Katana Koala Kiwi: ascolta in anteprima il loro album di debutto
La band triestina pubblica domani, venerdì 10 aprile, il suo primo disco “Il territorio delle meduse”. Qui il preascolto a poche ore dalla pubblicazione ufficiale
Foto di Francesco Manzoni e Elena Brenna
Vengono da Trieste e per il loro primo album si sono ispirati ad Haruki Murakami. I Katana Koala Kiwi (Alessandro, Andrea, Pietro, Gilberto e Lorenzo) sono cresciuti in provincia, tra i rioni di Scorcola e San Giacomo. Prima amici e poi compagni di band. Dopo l’EP d’esordio Per farmi coraggio mi sono buttato dal piano terra e il successivo Precipitiamo di sicuro, pubblicano per Dumba Dischi Il territorio delle meduse. Il titolo del loro primo full lenght fa riferimento a un passo del celebre scrittore giapponese: “…noi con i nostri occhi vediamo solo una piccola parte del mondo. Pensiamo sia tutto lì, ma è solo per abitudine […] Il mondo reale è un luogo molto più oscuro, più profondo, la maggior parte del quale è abitato da creature come le meduse”.
Le meduse sono il simbolo del cambio di prospettiva. Da animali resilienti sono diventati il simbolo del deterioramento degli ecosistemi marini, una crisi ambientale profondamente legata all’intervento umano. Il contrasto tra uomo e natura è il filo conduttore del disco. E lo stesso tipo di contrasto, di natura diversa, c’è stato nello studio di registrazione, tra post rock, shoegaze e art rock. «In questo disco abbiamo riversato le nostre gioie, le nostre paure, le nostre fragilità e le nostre speranze. In un mondo che annaspa per restare a galla, è fondamentale non perdere nel fango la propria umanità. Dietro questi dieci brani si scorge la fotografia di cinque amici, cinque persone animate dalle stesse speranze e bruciate dalla stessa disillusione» racconta la band.
Il track by track del disco
Viscere: l’intro del disco scava con le unghie nella terra e nel fango. Non alla ricerca di risposte ma per creare un buco dove urlare il proprio dolore. Tra paesaggi sonori liturgici e chitarre laceranti, il brano esplora temi come la coscienza, la morale, il senso di colpa ed il disgusto per come una parte del mondo stia abbandonando la propria umanità.
Noia vampira: esplora il rapporto con la noia: seduttrice, vorace, cannibale. Tra procrastinazioni che rimandano a Svevo e malesseri che richiamano Cobain, il brano interseca muri di suono a momenti melodici ma taglienti. Tra sonorità grunge e shoegaze, rimane semplicemente una domanda: è forse la noia una malattia o un inspiegabilmente sensuale dolce cullare?
Tornare a casa: è l’irrefrenabile impulso di piangere il giorno prima di tornare a casa dopo un lungo viaggio, la malinconia che assale alla fine di un’avventura, ritornando alle solite, salde certezze. È il rumore dei cocci di vetro che cadono per terra quando, frantumato lo specchio del sogno, vi si scorge attraverso il mondo reale. Tempi dispari e melodie incalzanti accompagnano il racconto di un inseguimento affannoso.
Truccare la realtà non potendo cambiare il mondo: Un grido disperato, frutto di una sopravvivenza segnata dalla disillusione: tra chitarre shoegaze e sonorità nu metal, si sviluppa come un mantra, accumulando immagini e tensione, come una ferita che lacera il cranio.
Strade private: si tratta di una riflessione notturna tra riverberi sospesi e disperate esplosioni. Alle pendici del Monte Nevoso, in Slovenia, nasce un fiume che durante il proprio corso si inabissa nel terreno carsico per poi riemergere e sfociare nelle vicinanze del capoluogo Giuliano. Sentirsi come il Timavo esprime timidezza e insicurezza ma anche la forza di combattere per ciò che si ama gettando tutto ciò che compone sé stessi nel mare più grande. Un brano art rock che nutre le proprie esplorazioni sonore con radici folk e cantautorali.
Sul fondo del fiume: De André cantava che sul fondo del fiume c’era qualcosa di più che solamente sassi e fanghiglia. Cinematici intrecci e fragorose esplosioni sonore tipiche del post rock ci ricordano come sul fondo del fiume riposi tutto ciò che riposa sul fondo dell’animo umano: inquietudine, tristezza, gioia, paura, felicità, dolore e speranza.
Di vele e naufragi: Una canzone che guarda al mare come si guarda qualcosa di tramandato in famiglia: con reverenza e timore. Tra influenze new-wave e art rock dublinese, è una ballata che parla di ciò che resta anche quando non lo vediamo più.
Nella pancia del lupo: Un brano che addolcisce i granitici riff tipici dello stoner rock con un’attitudine squisitamente pop ispirata a grandi maestri come Foo Fighters e Queens of the Stone Age. La canzone esplora il concetto della perdita ed il rapporto con l’altro. L’acqua, elemento preponderante nel globo, passa da essere fonte di vita ad arma letale. Tra carne e carta, il ruolo centrale è occupato dal dubbio: “Se la carta fosse carne, dimmi amore, vi ci affonderesti i denti?”.
Formaldeide: La bolla che preserva e soffoca Trieste, la nostra città. Che sia il vento a graffiarne la pelle o il caldo sole estivo a seccarla, tutto qui è vittima di un’imperitura alchimia. Nulla si crea, nulla si distrugge. Cosa le riserva il futuro?
Il territorio delle meduse: Esiste all’interno di ognuno di noi una zona alla quale nessun altro potrà mai accedere. Il brano abbandona ciò che le parole possono esprimere e abbraccia ciò che non possono spiegare. Come una medusa che si lascia trasportare dalla corrente, il brano accompagna l’ascoltatore verso la fine di un disco denso di domande e di riflessioni, ma senza alcuna risposta.
