Dieci anni senza David Bowie: i cinque album fondamentali
Da “Hunky Dory” all’ultimo capolavoro “Blackstar”, i dischi indispensabili del Duca Bianco, scomparso il 10 gennaio del 2016
Dettaglio della copertina dell'album "The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" (1972)
Sono passati dieci anni da quell’infausto 10 gennaio 2016, il giorno della scomparsa di David Bowie, una delle stelle più luminose nel firmamento del rock: una morte arrivata a sorpresa due giorni dopo il suo sessantanovesimo compleanno e la pubblicazione del sorprendente album Blackstar, il suo testamento spirituale.
Definire Bowie semplicemente un cantante è riduttivo per il suo talento multiforme, che si è nutrito di arte figurativa, teatro, danza e letteratura, in cui le canzoni erano solo il prodotto finale di un lungo processo creativo. David Robert Jones (questo il suo vero nome) è stato un camaleonte senza passato, che si è fatto messaggero di un futuro in cui l’avanguardia, pur senza abdicare alle sue ambizioni culturali, poteva essere fruita da tutti attraverso ritmi e melodie irresistibili.
L’artista inglese, in quasi cinquant’anni di carriera, ha dato nuovi e inattesi significati al ruolo della rockstar, anche grazie alle sue profonde riflessioni sui problemi di identità e sullo spirito collettivo contemporaneo. Vogliamo celebrare i dieci anni della scomparsa di David Bowie attraverso cinque album, fondamentali per cogliere la sua grandezza artistica e la sua straordinaria capacità di rinnovarsi in ogni disco.
Cinque album fondamentali di David Bowie
The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972)
Secondo Bowie “gli anni ‘70 sono stati l’inizio del ventunesimo secolo”. Difficile dargli torto, a giudicare da un album incredibilmente fresco, moderno e innovativo come The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, in cui l’artista inglese ha ridefinito i contorni della rockstar: un androgino smilzo, truccato e dai capelli a spazzola, che si aggirava, con sguardo smarrito, in un vicolo di Londra bagnato dalla pioggia.
Ziggy Stardust è l’album glam-rock più longevo del Novecento, in cui David Bowie rivela tutta la sua straordinaria versatilità vocale, alternando toni riflessivi, disperati ed estatici. Gli indimenticabili riff di chitarra di Mick Ronson in Moonage Daydream, Suffragette City e Ziggy Stardust definirono i canoni del suono glam.
Hunky Dory (1971)
L’album, celebre anche per la copertina da diva del cinema muto, fu realizzato in un periodo di grandi cambiamenti per David Bowie: il nuovo manager Tony Defries, il matrimonio con Angela Barnett e la nascita del piccolo Zowie.
L’inizio è folgorante, con Changes, Oh! You Pretty Things e Life on Mars?. Quest’ultima, oltre che essere una canzone di siderale bellezza, è anche il manifesto della sua estetica aliena. Andy Warhol, Song for Bob Dylan e Queen Bitch sono molto più che semplici tributi al genio della pop art, al bardo di Duluth e al leader dei Velvet Underground, Lou Reed, che Bowie rilanciò pochi anni dopo producendo il suo secondo album Transformer.
Heroes (1977)
Heroes, il secondo disco della celebre “trilogia berlinese”, è un’affascinante carrellata in bianco e nero della Berlino decadente di fine anni ’70, dal quartiere turco fino a quello dei locali notturni frequentati da Bowie insieme a Iggy Pop.
L’album fu registrato presso gli Hansa Studios, ex sala da ballo della Gestapo che si trovava a due passi dal muro di Berlino. In Heroes si alternano canzoni pop d’avanguardia a brani strumentali ambient che recano l’inconfondibile firma di Brian Eno.
La title track (che in questi giorni è tornata in auge sui social grazie alla quinta stagione di Stranger Things), impreziosita dalla chitarra liquida di Robert Fripp, è senza dubbio una delle canzoni rock più emozionanti di sempre.
Blackstar (2016)
Blackstar è il canto del cigno di un artista che, vedendo la morte farsi sempre più vicina, si è fatto beffa di lei trasformando le sue inquietudini nei sette capitoli del suo ultimo libro. Un noir avvincente, ipnotico e disturbante, tra jazz, rock ed elettronica, con un finale a sorpresa.
L’album è un manuale da tramandare alle nuove generazioni di artisti, per mostrare loro la strada del coraggio, dell’incessante rinnovamento stilistico e della capacità di intendere la musica come una forma d’arte destinata a durare nel tempo.
Young Americans (1975)
Abbandonata l’identità androgina del glam rock, Bowie si reinventa ancora una volta in modo radicale con Young Americans, un’immersione nel soul e nel funk americano. Uno stile definito ironicamente “plastic soul”, che anticipò di qualche anno il boom della disco music.
Registrato con una band fenomenale che includeva Luther Vandross ai cori e David Sanborn al sax, l’album gioca su un equilibrio perfetto tra sensuali ballad soul (Win, Right) e trascinanti brani funk (Fascination). Il vertice dell’album è l’irresistibile Fame, scritta a quattro mani con John Lennon, che divenne il suo primo singolo a raggiungere la vetta delle classifiche negli Stati Uniti, premiando così la sua metamorfosi americana.
