Top Story

Cinque fast take su “Fastlife 5” di Guè

La libertà come vero lusso, il significato dei feat internazionali e perché in Italia mancava una rapper come Enny P: impressioni a caldo sul quinto capitolo della saga culto del rap italiano

  • Il9 Gennaio 2026
Cinque fast take su “Fastlife 5” di Guè

Guè

Quanto è difficile portare avanti in modo sempre attuale e senza risultare mai posticcio una legacy le cui basi sono state gettate ormai 20 anni fa? Se la risposta per tanti sarebbe “molto”, Guè lo fa sembrare un gioco da ragazzi. Gli ingredienti? Una passione che toglie il sonno, un amore per la cultura che va oltre il desiderio di soddisfare in modo furbo la domanda del mercato, lo spirito competitivo degli inizi unito alla consapevolezza di essere il migliore, la voglia costante di superarsi – forse anche di spiazzare – e il bisogno di fare qualcosa che si avvicini sempre di più al proprio ideale di musica. Sembrano essere questi i motori di Fastlife 5: Audio Luxury, il nuovo capitolo della saga leggendaria di Guè iniziata nel 2006.

Street cinema in purezza, che in questo quinto capitolo si eleva ad un gradino ancora più alto non solo grazie alle liriche di Guè, ma anche alla collaborazione con Cookin Soul, che ha messo il suo tocco magico a servizio del racconto della vita veloce di Mr. Fini. Un progetto ambizioso, di certo non immediato, che sembra quasi un gangsta movie di 45 minuti in cui lusso e strada si intrecciano in modo naturale senza soluzione di continuità e che rappresenta uno dei progetti più riusciti di Guè degli ultimi anni.

Abbiamo raccolto le nostre prime impressioni a caldo.

Nel rap italiano c’è ancora solo una coppia di campioni

La combo Marra-Guè mancava da un po’ su questi schermi e ogni volta che i due saltano insieme sul beat ci ricordano che nel rap italiano c’è ancora una sola coppia di campioni. Il rapper di Barona è una costante dei Fastlife (è infatti presente in tutti tranne il terzo volume), e anche stavolta insieme ci regalano una performance di alto livello, e la sensazione è quella di trovarsi di fronte a due amici che si ritrovano dopo tanto tempo col solo intento di divertirsi senza troppe sovrastrutture. Guè riesce infatti nell’impresa di restituire a Marra quella leggerezza che nella grande (e giusta) intensità della trilogia ci era forse un po’ mancata e che vorremmo sentire più spesso.

Spogliatosi per un attimo dei panni del rapper intellettuale e conscious, il King del rap entra perfettamente nello spirito di Fastlife con una strofa in cui dimostra non solo di essere in gran forma, ma anche di padroneggiare ancora egregiamente la sua sofisticata ignoranza, tra wordplay e rime squisitamente spaccone.

I feat internazionali non sono un filler da classifica, ma una dichiarazione d’amore per l’hip hop

Da qualche anno ormai il rap italiano è ufficialmente sulla mappa della scena, e i feat americani non sono più utopia. Se in alcuni casi la collaborazione d’oltreoceano ha più i connotati di una ben orchestrata operazione di marketing fatta ad hoc per scalare la classifica (con risultati più o meno riusciti) in cui l’ospite non sembra metterci un reale commitment, in altri si percepisce una connessione autentica e una spontaneità nata dallo stesso rispetto che si nutre per questa cultura. Guè non è certo nuovo alle collaborazioni internazionali, ma c’è un filo rosso che unisce gli artisti scelti per i suoi dischi: non si tratta di nomi altisonanti per il pubblico mainstream che fanno schizzare i pezzi in Top 50, ma di rapper che gli amanti dell’hip hop sanno essere dei giganti del genere.

B-Real (frontman dei Cypress Hill), Freddie Gibbs e Larry June sono solo gli ultimi esempi di questo modus operandi di Guè. Sig Sauer, High X2 e Think About It – che sembrano uscite rispettivamente da Life is Beautiful e dalla saga di Alfredo – dimostrano infatti ancora una volta l’abilità di Mr. Fini di creare sinergie naturali e mai forzate, inserendosi perfettamente nel flusso del mixtape in cui trovano un contesto preciso e organico.

In Italia mancava una rapper come Enny P

Se da una parte Guè è stato spesso tacciato di sessismo per il modo in cui le donne vengono rappresentate nei suoi testi, dall’altra nessun rapper – del suo calibro e non – ha contribuito a dare spazio alla scena femminile come ha fatto lui. Da Baby K ne Il Ragazzo d’Oro nel 2011 a Ele A in Tropico del Capricorno nel 2025, passando per Rose Villain e Anna, Guè ha sempre intercettato e dato lustro al talento delle ragazze, esattamente come ha fatto con Enny P, la prima donna a comparire in un Fastlife.

Per chi ancora non la conoscesse, la rapper italo-colombiana classe 2002 è uno dei nomi più interessanti della nuova generazione. Penelope sembra infatti letteralmente sputata fuori da uno strip club di Atlanta, portando un’estetica e uno stile in US già consolidata ma per cui probabilmente il nostro Paese non è ancora pronto (se parliamo di donne, qualora ci fosse bisogno di specificarlo). Lo ha detto bene Guè stesso, che oltre a definirla “la rapper più forte che c’è oggi in Italia, mega all’avanguardia”, ha aggiunto che “ci vorrà un po’ di tempo perché l’Italia abbracci questo tipo di rapper donna”.

Enny P, infatti, rappresenta tutto il contrario di quello che l’italiano medio si aspetterebbe da una donna: un’immagine estremamente provocante e tutt’altro che angelica, un linguaggio sessualmente esplicito – che all’occorrenza la rende dominata o dominatrice (“Gli faccio uscire l’anima dal dick/ Usa bene quella lingua, se mi vuoi convincere”, dice in Freak!) -, e un’attitude da vera ratchet bitch. E a noi, per tutti questi motivi, piace tantissimo.

Le produzioni di Cookin Soul sono un viaggio in giro per il mondo

Infilarsi le cuffie e premere play su Fastlife 5 è come salire su un mezzo di lusso per un viaggio in giro per il mondo. Ci sono il gangsta rap di Los Angeles e le notti di New York, ma anche i suoni nostalgici del Giappone (un immaginario che ritorna anche nell’identità visiva del progetto e il luogo in cui è stato chiuso) e quella raffinatezza lussuosa dell’Italia dei film d’essai. Il merito è di Cookin Soul, maestro di campionamenti che ha prodotto l’intero mixtape in modo sartoriale. I beat si muovono tra atmosfere smooth e jazzate (emblematica è la produzione drumless di Think About It con Freddie Gibbs), e ogni suono è esattamente dove deve essere, rievocando immagini vivide e precise. In un mare di plastica in cui nuota il rap italiano ultimamente, Fastlife 5 è il manufatto di cui avevamo bisogno.

La libertà è il vero lusso di Guè

Si può essere mainstream e allo stesso tempo liberi dai condizionamenti del mercato? Se per molti artisti la risposta è no, Guè sembra aver trovato il suo equilibrio anche grazie alla saga di Fastlife, che in questo senso diventa più che un filone di mixtape. È infatti una zona franca per fare quello che vuole e non quello che deve, una palestra per alzare sempre un po’ di più l’asticella, una macchina del tempo che non si muove in base ai trend e a ciò che funziona nel qui e ora del mercato, ma a al qui e ora di Guè (tanto che gli episodi non escono a cadenza precisa), e una festa dove la selezione all’ingresso è naturale.

Per reference e stile, Fastlife è dichiaratamente non per tutti, come avvisava con un filo di sano snobismo il disclaimer del quarto volume: “L’ascolto è vivamente consigliato a chi abbia visto almeno più di due film, letto due libri e conosca artisti come Lil Wayne, Dipset, G-Unit, Mobb Deep, Coke Boys e simili”. Nessuna hit radiofonica, nessun ritornello catchy che possa diventare un balletto da 15 secondi su TikTok e nessuna pretesa di fare i buchi in classifica. Solo puro amore per l’hip hop, per quella vita veloce che Guè ha fatto e raccontato come nessun altro e la consapevolezza di aver raggiunto uno status per cui l’unico criterio da seguire è la libertà. E questo, oggi, è il più grande lusso che un artista possa permettersi.

Share: