Le armonie dei Colla Zio dalla strada a Sanremo: «Che bello dar senso allo stare insieme tramite il canto»

Il collettivo (o “banda”, come amano definirsi) ha passato la selezione di Sanremo Giovani e porterà sul palco dell’Ariston il brano “Non Mi Va”. Fra piacere per la contaminazione e un approccio polifonico senza simili nella scena di oggi, la loro è una proposta musicale pressoché unica in Italia
Colla Zio - Rockabilly Carter - Sanremo 2023 - intervista - foto di Giovanni Bonassi - 1
I Colla Zio: dietro, Lampo, Armo, Mala; davanti, Berna, Petta (foto di Giovanni Bonassi)

Sono cinque, poco più che ventenni, hanno la freschezza di chi è alle prime interviste con la stampa nazionale, cantano luminose armonie vocali su brani dall’approccio fortemente contaminato: pop, hip hop, dance, rock, funk. Praticamente un incrocio fra Beck e i Neri per Caso.

Che ci fanno i Colla Zio a Sanremo 2023? Questa la domanda che potrebbe inizialmente sorgere nella mente del pubblico generalista, poco avvezzo alle lineup del Mi Ami. Tuttavia non abbiamo dubbi che il collettivo (o “banda”, come amano definirsi) ci metterà poco a conquistare il pubblico nazional-popolare per eccellenza con la grinta e le good vibes di cui è capace.

Dopo aver passato la selezione di Sanremo Giovani con Asfalto, i Colla Zio fanno parte della truppa delle sei “Nuove Proposte” promosse automaticamente alla competizione principale. Sul palco dell’Ariston porteranno la loro Non Mi Va, «un funkettone energico, un pezzo che fa ballare».

Prossimi appuntamenti: l’uscita dell’album d’esordio Rockabilly Carter il 17 febbraio (via Woodworm / Virgin / Universal Music) e il tour nei club in partenza da Roma il 22 marzo.

Voi non vi definite “band” ma “collettivo”. In genere come vi dividete il lavoro sui brani? Chi fa cosa? Magari c’è qualcuno che porta influenze musicali di un certo tipo e altri ne portano altre?

Armo: Ultimamente ci stiamo definendo “banda”, un termine forse più calzante.

Berna: Perché va anche al di là della musica: noi siamo amici da prima.

Mala: Questo c’entra molto con le influenze che ci diamo. Vedendoci tutti i giorni, ognuno fa ascoltare all’altro quello che ha scoperto. L’influenza è continua.

Lampo: Ognuno porta i propri gusti e li condivide con gli altri. Il nostro prodotto musicale è la convergenza di tutto ciò.

Berna: Anche perché quando siamo in studio insieme ci prendiamo momenti “di reference” in cui ci rilassiamo e ascoltiamo musica nuova.

Armo: Quando ho bisogno di ascoltare musica nuova vado sulle playlist pubbliche di Berna e gli “rubo” qualche pezzo.

Berna: Non sapevo che fossero pubbliche…

Lampo: Tornando ai ruoli, ci piace definirci fluidi in tal senso. Non siamo la classica band in cui i ruoli sono ben definiti. Ognuno ha delle inclinazioni su certe cose ma poi ci piace che ci sia uno scambio continuo. Petta e Armo si occupano più della parte musicale, noi tre invece della parte vocale. La scrittura spesso è un momento, se non collettivo, comunque sempre di dialogo.

Armo: Questo si vede anche dal fatto che non abbiamo un frontman.

Berna: Non c’è una via canonica alla scrittura dei brani.

Armo: Per esempio Non Mi Va è nata in un lasso di tempo ampio, mentre un brano come La Nostra Seconda Primavera, che è nell’album, è nato in un pomeriggio sul prato della Collina dei Ciliegi (zona Bicocca a Milano, ndr).

Capitolo Sanremo. Cosa ci potete anticipare su Non Mi Va?

Armo: Il pezzo è un funkettone bello energico, frizzante. Cerchiamo di mescolare i nostri caratteri specifici – tante voci, armonizzazioni, polifonia – con strofe più hip hop. Ci sono chitarrine, sintetizzatori, un basso bello groovy. È un pezzo che fa ballare.

Lampo: Vogliamo far trasparire il nostro modo di essere e di divertirci sul palco. Il pezzo è giusto per fare una foto dei Colla Zio su un palco importante come quello dell’Ariston.

Armo: E questo va in antitesi con quello che vogliamo dire col pezzo, che invece parla di un forte senso di insicurezza che il protagonista prova nel relazionarsi con le persone, col resto del mondo.

Berna: “Non mi va” è la prima reazione spontanea che ci viene quando incontriamo una difficoltà. È il punto di partenza, poi ognuno ha diverse opzioni: continuare su quella linea, senza fare niente, oppure prendere il mano la propria vita e trainarla fuori da quell’insicurezza.

Petta: Noi stiamo provando a seguire la seconda.

Invece tornando un pochino indietro, ad Asfalto: del brano – come di molte altre vostre canzoni – mi colpisce molto la bella commistione di ispirazioni – rap, pop, dance, c’è persino un assolo di chitarra. È un approccio e un sound che in un certo senso assimilo a un artista come Beck.

Petta: Lui ci piace molto. Comunque per le strofe di Asfalto una reference è stata My High di Disclosure, Aminé e Slowthai.

Armo: Effettivamente le chitarre mi fanno venire in mente Loser, non ci avevamo pensato.

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Colla Zio (foto di Giovanni Bonassi)
Perché dedicare un album a Billy Carter?

Lampo: Non è il fratello del presidente americano Jimmy (imprenditore agricolo dal forte accento del sud e dai modi dimessi, guadagnò una certa notorietà in quanto personaggio diametralmente opposto alla statura istituzionale del fratello, ndr).

Petta: È un gigante buono che ha un problema: non riesce a comunicare con gli altri, parla una lingua che nessuno capisce. Quindi il suo primo istinto è di scappare fra le montagne e isolarsi. Dopo un po’ ha deciso di prendere in mano la situazione e iniziare una delle sue corse folli. Nel momento in cui accetti l’incomunicabilità di te stesso, forse gli altri possono iniziare a capirti.

Berna: Noi parliamo di lui come se fosse una persona reale che abbiamo incontrato, ma è un personaggio che abbiamo inventato noi e che è noi. È l’anima di tutte le persone che si sentono sole.

Lampo: In questo senso siamo tutti dei Billy Carter.

Berna: L’ultima traccia del disco è scritta proprio nella lingua di Billy Carter, un italiano che non si capisce.

Armo: Che poi è anche il modo in cui parliamo fra di noi…

Chiara è fra le canzoni più belle del disco. Ci parlate del vostro sodalizio con i Selton?

Berna: La prima volta li abbiamo beccati nel parcheggio del Magnolia, eravamo rimasti fuori perché non avevamo gli accrediti. Così abbiamo fatto la nostra solita cosa, ci siamo messi a cantare con la chitarra. Loro ci hanno visti e si sono fermati ad ascoltare. Non so, avranno visto qualcosa in noi. Siamo rimasti in contatto e li abbiamo conosciuti anche nell’ambito professionale, anche andando insieme ai concerti. Così spontaneamente è venuta l’idea di fare un brano insieme.

Armo: Ma non del tipo “facciamo il feat”. All’inizio gli abbiamo chiesto di aiutarci a produrre il brano, perché era molto suonato. Nel farlo, la presa bene era così grande che l’abbiamo completato insieme.

Voi fate un uso delle armonie vocali che non è affatto comune nella musica italiana di oggi. Qual è stato il vostro punto d’incontro, artisticamente parlando?

Berna: Il nostro periodo liceale è stato caratterizzato dal fatto che eravamo una quindicina di persone e cantavamo a cappella in strada, l’unica cosa che avevamo era questo intreccio di voci. Abbiamo passato tre o quattro anni così.

Armo: Col fatto che lo fai in strada, in piazza, lo fai più forte che puoi: vuoi che la gente ti senta.

Berna: Stilisticamente noi ci fossilizziamo molto poco nei nostri ascolti, ascoltiamo tanta musica dall’estero. Non solo musica americana ma anche sudamericana, per esempio.

Lampo: E poi è bellissimo dare un senso allo stare insieme tramite il canto.

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