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In “Tutto è possibile” Emanuele è più vivo che mai

Per riscoprirsi così, Geolier si è cercato e trovato nelle parole di chi non c’è più ma rimane immortale: Pino Daniele, motore immobile e vivissimo di questo progetto che prende il titolo da una sua canzone mai pubblicata

  • Il16 Gennaio 2026
In “Tutto è possibile” Emanuele è più vivo che mai

Geolier

“Manuel’ è muort ra’na cifra, t’ sti cifre l’hanno seppellit'”. Inizia così Sonnambulo, la seconda traccia di Tutto è possibile, il nuovo album di Geolier appena uscito. O forse, sarebbe meglio dire il nuovo album di Emanuele. Sembra strano, ma quella frase che suona come un necrologio del sé, in realtà apre il disco in cui l’alter ego si fa più in là per dare spazio all’io più profondo. In Tutto è possibile, infatti, Emanuele è più vivo che mai. Lo è nonostante le cifre – quelle dei biglietti staccati, degli stadi riempiti fino all’ultimo seggiolino, dei dischi venduti, degli streaming conquistati e dei dischi di platino inanellati – lo abbiano sopraffatto, i 24 anni che sembrano 40 per la stanchezza di tutte le cose fatte, e quella sensazione di essere un quadro in un museo. Bellissimo, con tutte le luci puntate addosso, eppure cristallizzato.

Se tanti artisti hanno dovuto uccidere il proprio personaggio per ritrovare la propria persona, Emanuele per riscoprirsi così vivo ha fatto una cosa che sembrerà altrettanto strana. Non ha freddato Geolier, ma si è cercato e trovato nelle parole di chi non c’è più ma rimane immortale. Fa quindi un certo effetto risentire la voce di Pino Daniele, motore immobile e vivissimo (eccoci di nuovo) di questo progetto che prende il titolo da una sua canzone mai pubblicata.

La voce di Pino Daniele apre “Tutto è possibile” di Geolier

Non poteva allora non essere la sua la prima voce che sentiamo appena premiamo play, in quello che sembra essere un ideale consegna di testimone. Non siamo di certo qui per fare dei paragoni azzardati, ma lo spirito di Pino sembra aleggiare su Tutto è possibile nel modo in cui quello di Tupac vegliava su To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar (e forse non è un caso che 081, il secondo singolo rilasciato, ricordi proprio King Kunta per sonorità ma soprattutto per il racconto di un contesto comprensibile solo da chi lo vive).

Tutto suona infatti come un passaggio di legacy – l’artista più influente della città di sempre che consegna simbolicamente le chiavi all’artista più influente della città di adesso -, una benedizione nel nome di quella città amorevole come una madre e severa come un padre che insegna ai suoi figli a crescere in fretta, il cui cielo è un muro che non fa parlare con Dio, come dice in A Napoli non piove (la sua personale Napule è?), il momento più alto del disco insieme a P Forz e Un ricco e un povero.

Geolier porta il peso di una città intera

Se poi Il coraggio dei bambini era un romanzo di strada neorealista su Napoli e il suo contesto di cui Geolier si faceva narratore onnisciente e Dio lo sa la fotografia di un qui e ora e il racconto di un periodo di transizione (per sua natura instabile e poco lineare, una sensazione che si percepiva anche all’ascolto), Tutto è possibile è il disco con cui Geolier si siede definitivamente al centro della tavola dei più grandi. E no, non solo perché dopo più di due decenni ha concretizzato il legame Napoli-New York con uno dei giganti di tutti i tempi, ma perché nessuno come lui in questo momento storico del rap italiano sembra portare sulle spalle il peso di una città intera, di una comunità che “nun me chiama Geolier, me chiamma Manue'”.

È quel Represent di cui Nas parlava nel 1994 in Illmatic, quel concetto di essere destinato a vivere il sogno per tutti i fratelli che non ce l’hanno fatta, lo stesso che Geolier ricalca in P Forz (che a tratti ricorda The Art of Peer Pressure, sempre di Kendrick Lamar), con Sonnambulo il suo ritratto più onesto. Un fardello certamente ingombrante per una schiena giovane come la sua, una cosa con cui Emanuele – in questi anni in cui il suo nome è risuonato ovunque – sembra davvero aver fatto i conti, uscendone più riflessivo e meno leggero, e accettando il peso che porta senza farsi schiacciare.

Un album più solido di “Dio lo sa”

Per questo Tutto è possibile è un disco più strutturato, solido, coerente e meno istantaneo di Dio lo sa, un album – come ha dichiarato lui stesso – nato dal bisogno di pubblicare un nuovo progetto dopo il boom di Sanremo ma per cui non era pronto. In queste 16 tracce Geolier si muove tra consapevolezza e lucidità, tra il sogno di arrivare e il tirare le somme dell’avercela fatta, dando voce anche ai dubbi e le incertezze che una vita cambiata radicalmente e in modo repentino gli ha posto di fronte.

Non è tuttavia un album perfetto: nonostante tutto (aka il fatto che Geolier sia già un artista da gradino più alto del podio senza bisogno di intraprendere delle scorciatoie per scalare in fretta la classifica, o ancora la potenza di brani come Un ricco e un povero che elevano veramente la scrittura di Emanuele), infatti, sembra ancora difficile svincolarsi dall’idea che per funzionare al massimo un disco abbia bisogno di filler come 2 giorni di fila – brano con Anna e Sfera Ebbasta decisamente non all’altezza della tracklist con un Geolier che si distacca nettamente – o di feat altisonanti ma forse superflui (a differenza di Olè con Kid Yugi, brano in cui i due palleggiano barre come due fuoriclasse) come quello della star portoricana Anuel AA in Arcobaleno.

Un pezzo che si sarebbe retto perfettamente con la sola presenza del rapper napoletano (e che avrebbe avuto altissime possibilità di vincere Sanremo quest’anno, ma questa è un’altra storia). 

Essere grandi è una responsabilità prima ancora che un traguardo

In questo disco la sensazione è che dopo anni trascorsi a correre e a passare dalle luci abbaglianti dei palchi più grandi e l’ombra che cala quando i fari si spengono e torni ad essere solo te stesso, Geolier abbia deciso di rallentare per guardarsi allo specchio, accettare che essere grandi, prima ancora di essere un traguardo, sia una responsabilità, e imparare a convivere con l’idea di rappresentare un qualcosa che ormai, per la sua gente, va oltre la musica stessa: la dimostrazione vivente che, quando sei un predestinato, anche l’impensabile è davvero possibile.

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