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Duane “Keffe D” Davis è stato condannato per l’omicidio di Tupac

La giudice Carli Kierny ha emesso la sentenza davanti alla famiglia del rapper: l’uomo è stato condannato a quaranta anni di prigione fino all’ergastolo

  • Il14 Ottobre 2026
Duane “Keffe D” Davis è stato condannato per l’omicidio di Tupac

Foto di Ethan Miller/Getty Images

Trent’anni dopo, per la morte di Tupac Shakur c’è una condanna: martedì 13 ottobre un tribunale di Las Vegas ha stabilito per Duane “Keffe D” Davis una pena da 40 anni all’ergastolo. Il 63enne, ex leader di una gang di Los Angeles, era stato giudicato colpevole ad agosto di aver organizzato l’agguato del 7 settembre 1996, in cui il rapper rimase ferito a morte a 25 anni.

Nell’aula, con i familiari di Shakur presenti, la giudice Carli Kierny si è rivolta direttamente a Davis. «Il mondo non ha mai dimenticato Tupac. Non si può portare via un uomo alla sua famiglia, non si può togliergli la vita e tutto il suo futuro e poi cavarsela. Soprattutto quando quell’uomo è Tupac Shakur. Ci sono voluti trent’anni, ma ora affronterà la giustizia per quello che ha fatto il 7 settembre 1996».

Prima della sentenza avevano parlato anche i parenti dell’artista. La sorella Sekyiwa Shakur ha raccontato come la perdita del fratello abbia segnato a lungo la famiglia dal punto di vista emotivo e mentale.

L’accusa nei confronti di Davis

Per l’accusa, Davis ordinò l’omicidio per vendetta. La sera stessa dell’agguato, dopo l’incontro di boxe di Mike Tyson a Las Vegas, il seguito di Tupac aveva picchiato suo nipote. Un episodio che si inseriva in una lunga faida tra gang locali, a sua volta intrecciata con la rivalità tra East Coast e West Coast. Pochi mesi dopo la morte di Tupac fu infatti ucciso anche The Notorious B.I.G. Nessuno dei due casi arrivò a una condanna, e per anni sono rimasti tra i misteri irrisolti della cultura americana.

La svolta è arrivata nel settembre 2023, con l’incriminazione di Davis. L’accusa si è basata soprattutto sulle sue stesse parole: il libro di memorie del 2019 e le interviste in podcast in cui descriveva apertamente il proprio ruolo. La difesa ha sostenuto che quei racconti fossero in sostanza finzione, utile ad aumentare la sua notorietà e a vendere copie. In due settimane di processo i pubblici ministeri hanno chiamato 24 testimoni e fatto ascoltare più di otto ore di registrazioni.

L’avvocato di Davis, Michael Sanft, ha presentato una difesa molto breve, ricordando ai giurati che non c’erano prove concrete a collegare il suo assistito agli spari. La giuria ha impiegato poche ore per pronunciarsi. Davis ha annunciato che farà ricorso, un iter che potrebbe richiedere anni.

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