Sayf a Sanremo con “Tu mi piaci tanto”: «La pressione che sento? Giocarmela bene»
A tre settimane dal suo debutto sul palco dell’Ariston abbiamo incontrato uno dei favoriti. «Eurovision? Deciderò al momento, condivido le posizioni di chi protesta per la Palestina»
Sayf
Quante cose possono cambiare in un anno? Se sei uno dei talenti più luminosi e interessanti della nuova scena italiana, la risposta è molte. Di certo lo è per Sayf, che in 365 giorni è passato dall’essere un nome conosciuto da una nicchia attenta al circuito degli emergenti (a marzo del 2025 gli avevamo dedicato una cover del nostro format GENb, mentre a novembre è diventato il protagonista del nostro numero cartaceo dedicato alle generazioni con background migratorio) a uno dei 30 big in gara a Sanremo 2026, scalando vertiginosamente la lista dei favoriti alla vittoria. A tre settimane dal suo debutto al Festival lo abbiamo incontrato sulla terrazza di una casa milanese che restituisce il mood familiare e accogliente con cui Adam si relaziona con chi ha di fronte. Come sempre, ad emergere immediatamente è la sua spontaneità, la cosa che più di tutte lo rende autentico.
Mette infatti subito in chiaro che «di ansia muoio, ma per fatti miei», ma che sta vivendo questa prima importantissima volta con la tranquillità con cui vive la vita. «Sanremo è un contesto che rispetto, mi fa piacere come è venuta la canzone, ma da quel punto di vista sono tranquillo perché vado a fare quello che so. È importante per me rimanere legati a quello che si vive. Su questo sono sereno, perché so che – indipendentemente da quello che succederà – non cerco determinati contesti». La sua Tu mi piaci tanto, del resto, è stata una delle canzoni più apprezzate dai primi ascolti, tra un ritornello che promette di non essere dimenticato e un sottotesto non scontato. Una “canzonetta”, come la definisce lui stesso, che è tutto tranne che tale.
Sayf a Sanremo: Tenco, l’Italia di ieri e quella di oggi
Sayf cita infatti l’Italia di ieri – «mi affascinano tutte le vicende che riguardano la Prima Repubblica. Conoscere il passato è importante per capire quello che succede nel presente: la storia è sempre circolare e questo spiega tante dinamiche di oggi» – e quella di oggi. Un’Italia nuova, mischiata e multicuturale, in cui non esiste più solo un punto di vista, con narrazioni complesse e non più unidirezionali. «Ci tengo al messaggio delle seconde generazioni perché secondo me è fondamentale», spiega lui, «quello che sento di poter essere è un ponte per far capire a una generazione più grande artisti come Baby Gang. Io mi sento parte della stessa narrazione, anche se con un linguaggio diverso e altre sfumature. Per me è importante far capire che esistono vari spaccati di vita, e se uno non si dà la possibilità di conoscerli e capirli, è più facile giudicare».
Ma anche un’Italia in cui «siamo tutti uguali, solo che lo dimentichiamo. Io sogno un mondo tranquillo e unito, mentre oggi ci vogliono tutti scontrati e chi mangia non siamo noi che ci scontriamo. Non sono un rivoluzionario. Magari qualcuno ascolta la mia canzone e gli viene voglia di fare qualcosa: io ci sono».
Nel testo poi spicca anche un riferimento a Tenco, «un’estremizzazione del discorso sull’aspettativa, Sanremo per me è come un tirocinio: arrivo dopo che ho fatto la musica tutta la vita senza una particolare attenzione addosso, e ora sento la pressione di giocarmela bene non solo per la mia carriera, ma per la vita. Se finisce il sogno della musica non so cosa vado a fare, ma so che se finisse la mia vita sarebbe comunque la mia vita».
«Questo è un mondo che ti riempie di attenzioni in maniera sbagliata: se non hai un rapporto con la realtà rischi di farti abbagliare»
Il suo percorso, infatti, ha radici lontane – come ci aveva raccontato nella nostra intervista -. Una gavetta fatta di sacrifici – «il mio periodo milanese è stato la versione più piccola del sogno americano», errori che fanno crescere – «non li vivo come fallimenti: per me sbagliare è fondamentale per capire» e la consapevolezza che tutto accade per un motivo e Se Dio Vuole: «Forse sono contento che le cose non siano andate quando ero più giovane. Questo è un mondo che ti riempie di attenzioni in maniera sbagliata: una persona che non ha un rapporto con la realtà rischia di farsi abbagliare troppo e di diventare l’ennesimo pupazzetto che viene usato e poi lasciato lì».
Un concetto – quello che le cose vanno come devono – che torna anche nella scelta per la serata dei duetti, dove porterà Hit the Road Jack di Ray Charles accompagnato da Alex Britti e Mario Biondi. «L’idea del pezzo c’era già, abbiamo visto che Alex e Mario avevano già suonato insieme e entrambi avevano suonato con Ray: il destino ha voluto che andasse così».
Su Eurovision, invece, non si sbilancia: «è una scelta che verrà fatta al momento. Io condivido le posizioni di chi protesta per quello che accade in Palestina». Un consiglio che gli hanno dato i suoi colleghi che hanno calcato il palco dell’Ariston prima di lui? «Ho incontrato Geolier, Olly e Bresh: tutti mi hanno detto di stare tranquillo ma di prepararmi al marasma. Il consiglio che mi ha dato Guè? Non posso dirlo».
