“Love and Kindness during Wartime”: David Byrne ha ancora le risposte che cerchiamo
Tredici musiscisti e ballerini con gli strumenti a tracolla che danno corpo alla scenografia davanti agli schermi. Al teatro Arcimboldi di Milano è andato in scena un concerto senza regole, se non quella di dare spazio alla propria umanità. E stasera si replica
Foto di Henry Ruggeri
Who is the Sky? è la domanda che domina la copertina e che dà il titolo all’album solista del frontman dei Talking Heads uscito lo scorso anno. La risposta a quel punto di domanda però non è quella che ci si aspetta. La stessa richiesta non è il punto di partenza dal quale si sarebbe voluti partire, ma una nota vocale (Who is this guy?) mal trascritta ha deciso per noi e per lui. David Byrne ha sempre amato quegli errori (in)consapevoli che poi si trasformano in conclusioni inaspettate e rivelatorie e allora, nonostante tutto, ha scelto di rispondere alla nuova domanda nel modo in cui avrebbe risposto a quella originaria, anche nel suo spettacolo dal vivo al Teatro Arcimboldi di Milano.
Chi è la persona che ci sta accanto, come si comporta, quali sono le sue connessioni? Non è un trattato filosofico, neppure un incontro di una Chiesa, benché l’artista statunitense si presenti sul palco come un novello Frank T.J. Mackey.

Il completo azzurro, identico a quello dei tredici musicisti, coristi e ballerini che lo accompagnano, contribuisce a generare un effetto straniante nello spettatore. Non è David quello sul palco, o meglio, è lui all’ennesima potenza nella misura in cui diventa egli stesso parte dell’opera che va in scena. Attore e soggetto del proprio concerto fin dall’apertura intimistica e spaziale con Heaven. Un paesaggio lunare compare sui tre megaschermi combinati alle sue spalle e a quelle dei primi tre musicisti che inaugurano lo show. Questa è tutta la scenografia. Immaginate uno stage completamente vuoto sormontato da una sezione dello Sphere di Las Vegas. Il resto lo fanno i protagonisti sul palco che, strumenti a tracolla, salgono e occupano tutto lo spazio disponibile durante Everybody Laughs.
È un po’ come se Byrne avesse trovato il modo di far rivivere e muovere la Ghost Train Orchestra con cui ha registrato il suo ultimo disco dal vivo. Allo stesso tempo, il fatto che i musicisti e lui stesso, siano inevitabilmente connessi in continuazione, che non ci sia alcun tipo di distanza tra loro, trasporta lo spettatore dentro la testa e il concept del cantautore. Ancora una volta, l’ennesima della sua carriera, David sovverte ogni tipo di regola con un live che risulta spontaneo pur nella sua estrema meticolosità e precisione. Perché quando la scenografia la fanno letteralmente le persone presenti sul palco i tempi e i movimenti devono essere calcolati al millimetro. A questo va aggiunta la difficoltà di cantare e suonare allo stesso tempo. E lui a 73 anni è vocalmente, fisicamente e, a livello di memoria, stupefacente.
Parte del divertimento nell’assistere allo spettacolo sta anche nell’osservare come gli “attori” sul palco scompaiano e riappaiano con strumenti diversi di volta in volta. C’è di tutto, dalle mini-percussioni a uno xilofono. Una sorta di musical in continua costruzione che però non ha paura di rompere l’illusione. Come durante Like Humans Do, quando Byrne e i ballerini riproducono i movimenti esatti dei loro omologhi mascherati sullo schermo alle loro spalle.

Essere punk
I Talking Heads sono cresciuti al CGBG di New York e il loro primo tour europeo lo fecero come band di supporto dei Ramones, insomma sono sempre stati assimilati in parte alla scena punk. Non tanto per la loro musica, che invece ha dato il la alla New Wave e al ri-assemblamento creativo, parafrasando Simon Reynolds in Rip It Up and Start Again, del puzzle scombinato dalle chitarre e dalle voci imperfette di fine anni Settanta, quanto per l’idea e l’approccio al fare. David Byrne dopo anni è ancora il figlio del Diy. Un vulcano creativo che vive di performance ed è performance. Questo non va a discapito del suono, anzi. Strange Overtones, con il passaggio dal giorno alla notte della città sullo sfondo, è da brividi come la rivisitazione meno reggae e più alienante di House in Motion.
La voce introduttiva di David Byrne che invitava gli spettatori ad alzarsi e ballare lungo i corridoi del teatro viene colta alla lettera dal pubblico dell’Arcimboldi di Milano. Se durante And She Was è ancora troppo presto e sono tutti ancora con gli occhi sgranati dalla meraviglia e calamitati dai movimenti coordinati sul palco, durante This Must Be the Place (Naive Melody) c’è il delirio generale. Cosa che si ripeterà nel finale con le immancabili Psycho Killer, Once in a Lifetime e Burning Down The House.
«Dopo la fine del lockdown, quando sono uscito di casa per la prima volta dopo settimane per le strade di New York in bicicletta, ho sentito un rumore assordante. Mi sono fermato e mi sono reso conto che era la gente che chiacchierava per strada. Credo al di là di tutto alle persone piaccia stare con le persone» ha raccontato David. Beh, è quello che è successo.

L’amore ai tempi della guerra e del fascismo latente
Sono diversi i momenti in cui Byrne si lascia andare ai suoi immancabili jokes. Alcuni innocui, come l’essere scambiato per Norman Bates al New Orleans Jazz Festival, altri fintamente innocenti e velatamente politici. Il racconto della pandemia torna costantemente nella seconda parte del concerto. Viene pure mostrato il suo appartamento newyorchese durante My Apartment Is My Friend (incredibile il modo in cui i musicisti e i ballerini fanno finta di interagire con le mensole e i mobili) o alcuni video social degli italiani che cantano dai balconi il 25 aprile 2020. Non una data a caso come spiega David stesso. Durante T Shirt, invece, in modo ironico, compaiono una serie di messaggi come se fossero delle stampe. Non c’è “Versace n’altro litro”, ma Make America Gay Again e ovviamente anche un messaggio dedicato a Milano.
«Love and Kindness are a form of resistance» dice David Byrne, parafrasando una celebre frase del regista John Cameron Mitchell. Questo poco prima che durante Life During Wartime scorressero le immagini della polizia che seda in modo violento le proteste. L’amore e la gentilezza sono le due cose più punk che oggi si possano realizzare. E forse è proprio questa la risposta che cercavamo fin dall’inizio. Una risposta che vale per entrambe le domande. Chi quell’uomo? Siamo tutti noi, con le nostre differenze che ci rendono unici e incatalogabili, a prescindere da genere, etnia e lingua. Chi è il cielo? Quello che desideriamo essere, a prescindere dalle convenzioni e dalle norme. Per esempio, per un concerto grandioso, possono bastare quattordici completi blu, tre schermi e delle tracolle per gli strumenti.
