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“Franco Battiato. Il lungo viaggio”: un biopic materno per vedere la sua musica

Diretto da Renato De Maria, scritto da Monica Rametta e con uno straordinario Dario Aita, il film sul cantautore siciliano arriva al cinema il 2,3 e 4 febbraio, poi l’approdo su Rai 1: La nostra recensione

  • Il25 Gennaio 2026
“Franco Battiato. Il lungo viaggio”: un biopic materno per vedere la sua musica

Dario Aita nei panni di Battiato, foto di Azzurra Primavera

Scegliere di fare un biopic è un po’ come giocare a blackjack. Da regista o sceneggiatore hai solo apparentemente il polso della situazione. Puoi rischiare di tutto su una carta. Quindi scegliere una fase della vita del soggetto, oppure giocare sul sicuro con un’alta percentuale però che ne verrà fuori un riassunto troppo poco approfondito. Nel caso dei biopic musicali il discorso si fa più complesso perché c’è la variabile delle canzoni. Farle ascoltare? Farle cantare all’attore o esimerlo da tanto gravoso compito? La sceneggiatrice di Franco Battiato. Il Lungo viaggio, Monica Rametta, parlando del film in uscita al cinema per tre giorni (dal 2 al 4 febbraio) e poi in onda su Rai 1 prossimamente, sottolinea un aspetto ulteriore: «Franco non ha avuto una vita particolarmente spettacolare. Non c’è una storia d’amore. Non ci sono incidenti drammatici, non ci sono tentativi di suicidio».

Il film diretto da Renato De Maria è nel complesso un biopic tradizionale che ha però il pregio di non cadere nei soliti cliché del genere. La chiave trovata da Rametta per raccontare il cantautore siciliano è il rapporto con sua madre e in generale con il femminile. Un biopic materno in questo senso. I personaggi che lo circondano e che riflettono i suoi cambiamenti sono tutte donne. La principale è appunto la mamma interpretata da una bravissima Simona Malato. L’altra che torna come una presenza costante è la scrittrice Fleur Jaeggy (Elena Radonicich). Dalla prima scena all’ultima, ogni snodo fondamentale della sua vita è collegato a sua madre e al pianoforte. E da una continua ricerca di una risposta alla domanda: «Chi sono io?».

L’aspetto su cui gioca il film è proprio l’esplorazione delle numerose identità di Battiato. Dal ragazzino che si rompe il naso e suona di nascosto l’organo della chiesa del borgo marinaro di Riposto, in provincia di Catania, fino all’uomo immerso nel mondo milanese. Nonostante il biopic persegua l’ambiziosa volontà di raccontare gran parte della vita di Franco – ci si ferma alla morte della madre e all’uscita de La curanon si ha mai l’impressione che il regista stia combattendo una battaglia contro il tempo e la durata. I passaggi sono veloci, è vero. Alcuni sorvolati, come la sua esperienza in Tunisia. Tuttavia, il lavoro di rifinitura e sottrazione è stato realizzato con criterio e in modo funzionale.

Vedere la musica

«Non è una biografia, è il racconto del viaggio di un uomo mistico» spiega Rametta. La prima cosa che mi viene in mente è Bob Marley: One Love. Il biopic del 2024 si proponeva di raccontare uno spaccato della vita dell’artista giamaicano, nello specifico la sua parentesi londinese, l’album Exodus e il One Love Peace Concert del ’78. Nell’insieme, era proprio il suo lato religioso e mistico, a pagare pegno nella sceneggiatura. Il suo rapporto con il Rastafarianesimo un po’ macchiettistico e poco approfondito, macchiava la buona prestazione di Kingsley Ben-Adir. Il rischio di cadere nello stesso errore con Franco Battiato era minore, essendo lui un personaggio più posato, con le sue pause e i propri silenzi, ma comunque c’era.

Pericolo schivato. Il merito, oltre che della scrittura, è soprattutto del giovane attore Dario Aita. La sua recitazione è essenziale come il soggetto del quale veste i panni. Anche quando il rischio di strafare era altissimo, in particolare nelle scene che raccontano la fase sperimentale dell’artista – da Fetus al viaggio in Africa – non c’è mai un sopra le righe. Era fondamentale non sorpassare tale limite perché è proprio lì che si sarebbe tradita l’eredità di Franco. Persino nelle scene più “comiche, come quella dello svenimento indotto per evitare di fare il servizio di leva, c’è un bilanciamento. Tra l’altro, poco prima di quel segmento, Dario dà prova della sua abilità vocale e imitativa con un’esecuzione chitarra e voce di Stranizza d’amuri.

La sua bravura nell’interpretare vocalmente Battiato, rende giustificabile uno degli elementi che rendono il film un po’ didascalico. C’è una lunga sezione, quella che va dalla riproduzione del videoclip de L’era del cinghiale bianco – dove c’è anche un cameo di Anna Castiglia – tutti i suoi più grandi successi vengono riproposti con lo stesso stratagemma. Poco spazio è lasciato alla loro genesi, fatta eccezione per La stagione dell’amore.

Bandiera bianca, Cuccurucucù e Centro di gravità permanente si susseguono quasi l’una dopo l’altra, a distanza di qualche minuto, per intero. Un quarto d’ora in cui gli appassionati, magari davanti alla tv, saranno spinti a cantare con l’attore Aita quei pezzi storici. Altri magari non ameranno molto l’effetto videoclip e il rallentamento del ritmo. La missione, come ribadito dal regista De Maria, era anche far vedere la musica. Il fatto che faccia tutto Dario Aita con la sua voce – ed è davvero incredibile – dà senso alla scelta.

Il sogno e la realtà

Il lungo viaggio di Franco Battiato raccontato dal film è anche da un percorso onirico che s’intreccia con la vita esterna. Gli intermezzi innevati si legano alla sua ricerca della verità, «una verità intangibile» come l’ha definita il maestro Antonio Ballista (quello vero, non quello sullo schermo, uno dei pochi personaggi maschili positivi, insieme al fratello del cantautore). Quella stessa verità che talvolta sembra essere quasi a portata di mano, come quando Battiato «decide di fare successo». Una delle scene più divertenti e, a detta del discografico Bruno Tibaldi, più realistiche dell’intero film: «Franco era seduto su un divano da solo. Alzò un braccio: posso dire una cosa anch’io? Io da questo momento ho deciso di fare i soldi!».

Il realismo e la musica dominano un film che rende onore alla memoria del genio e del suo continuo vagare. Franco Battiato. Il lungo viaggio è un biopic che si destreggia tra cinema e televisione, senza strafare, riuscendo a non deludere né l’una né l’altra tipologia di spettatore. Cosa ancora più importante, senza tradirne l’anima.

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