Rock

“Station to Station”: 50 anni fa nasceva il Duca Bianco, l’anima nera di David Bowie

L’album, uscito il 23 gennaio 1976, è l’anello di congiunzione tra il “plastic soul” esplorato in “Young Americans” e la fredda avanguardia europea della trilogia berlinese

  • Il23 Gennaio 2026
“Station to Station”: 50 anni fa nasceva il Duca Bianco, l’anima nera di David Bowie

Dettaglio della copertina di "Station to Station" di David Bowie

L’unica costante della lunga e fortunata carriera di David Bowie è stata il cambiamento. Non è un caso che Changes, contenuta nel capolavoro Hunky Dory del 1971, sia una delle canzoni più rappresentative della sua capacità di rinnovarsi costantemente. Nel 1975 Bowie aveva stupito tutti con l’album Young Americans, il suo omaggio al “plastic soul” e al Philly Sound che impazza in quegli anni in USA. Un disco trascinato dal funk di Fame, scritta a quattro mani con John Lennon, frutto del suo periodo autodistruttivo a Los Angeles. La dipendenza dalla cocaina e una singolare dieta a base di sigarette, peperoncini e latte acuirono la sua paranoia, aumentando un’insana fascinazione verso la magia nera e l’iconografia nazista.

In questo contesto deviante nascerà una delle maschere più enigmatiche e disturbanti della storia del rock, quella dell’Esile Duca Bianco. Un soprannome che troppo spesso viene usato come sinonimo tout court di Bowie, quando, in realtà, quel personaggio rappresenta una fase limitata a un paio d’anni sui cinquanta di carriera discografica.

Per questo merita di esser celebrato oggi Station to Station, pubblicato il 23 gennaio 1976 (cinquant’anni fa esatti), l’unico album interamente ascrivibile al personaggio iconico del Duca Bianco. Vediamo insieme cinque cose da sapere su un album di transizione tra due diverse epoche artistiche, ma ricco di brani indimenticabili.

Cinque cose da sapere su Station to Station di David Bowie

La nascita del Duca Bianco

La title track Station to Station si apre con uno dei più grandi incipit nella storia della musica rock: “The return of the thin white duke / Throwing darts in lovers’ eyes” (“Il ritorno dell’esile duca bianco / che lancia freccette negli occhi degli amanti”).

Claudio Fabretti, nel suo recente libro David Bowie. Forever and ever (ed. White Star), descrive così questo inquietante alter ego dell’artista: “Capelli rosso-biondi impomatati e tirati all’indietro, panciotto e camicia larga, pantaloni neri a righe, il Duca Bianco è un essere algido e aristocratico, intossicato dalle droghe, alienato dalla paranoia urbana e isolato nel suo mondo di musica robotica. Uno stretto parente del personaggio di Thomas Newton interpretato da Bowie nel film L’uomo che cadde sulla Terra”.

Il Duca Bianco è un “superuomo privo di emozioni” (chiaro il riferimento a Nietzsche), che lo stesso Bowie definirà un “personaggio davvero cattivo”. Questa creatura, elegante e amorale, è il perfetto avatar della sua discesa nell’oscurità, un’entità ultraterrena che sembra aver quasi preso il controllo dell’uomo David. Il suono unico e stratificato dell’album diventerà la colonna sonora di questa “possessione” artistica.

La title track Station to Station

La title track Station to Station, un’epopea di oltre dieci minuti, si apre con il suono spettrale di un treno in corsa, seguito da una nota di chitarra che si contorce in un urlo di feedback. Per tre minuti, una marcia art-rock quasi funerea aumenta la tensione, fino all’ingresso della voce emozionante del cantautore inglese.

In Station to Station, David Bowie giustappone due sistemi mistici apparentemente inconciliabili: le quattordici stazioni della Via Crucis e i dieci centri energetici (Sephirot) dell’albero della vita cabalistico, citati nel verso “one magical movement from Kether to Malkuth”. L’influenza della scena krautrock tedesca, in particolare Kraftwerk e Tangerine Dream, è palpabile nella marcia meccanica della title track.

Golden Years e Stay, l’anima “black” dell’album

Station to Station occupa una posizione cruciale nella discografia di David Bowie, un crocevia sonoro in cui America ed Europa si scontrano. L’album è l’anello di congiunzione che perfeziona il “plastic soul” esplorato in Young Americans, mentre anticipa la fredda avanguardia europea della futura trilogia berlinese.

I brani Golden Years e Stay portano a compimento la fascinazione del Duca Bianco per la musica nera. Il primo singolo, l’irresistibile Golden Years, è un funk raffinato e suadente, offerto secondo la leggenda a Elvis Presley (che la rifiutò). La sua apparente leggerezza maschera, però, una tendenza paranoica nel testo (“run for the shadows”).

Stay, invece, è un funk torrenziale, un brano ricco di calore costruito sulla chitarra nevrotica e tagliente di Carlos Alomar e su una sezione ritmica implacabile. È l’ultimo, febbrile ballo di Bowie con l’America prima della fuga salvifica verso Berlino.

L’allucinato racconto di TVC 15

La canzone fu ispirata da un leggendario aneddoto con protagonista il suo amico Iggy Pop. Il frontman degli Stooges, in preda a un’allucinazione, si convinse che il televisore di Bowie avesse letteralmente inghiottito la sua ragazza. Il Duca Bianco prese questo evento e lo trasformò in un racconto dell’assurdo, in cui il protagonista, dopo aver visto la sua amata strisciare dentro lo schermo, decide di tuffarsi nel televisore per seguirla.

Musicalmente, il brano è costruito su un martellante boogie-woogie suonato magistralmente da Roy Bittan, sostenuto da un’energia propulsiva e da cori isterici. TVC 15 incarna perfettamente lo spirito sperimentale e l’umorismo nero dell’album.

Il grandioso finale di Wild Is the Wind

Un album freddo e sperimentale come Station to Station si chiude con un colpo di scena. Wild Is the Wind è uno dei momenti più caldi, commoventi e magistrali dell’intera discografia di Bowie. Un finale che svela un’anima vulnerabile, sotto la corazza algida del Duca Bianco. L’unica cover dell’album è un omaggio diretto all’interpretazione di Nina Simone del 1966.

La scelta non fu casuale. Bowie aveva stretto una profonda amicizia con Simone, basata su lunghe conversazioni telefoniche e su un sostegno reciproco. Fu lei a cogliere la sua natura ultraterrena, affermando: “Ha più sale in zucca di chiunque abbia mai conosciuto. David non viene da questo mondo”. Questa preziosa amicizia lo portò a registrare la canzone come tributo a Nina, regalandoci una delle sue interpretazioni vocali più memorabili per la capacità di alternare potenza e fragilità.

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