato musica
per la prima volta. Ai tempi suonavo nell’orchestra e infatti nella canzone c’è un po’ quest’anima
collettiva.

persone

In persone descrivo la realtà che mi fa sentire fuori posto, i suoi difetti che mi tengono alla larga. Palazzi giganti, solitudine, animali in batteria: è uno sguardo pessimista su quello che penso sia la società contemporanea, e infatti verso la fine voglio scappare, dandomi una spinta attraverso la musica, che infatti esplode in modo urgente come a voler distruggere i muri che forse io stesso mi sono creato. È una canzone che appartiene un po’ all’immaginario distopico di 1984 , ispirata molto anche dai film di Ron Fricke (Baraka e Samsara) e dall’angoscia dei Radiohead. La lente della distopia mi ha sempre permesso di leggere la realtà contemporanea con uno sguardo critico, non fidandomi completamente dell’evoluzione e del progresso come unico fine, che porta spesso all’arricchimento di pochi e all’impoverimento culturale di molti.

si può fare

Questa è una canzone che mi ha tolto la pelle quando l’ho scritta, ricordo che stavo malissimo. Qui parlo della fatica di vivere, di provare ad andare avanti anche quando ci si sente soli al mondo, di arrancare con un sorriso sfacciato tra i denti, con un casino dentro e i calzini spaiati. Si può fare è la disperata voglia di farcela, raccontandosi che è possibile. E non importa se è una bugia, a volte è quella che serve per provare a rimettersi in carreggiata.

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