I Dry Cleaning non hanno paura di guardare in faccia il lato oscuro del presente
La band inglese torna con il terzo album “Secret Love”: un disco sulle ansie moderne in cui, tra spoken e qualche inedito accenno di canto, Florence Shaw apre anche una finestra su di sè. Alla produzione c’è Cate Le Bon
Foto di Max Miechowski
I Dry Cleaning hanno sempre amato giocare a nascondino. Nel modo in cui la chitarra di Tom Dowse alterna fraseggi delicati e improvvise scariche stoner, accompagnata dai giri di basso danzerecci di Lewis Maynard, ma soprattutto dallo spoken word azzardato, surreale e seducente di Florence Shaw che non sai mai se attribuirlo a vezzi autobiografici o voli fantasiosi. Il nuovo album della band britannica, il terzo della loro carriera, rende ancora più labile il confine tra questa serie di tendenze apparentemente opposte. Secret Love è un disco che nasce da nuove consapevolezze, registrato in più fasi, spostandosi tra Londra, Dublino, Chicago e la valle della Loira: una costante ricerca da cui i Dry Cleaning hanno tirato fuori il loro lavoro più stratificato ed emotivamente instabile, staccandosi per la prima volta da John Parish e affidandosi alla produzione di Cate Le Bon.
La lunga opening Hit My Head All Day, strizzando l’occhio al funky, per esempio non sai proprio come prenderla. «When I was a child, I wanted to be a horse / Eating onions, carrots, celery» dice a un tratto Flo in uno dei momenti in cui la sua ambiguità raggiunge l’apice. Da un lato l’ansia del controllo evocata dalle parole del testo, dall’altro un ritmo accattivante che spinge al movimento. Tutto il disco si muove tra una crescente preoccupazione nei confronti del presente, alla quale non viene offerta una soluzione, e momenti di speranza inaspettati. Non mancano i personaggi: ci sono un ingegnere di navi e un influencer che dà consigli di vita non richiesti. Accanto ai quadretti tipici del gruppo, stavolta degli spaccati più personali affrontano di petto l’attualità.
Blood, che spezza il disco e introduce la sezione più cupa, fa vivere all’ascoltatore la pressione social attraverso una sezione ritmica martellante. È il racconto delle guerre e degli stermini che vediamo scorrere ogni giorno davanti ai nostri occhi e sui nostri schermi. E allora il sangue non macchia solo la pelle, ma si infila tra le dita e le unghie e sugli stessi cellulari. Il brano è stato completato a Dublino sotto la supervisione di Alan Duggan e Daniel Fox dei Gilla Band. Ennesima dimostrazione di quanto la band irlandese sia ancora rilevante e d’ispirazione per tutta la scena irlandese e britannica.
Un amore segreto
L’amore di cui parlano i Dry Cleaning è qualcosa di segreto che si riesce a comprendere solo immergendosi nell’oscurità del presente. La copertina disturbante realizzata dall’artista canadese Erica Eyres ritrae la frontwoman mentre le viene sciacquato l’occhio destro. Un indice della dualità del disco. La voglia di isolarsi dal mondo e contemporaneamente la realtà che ti obbliga a guardare. Questa disillusione emerge in modo cupo in Evil Evil Idiot attraverso una forma di ribellione dal suono acido come gli ingressi di chitarra di Tom sulle tastiere. «I don’t want to be lectured» è il verso chiave. Il seguito Rocks è il momento più rabbioso e punk dell’album. Un brano che dal vivo promette scintille e che sembra ambientato in un pub inglese dalla dimensione onirica.
Ma dov’è l’amore in tutto questo? Nei dettagli appunto. Come nella convinzione che il proprio lavoro sia qualcosa di rilevante che traspare dalle parole e dal carattere catchy di Cruise Ship Designer. Una canzone che prende il mood del debutto New Long Leg e lo mescola con l’inquietudine di Stumpwork. Oppure con la presa di posizione surreale di My Soul / Half Pint, un dei momenti meno cupi, in cui Flo parla della sua (non) passione per la pulizia. Con un finale in crescendo in cui la connessione tra chitarra e basso fa il paio con le note pizzicate di pianoforte. Ma se in questo caso il tutto va interpretato e scovato, l’atmosfera paradisiaca del ritornello della titletrack è chiara e arriva dritta. Florence accenna un cantato leggero e nella seconda metà del pezzo c’è persino un accenno di mandolino.
Cate Le Bon
Quando parte l’arpeggio folk di Let Me Grow and You’ll See the Fruit viene fuori un’anima totalmente inedita. Il secondo singolo estratto da Secret Love è il brano più personale mai scritto dai Dry Cleaning. Uno degli esempi in cui la mano di Cate Le Bon, con la sua tipica propensione alla mescolanza di sonorità acustiche ed elettroniche, si nota di più. Il finale si colora con sassofono e sintetizzatori. In The Cute Things si uniscono le sfumature della band, dai momenti più melodici, che già si notavano in Don’t Press Me, fino alla strumentale che integra le tastiere in una formula che funziona a ripetizione. Il tutto per arrivare al picco di I Need You, tra le tracce più belle, oltre che distanti dalla comfort zone della band, del disco. Ispirata in parte al film su Trump The Apprentice è interamente costruita su synth e batteria elettronica.
Secret Love si chiude in modo inaspettato, un po’ come era avvenuto con Iceberg nel 2023. Joy però è più netto nel messaggio di fiducia cantato da Florence: «Don’t give up on being sweet» E se c’è una band che ha tutte le giustificazioni del caso per non farsi cambiare e influenzare dalla negatività del mondo, sono proprio i Dry Cleaning. In poco meno di cinque anni, pur avendo iniziato più “tardi” rispetto alla maggior parte dei gruppi di giovani prodigio, hanno conquistato notorietà e apprezzamenti. La loro maturità si dimostra tutt’ora un’arma vincente nell’evoluzione della loro arte che poteva rischiare di rimanere troppo legata alla formula dei primi due album, ma soprattutto nella gestione della loro amicizia. Un loro personalissimo amore che non è poi così tanto segreto.
