Dal record di “Boys Don’t Cry” ai primi Grammy: il momento d’oro dei The Cure
Dopo quasi cinquant’anni di carriera, la band di Robert Smith ha vinto i suoi primi “grammofonini” per il singolo “Alone” e l’album “Songs of a Lost World”
Robert Smith nello shooting per la celebre copertina del singolo "Boys Don't Cry" (foto di Andy Vella)
Che cosa accomuna leggende del rock come Jimi Hendrix, Janis Joplin, Chuck Berry, Queen, Led Zeppelin, The Who e Kiss a giganti dell’hip hop come 2Pac, The Notorious B.I.G, Snoop Dogg e Run DMC (senza dimenticare artisti iconici come Bob Marley, Morrissey, Björk e Iggy Pop)? Semplice: nessuno dei personaggi sopra elencati ha vinto – nel pieno della sua carriera discografica – un Grammy Award. Alcuni di questi artisti hanno ricevuto un Lifetime Achievement Award postumo, una sorta di pezza tardiva messa dalla Recording Academy per rimediare alla figuraccia fatta. Una band che faceva parte di questo incredibile elenco di illustri esclusi dai Grammy Awards, fino a poco fa, era quella dei The Cure.
La rivincita dei The Cure ai Grammy Awards 2026
La sera del 1° febbraio 2026, presso la Crypto.com Arena di Los Angeles, l’industria discografica non ha celebrato soltanto la sessantottesima edizione dei Grammy Awards, ma anche la riparazione tardiva di un’ingiustizia durata quasi mezzo secolo: i The Cure hanno vinto finalmente i loro primi due “grammofonini”, ovvero “Best Alternative Music Performance” per il brano Alone e “Best Alternative Music Album” per il disco Songs of a Lost World.
In un paradosso squisitamente “The Cure”, il loro momento di massima legittimazione mainstream è coinciso con un palco vuoto: non c’era Robert Smith a sollevare fisicamente le statuette dei Grammy, per una ragione che travalica le logiche della discografia.
La tragica scomparsa di Perry Bamonte
Il gruppo era in Inghilterra per l’estremo saluto a Perry Bamonte, scomparso il 24 dicembre 2025 all’età di 65 anni. Bamonte non era un semplice turnista: era il ponte tra l’era di Wish e la rinascita contemporanea della band. Entrato nella crew negli anni ‘80 e diventato membro ufficiale nel 1990, il suo contributo su album come Wish e Bloodflowers è stato fondamentale per definire l’architettura sonora della band.
Robert Smith ha inviato, a nome dei The Cure, un messaggio al pubblico dei Grammy: “Siamo profondamente onorati di ricevere questo premio. Vorremmo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione delle nostre canzoni, in particolare il co-produttore Paul Corkett e tutte le persone che hanno lavorato affinché questo progetto vedesse la luce. Ma soprattutto ringraziamo tutti i fan dei The Cure in tutto il mondo: senza di voi, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile”.
Per decenni, la band di Crawley ha abitato i margini del sistema, costruendo una carriera basata sulla coerenza estetica anziché sul consenso delle giurie. Vedere il nome The Cure finalmente inciso nell’oro della Recording Academy non è una concessione alla nostalgia, ma il riconoscimento di una persistenza artistica che ha saputo attendere che i pianeti finalmente si allineassero. Mentre l’industria premia spesso l’immediatezza, i The Cure hanno vinto per la loro solidità: Songs of a Lost World rappresenta un ritorno all’urgenza creativa di un’opera complessa e stratificata.
Il ruolo centrale dei The Cure nella scena rock
Sono pochi i gruppi rock in grado di restare sulla cresta dell’onda per quasi cinquant’anni, non solo senza perdere i fan della prima ora ma anzi acquisendone di nuovi. Sono ancora meno le band che hanno avuto un’influenza decisiva, creando decine di gruppi epigoni. E ancora meno gli artisti che riescono a diventare vere e proprie icone, tanto da ispirare la figura del protagonista di This must be the place di Paolo Sorrentino.
Quest’ultimo è il caso di Robert Smith, chitarrista e indiscusso frontman dei The Cure. La sua musica non è certo consolatoria o spensierata, ma probabilmente il motivo di un successo così clamoroso e duraturo è da rinvenire nella schiettezza dei testi delle sue canzoni. L’amore che finisce, le aspettative deluse e il desiderio di cose impossibili sono le tematiche più ricorrenti della poetica dei The Cure, un gruppo che, forse con troppa superficialità, è stato ascritto negli angusti confini del dark. «Tutto quello che faccio, lo faccio al calare del buio, ma non sono strano, né triste», ha sottolineato Smith.
Formatisi come band nel 1978, i The Cure hanno venduto oltre 30 milioni di dischi in tutto il mondo, sono stati headliner del Glastonbury Festival per quattro volte e sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2019. Dai primi successi ad oggi il solo Simon Gallup, straordinario bassista, è l’unico componente fisso della band, oltre al suo carismatico leader. L’affermazione per i Cure arriva nel 1979 con l’irresistibile singolo Boys Don’t Cry. Con gli album Pornography del 1982 e soprattutto Disintegration del 1989, universalmente considerato il loro capolavoro, la band di Crawley entra a pieno diritto nella storia del rock.
Un successo che prosegue anche nell’epoca dello streaming
Chi pensa che i The Cure siano un gruppo del passato, legato a un’era lontana e analogica, si sbaglia. Infatti di recente la band ha tagliato un traguardo tutto digitale: Boys Don’t Cry è diventato il primo brano della band a raggiungere un miliardo di stream su Spotify. Inoltre la canzone ha anche raggiunto le classifiche TikTok in UK e USA.
Inizialmente pubblicata come singolo nell’estate del 1979, Boys Don’t Cry divenne la traccia principale dell’edizione statunitense dell’album di debutto della band, Three Imaginary Boys. Il brano-simbolo della band raggiunse il successo internazionale nel 1986, quando Robert Smith registrò nuovamente la voce e remixò la backing track.
La versione 7″ di Boys Don’t Cry (New Voice – New Mix), ora ribattezzata Boys Don’t Cry (86 Mix), è uscita digitalmente per la prima volta il 30 gennaio 2026. La rimasterizzazione è stata curata da Matt Colton. Per festeggiare il miliardo di stream, il brano verrà ripubblicato in tre versioni in edizione limitata: su vinile 12″ (dal 24 aprile), vinile 7″ (dal 21 aprile) e CD (dal 6 aprile).

