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Anestetizzarsi all’orrore nella camera oscura dei Fontaines D.C.: la recensione di “Dopamine Chamber”

Esce venerdì 16 ottobre il disco della consacrazione della band irlandese. Un album cinematografico, claustrofobico e onirico che vive anche senza instant hit

  • Il12 Ottobre 2026
Anestetizzarsi all’orrore nella camera oscura dei Fontaines D.C.: la recensione di “Dopamine Chamber”

Foto di Ewen Spencer

Qualche mese fa, alla domanda se Dopamine Chamber, non solo perché il quinto, potesse essere l’AM dei Fontaines D.C., James Ford aveva risposto che lo era già stato Romance. Aveva ragione perché questo album è già oltre. Non è il disco con cui la band abbraccia il pop come temevano i fan della prima ora, non lo rende tale neppure il featuring con Rosalía. Anzi, alla luce di un mega tour che comprende Slane Castle e London Stadium, è una grande azione di coraggio tornare con un’opera cupa, onirica e complessa come questa, priva di instant hit come Starburster o Favourite. Un album, in uscita questo venerdì 16 ottobre, più omogeneo che rappresenta il consacramento definitivo dei cinque.

L’approccio della band irlandese è stato differente nella pratica, ma non nelle intenzioni. Completata la serie di concerti del 2025, per la prima volta, i componenti si sono separati e hanno scritto separatamente. Grian Chatten si è lasciato ispirare da Vienna, Venezia e da Palermo. I luoghi sono sempre stati fondamentali, al pari della letteratura. Si potrebbe associare ogni album dei Fontaines D.C. a un libro. Dubliners per Dogrel e A Hero’s Death – scritti quasi in contemporanea – Ulysses per Skinty Fia. Romance era legato direttamente a Still Life With Woodpecker di Tom Robbins e agli scritti del sociologo danese Nikolaj Schultz, oltre ad avere echi di Finnegan’s Wake di Joyce (qui la nostra intervista alla band in occasione dell’uscita).  

Dopamine Chamber, secondo quanto raccontato dal bassista Conor Deegan, è stato influenzato dal saggio del francese Bruno Latour Où suis-je ?: Leçons du confinement à l’usage des terrestres. Lo scritto affronta la crisi sociale e umana contemporanea, tra pandemia, inquinamento terrestre, cambiamento climatico e intelligenza artificiale. C’è una frase che ha colpito il gruppo e che si ricollega perfettamente all’apertura Six Shot Morning: «La luna è l’unico elemento in natura che posso osservare senza provare un senso di colpa».  

I sintetizzatori dell’opening track, il cui suono è stato curato anche dalla nostra Marta Salogni che ha collaborato come ingegnere del suono, insieme alla drum machine, raccontano dell’alienazione mattutina dello scrolling. Il bombardamento negativo e disastroso prende vita con un’intensità crescente che trasporta la band nei territori di Depeche Mode e dei Massive Attack. Come ogni traccia d’apertura della discografia della band, anche questa introduce l’ascoltatore nel (non)luogo del disco. La Dopamine Chamber dei Fontaines D.C. è allucinatoria e visiva. Uno spazio oscuro dal quale osservare il mondo esterno ed evitare di essere troppo contagiati dalla sua negatività. Sembra collegarsi al devastante lutto della band per la morte del loro storico manager Trevor Dietz, ma è tutto nato prima.

I personaggi non mancano e si rimane nel territorio del femminile. Marianne condivide con la Charlene di In The Modern World l’etereità delle forme, ma non quella dei sentimenti. È una spia in chiave postmoderna costretta a recitare mille ruoli nel grande palcoscenico della vita – Grian sembra citare Shakespeare quando canta «‘Cause all the world is in a way / We’re only moving on» – con la consapevolezza che la verità è un costrutto. O il frutto di un prompt ben interpretato da un’AI. Tongue è al contrario un brano con più corpo. C’è la lingua, un organo ultrasensibile, capace di superare i confini fisici e, attraverso il linguaggio, interferire con la sfera intima. C’è il basso manipolato che rimanda alla dub, il ritmo che spinge alla contorsione fino alla perdita di controllo con il crescendo chitarristico del finale. Rigenerante il pianoforte di James Ford a metà traccia. 

Demolizioni

Al contrario di Romance, in questo album la mano del produttore inglese è molto meno visibile, nonostante sia stato coinvolto direttamente nelle registrazioni, diventando quasi un membro aggiuntivo della band come lo era nei primi dischi Dan Carey. La direzione segue molto di più le inclinazioni dei componenti e che già erano emerse nelle due cover da Triple-J. Dopamine Chamber è un’opera più omogenea, più complessa, priva di brani che danno la sensazione di essere dei fill. Una sensazione che nella seconda parte di Romance a tratti si percepiva. Non manca mai quella minima spinta pop che evita che i brani siano troppo criptici e arroccati su se stessi. 
 
Per esempio, Mimesis prende i Cure e li trasfigura su un quasi synth-pop. La voce di Grian qui prende una delle pieghe più suggestive. Sebbene il frontman abbia parlato della sua ammirazione per lo stile spoken di Matt Berninger dei National, qui il carattere melodico lo conduce molto più vicino a Paul Banks degli Interpol. «If you’re a star shine on me, if you’re not let me be» è uno dei momenti che conferma in parte quel leggero nichilismo sentimentale che attraversa il disco e caratterizza la camera della dopamina dove il gruppo spinge l’ascoltatore.

Happy For You, è la versione migliore dei Fontaines D.C. di oggi. C’è il lirismo di Chaos For the Fly, un verso sembra addirittura citare All of the People: «Of all the people, I want you to know me». Una relazione vissuta dall’interno, in modo claustrofobico e senza comunicazione alla quale fa seguito l’inevitabile demolizione. Proprio Demolition è un’altra delle perle del disco che si ricollega al finale della canzone precedente e si costruisce sulla distorsione. C’è un po’ dell’acidità di Here’s the Thing, ma rallentata e condita con il tocco surreale dei sintetizzatori che, come in Mimesis, donano delle sfumature di colore improvvise. Un ringraziamento controverso per una relazione vissuta che ormai sembra vivere nei sogni.

Cinematic Feeling 

La seconda parte è la manifestazione musicale e stilistica del cinematic feeling che non è immedesimazione, ma distaccamento totale. L’equivalente di veder scorrere la propria vita da uno schermo, senza preoccuparsi di interagire, di cambiare il corso delle cose. La camera della dopamina non è altro che il nostro luogo più intimo, dove non entra nessuno. Tutto ciò che si trova sotto la botola che Zercocalcare mostra per qualche secondo in uno degli episodi di Due Spicci.

One Man fa parte della sfilza di brani che Grian ha registrato da solo con James Ford a Palermo. Le vocals riprese sotto un fortino di lenzuola e coperte, a un tratto, danno una spiegazione. «Dopamine chamber, just tryna kill the pain / you can’t escape the feeling once you’ve given it a name». I bambini che giocano a calcio nella piazzetta sottostante la sua camera, non sono solo l’ennesimo pizzico d’Italia che entra nel disco, ma un correlativo oggettivo del mondo che si lascia fuori.  

You Miss Me è uno dei pezzi che più riprende i Fontaines D.C. dei primi lavori, ma gli archi e i sintetizzatori lo rendono estremamente coerente con questo nuovo album. A fare la differenza è l’apertura melodica del ritornello che fa il paio con la successiva Japan. Qui la costruzione con la chitarra acustica e quel refrain continuo che spezza l’illusione della camera impenetrabile: Why’d you have to go and make it real?. Il lavoro con le secondi voci del bassista Conor Deegan è superbo come avveniva nella seconda parte di Romance.  

Il terzo singolo, in uscita oggi, il primo featuring della storia della band è la manifestazione più cinematografica. Quell’accenno spy, a la James Bond, che inaugura i primi secondi di Marianne, in Where is Gone? diventa centrale: le voci di Grian Chatten e Rosalía si alternano su una colonna sonora di morriconiana memoria. Chitarra acustica e archi non trasportano i Fontaines D.C. altrove. È un loro brano e lo si percepisce dal primo arpeggio e dall’incipit vocale basso.  

La scelta finale è solo nostra

Intimate è l’ultimo picco dal sapore mortifero. Il verbo morire torna in continuazione e l’intimità è l’unica cosa reale. L’unica forma di comprensione della realtà esterna. Lo spazio dove sorge il dubbio che romance is not a (real) place, ma il frutto di un’altra delle illusioni della camera della dopamina. «Floating city there’s no ending to the deco-dance / The type of step that takes you far away from true romance» recita in uno spoken veloce Grian. È la stanza dove l’eroe si rifugia e decide di non agire, in una paralisi di joyciana memoria. Sembra ricordarcelo il timbro della chitarra del finale che rimanda a I Don’t Belong e a quel secondo disco che con quest’ultimo condivide il colore blu. E no, non può essere solo un caso.  

Ora che abbiamo scelto che il distacco fisico non basta a più a evitare quel senso di colpa universale che ci spinge a distogliere lo sguardo dal mondo che stiamo distruggendo, ci rimane una stanza intima per ricaricare le pile e osservare l’orrore. Accettare la spirale o uscire per tornare nelle strade uggiose di Dublino, Londra, Parigi o qualsiasi altra città? È questo forse l’esperimento di cui parlava Grian descrivendo questo disco. Quanto siamo disposti a rimanere nel buio confortevole della nostra camera della dopamina? 

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