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Fenoaltea sta costruendo la sua versione di “elettronica romantica”: l’intervista

Il DJ e produttore ci racconta i suoi ultimi due anni, cosa ha imparato e soprattutto, dove vuole arrivare

  • Il14 Ottobre 2026
Fenoaltea sta costruendo la sua versione di “elettronica romantica”: l’intervista

Fenoaltea è uno dei nomi più interessanti della nuova scena elettronica italiana. Dopo aver raccontato la sua Palermo nel primo EP, con amici immaginari ha deciso di esplorare un lato più personale e introspettivo della sua musica. Si è così allontanato dai suoni tipici del clubbing per avvicinarsi a quella che lui stesso definisce “elettronica romantica”.

Mauro (vero nome dell’artista) entra nella chiamata su Meet mentre passeggia per Torino, città in cui si è appena trasferito. Inizia a raccontarmi di come non riesca a trovare un copriletto abbastanza grande per il suo materasso dalle dimensioni atipiche. Mi ricorda le chiacchiere che fai con gli amici fuorisede, incasinati esattamente quanto te. Fenoaltea è nato nel 2001 e ha ancora tantissimo da imparare. Quello che colpisce è proprio la sua consapevolezza di ciò: sa benissimo dove deve migliorare e dove, invece, non deve assolutamente cambiare. E questa forse è una delle cose più importanti per un artista così giovane.

Il producer siciliano ha portato la sua musica in giro per l’Italia e l’Europa, arrivando a esibirsi su palchi come il Circo Massimo e lo Stadio Diego Armando Maradona in apertura a Liberato. Da queste esperienze ha sempre portato a casa delle lezioni che non vede l’ora di mettere in pratica. Oggi, mentre si prepara a chiudere il capitolo di amici immaginari, Fenoaltea guarda già al futuro e al suo possibile primo album e ce l’ha raccontato in questa intervista, prima di rincontrarci sabato nella sua Sicilia per El Mercado di Espolòn Tequila.

L’intervista a Fenoaltea

Hai definito amici immaginari “elettronica romantica”. Come mai utilizzi l’elettronica per raccontare argomenti del genere e soprattutto come si fa a farlo? Utilizzeresti questa definizione anche per la tua musica passata?

In realtà è un termine che ho utilizzato più che altro per far capire che si tratta di un progetto molto meno club rispetto al primo EP, che invece era “divertito e divertente”. Vedo il primo EP come un prototipo, era l’inizio di un concept che avrei voluto evolvere in seguito. E l’ho fatto proprio con amici immaginari, distaccandomi ancora di più dal tipico suono da club e avvicinandomi a questa famosa “elettronica romantica”.

Come mai sentivi il bisogno di distaccarti ulteriormente dal suono “da club”?

Dopo aver finito il primo EP mi sono reso conto che, in realtà, non avevo mai messo piede in discoteca prima di andarci direttamente per suonare. Un po’ mi dicevo: “Ma com’è possibile che stia facendo questa cosa? Odio da morire questi contesti”. Il desiderio nasce un po’ da lì. Ho deciso di utilizzare quei suoni per raccontare quello che effettivamente vivo, visto che non mi sento di appartenere a quel mondo.

Amici immaginari è stato realizzato interamente da te, in completa solitudine. Anche le collaborazioni sono avvenute tramite file, quindi hai lavorato comunque da solo. Cosa ti piace di questo approccio?

Mi sono reso conto che, per quello che è il mio processo creativo, ho bisogno di avere i miei tempi e i miei spazi. Anche quando sono in studio con altri faccio ancora fatica a dirmi: “Il mio lavoro può essere utile per il lavoro di quest’altra persona”. Poi sono il tipo che, se non ha un’idea nei primi venti minuti, chiude il computer. Per me non esiste la cosa del “mi sforzo”. Se la giornata non mi dice nulla, non cerco di spremermi.

Quindi ho deciso di chiudermi. Nonostante questo, nell’EP ci sono comunque dei featuring, perché si tratta di artisti con cui ho un rapporto e che si fidano di me. Ho potuto dir loro: “Ragazzi, fidatevi, questo è il modo migliore per far uscire quello che voglio esprimere e ho bisogno dei miei tempi”. Per me questo vuol dire proprio avere la libertà di fermarmi quando mi sento bloccato.

I brani in collaborazione, infatti, sono rimasti in lavorazione per un sacco di tempo. Il vocal di Mazzariello, ad esempio, è stato registrato due anni fa. Il pezzo con i RIP, invece, è nato da una loro demo che erano pronti a cestinare, quindi sono intervenuto. Ma anche lì gli ho semplicemente detto: “Passatemi il progetto, torno a casa e ci lavoro su”. Del tipo: “No raga, non esiste che mi vedrete lavorare adesso a questa cosa, non esiste”.

Come lavori invece quando devi produrre per altri? Riesci a mantenere questo approccio o ti adatti?

Devo assolutamente adattarmi. Quello che dico sempre è che, quando lavori ai progetti di altri, è come se fossi ospite a casa di qualcun altro. Quindi devi stare alle sue regole e portare rispetto verso la carriera artistica della persona con cui stai lavorando. Devi assolutamente aggiungere qualcosa, perché sei lì apposta.

Nel momento in cui ti trovi in sessione con Alessandra Amoroso, che è una delle persone che ho prodotto, entri un po’ in punta di piedi. Cerchi di avere rispetto per tutto quello che ha fatto, con la consapevolezza di essere lì per aggiungere qualcosa. Produrre per altri è come realizzare un vestito su misura per qualcuno. Solo che, anziché farlo su misura per il suo corpo, lo realizzi su misura per la sua musica e la sua identità artistica. Il mio progetto resta il luogo di sfogo artistico per eccellenza, dove posso lavorare da solo e con i miei tempi.

Ti vedresti mai a lavorare a quattro mani con qualcuno a un tuo brano?

Avvicinandoci alla fine dell’era di amici immaginari, sto iniziando a pensare al mio prossimo progetto e molto probabilmente si tratterà di un album vero e proprio. Mi sono detto: “Dopo due EP forse ho bisogno di espandere ancora di più questo concetto e forse un album sarebbe il formato giusto”. Da quando ho quest’idea in testa ho iniziato a sentire degli strumentisti. Per ora il workflow è lo stesso di amici immaginari, quindi loro mi mandano delle robe e io le lavoro a casa da solo, ma sento che sta arrivando il momento di aprirsi un po’.

Credo che nel momento in cui si deve fare il primo grande passo discografico bisogna essere pronti. Ci sono tante cose che non imparerò mai finché non riuscirò a lavorare anche in altri modi. È molto probabile, quindi, che durante la scrittura di questo nuovo progetto finalmente romperò almeno un po’ questa barriera. Magari la prossima volta che un giro di basso non mi convincerà andrò in studio con il bassista che me l’ha mandato per risolvere.

L’amico immaginario è una figura associata alla solitudine. È per questo che hai scelto questo titolo? Un po’ come se avessi sostituito l’amico immaginario che inventi da bambino per tenerti compagnia con la musica.

Il progetto all’inizio non aveva un titolo e neanche un concept. L’idea dell’amico immaginario mi è venuta verso la fine della lavorazione. È un’idea che in realtà mi era già passata per la testa in passato, ma che non avevo mai utilizzato. Quando a fine progetto mi sono reso conto di averlo realizzato in completa solitudine, ho capito che fosse il progetto perfetto per esprimere questa idea. Questo nonostante sia la prima volta in cui ci sono dei miei amici in un mio EP. Mi sono reso conto di avere delle persone reali sul progetto, ma che nel processo creativo non sono mai esistite. Proprio come un amico immaginario, che c’è ma non c’è allo stesso tempo.

L’EP precedente raccontava della tua città, Palermo, quindi il focus era sul mondo che ti circondava. Com’è stato spostare l’attenzione su quello che hai dentro invece che su quello che hai attorno?

È stato sicuramente un processo molto più introspettivo. Era appena finito lo scorso tour e, come sta succedendo adesso con amici immaginari, sentivo che quell’era, quindi quella narrazione legata a Palermo e alla Sicilia, stava finendo. Sento un forte bisogno di non ripetermi mai, per una questione di creatività e anche perché sono una persona che si annoia veramente facilmente. Quindi l’idea di presentarmi di nuovo con una narrazione di quel tipo, soprattutto dopo quell’anno incredibile, mi avrebbe messo molto in difficoltà.

Avrai anche passato pochissimo tempo a Palermo quell’anno, immagino.

Praticamente non ci sono mai stato. È stato l’anno in cui ho iniziato a fare una vita decente, nel senso che finalmente ho avuto la possibilità di suonare in giro e far sentire la mia musica senza essere confinato su un’isola. Perché comunque si tratta anche di quello.

Tutte le esperienze di quell’anno mi hanno portato a dire: “Forse questo racconto può diventare più personale. Il ragazzino se n’è andato da Palermo, si è trasferito e adesso può iniziare a parlare di quello che lui effettivamente è, non solo di quello che ha attorno”. Oltre che dei miei amici, che sono sul disco nonostante mancasse la presenza fisica in studio, l’EP parla anche di tutti quei volti che ho visto in tour. Persone che ballavano, scherzavano, si divertivano e anche quelle che non si divertivano. Era giusto partire da Palermo e riconoscere la terra da cui vengo. Poi però diventi grande, vai via e inizi a fare nuove esperienze.

Tra l’altro, la prima canzone dell’EP che ho scritto è Uniti Separati, che è anche l’unica ad avere un vocal in siciliano e la mia prima traccia con un titolo in italiano. Ci tenevo che fosse la prima di questo percorso perché rappresenta proprio la separazione da Palermo. È l’ultima ad avere un vocal in siciliano, ma la prima con un titolo in italiano. Per me il senso del pezzo era questo: uniti e separati, forse da Palermo o da qualcos’altro, chissà. Per iniziare un nuovo racconto.

In che modo questa tua necessità di stare da solo combacia con la dimensione live? Anche qui l’elettronica di solito non viene vista come un genere “solitario”.

Ho ancora un sacco d’ansia e paura prima di andare a suonare, proprio perché non sono abituato a questo mondo e lo sto scoprendo pian piano. Mi sono sempre visto più come un intrattenitore. Far divertire la gente è la cosa che mi piace di più e sono felicissimo quando qualcuno torna a casa felice dopo una serata, consapevole di essere stato io ad accompagnarlo in questo viaggio. Mi svolta la giornata se succede.

Tendo a concentrarmi più sul divertimento altrui piuttosto che sul mio e questo mi porta anche a non ascoltarmi bene. Una delle cose che contribuisce di più alle mie ansie è quando non riesco a vedere i volti del pubblico. Inizio a preoccuparmi perché do per scontato che il set non stia piacendo a nessuno, anche se non posso vederli.

Un paio d’anni fa, in realtà, era molto peggio. Pian piano inizio a essere più a mio agio, anche perché il responso del pubblico è stato sempre più incredibile. Vedere il pubblico gasarsi perché è partito un tuo pezzo ti dà molta sicurezza. Sono quei momenti in cui capisci di avere la serata in mano e riesci a calmarti. Direi che per ora è un 50 e 50 tra ansia e divertimento.

Nell’ultimo anno ti sei esibito in apertura a Liberato durante il suo tour. Com’è stato suonare in Europa e soprattutto in due venue così importanti come il Maradona e il Circo Massimo?

Quelle sono le date che mi hanno aiutato di più a gestire l’ansia di cui ti parlavo prima. La data del Circo Massimo è stata come un battesimo per me. Il pensiero di suonare davanti a cinquantamila persone mi sembrava surreale. Poi sono salito sul palco e mi sono reso conto che era impossibile vedere quelle persone. Questo mi ha aiutato a prendere coraggio.

Girare l’Europa poi è stato ancora più figo. Una cosa che mi piace tantissimo è che in Europa si suona spessissimo nei teatri, anche la musica elettronica. Le venue di Londra e Parigi erano proprio dei teatri ed è stato davvero bello. Mi sentivo molto a mio agio e si respirava quasi un’aria di casa. Un’altra cosa che mi ha fatto impazzire è stata vedere le locandine del Troxy, il locale dove abbiamo suonato a Londra. Leggere che l’evento prima di noi fosse letteralmente un live di Fred again.., Skrillex e Four Tet mi ha fatto sentire veramente un privilegiato. Sono davvero grato di quello che faccio.

Quel tour mi ha fatto rendere conto che, qualsiasi cosa mi capiti, non posso farmi buttare giù. Perché comunque sto facendo quello che ho sempre fatto e so che dall’altro lato del palco c’è sicuramente qualcuno che darebbe due reni per essere al mio posto e che magari se lo meritava anche più di me. Questa cosa non succede a tutti e mi rendo anche conto che possa finire tutto all’improvviso. Dopo quel tour sento di aver iniziato a dare il giusto peso a certe cose.

Com’è andato invece il tour di amici immaginari? Quello che hai imparato in questi due anni ti è servito?

L’anno scorso è stato un anno molto divertente e anche giocoso. La gente veniva con la maglia del Palermo o cose così e si creavano sempre belle situazioni. Vuoi perché c’era l’aria di novità, vuoi perché comunque è stato un anno in cui, soprattutto ai festival, suonavo sempre con Camoufly e okgiorgio. Quindi si creava sempre un bel clima di festa anche tra di noi.

Direi che questo è stato un anno più consapevole. All’inizio avevo paura che il nuovo progetto venisse recepito male, essendo molto più “calmo” rispetto al precedente. Mi sono reso conto, però, che anche durante un live ci sono momenti di up e momenti in cui ci si rilassa un po’, diciamo. Bisogna anche ascoltare, non solo ballare. Poi ovviamente i pezzi passati sono ancora nella mia setlist, quindi si crea un bel mix tra i due mood.

La risposta del pubblico invece com’è stata?

Una cosa che mi ha colpito molto è che il pubblico rispetto all’anno scorso aspetta le mie canzoni, che è una cosa molto figa per me. Può sembrare una cosa ovvia, ma per un DJ non lo è affatto. Quando suoni dal vivo è scontato che la gente venga per le tue canzoni e voglia sentirti live. Quando fai un DJ set, invece, potresti suonare potenzialmente qualsiasi cosa. Quindi il momento in cui metti una tua canzone perde un po’ di valore. Nell’ultimo periodo sto iniziando a dare molta importanza al fatto di essere sia DJ che produttore e credo che anche il pubblico ne sia molto più consapevole rispetto all’anno scorso.

Una delle cose a cui sto lavorando, e a cui continuerò a lavorare sempre, è proprio cercare di rendere le mie date dei live a tutti gli effetti, dove effettivamente suono. Un po’ alla Fred again.., per capirci. Ovviamente è ancora presto per fare una roba del genere, ma già con i DJ set sto cercando di colmare un po’ il gap. Ad esempio, la maggior parte dei pezzi che suono sono miei e la gente è molto gasata. Credo che si sia un po’ persa la mentalità del “non mi interessa del DJ, ballo a prescindere”.

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