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Mentre il mondo va a rotoli e grida aiuto, la musica ritrova un senso con “HELP(2)”

Esce questo venerdì la nuova compilation di War Child i cui proventi andranno a sostegno dei bambini in zone di conflitto. Un disco che grida speranza e che unisce un movimento musicale e umano

  • Il4 Marzo 2026
Mentre il mondo va a rotoli e grida aiuto, la musica ritrova un senso con “HELP(2)”

Foto di Lawrence Watson

Il dolore è il collante, la resistenza e la voglia di tramutarlo in altro è la chiave. Il 17 dicembre, l’ultimo giorno di registrazione di HELP(2), agli Abbey Road Studios arriva Oliva Rodrigo per incidere una cover di The Book of Love dei Magnetic Fields. James Ford è collegato via Zoom da una camera d’ospedale dove sta facendo una trasfusione e le dà indicazioni nelle cuffie. La nuova compilation di War Child non era di certo nata sotto una buona stella.

Di per sé la situazione mondiale sembra ben peggiore di quella del 1995, tra Ucraina, Medio Oriente, Sudan e, sebbene anacronistica rispetto alla nascita del disco, anche la guerra in Iran. Oggi la percentuale dei bambini coinvolti in zone di conflitto è quasi raddoppiata rispetto ad allora, arrivando a quasi 1 bambino su 5, ovvero 520 milioni a livello globale. Più che in qualsiasi altro momento dalla Seconda Guerra Mondiale.

I problemi di salute di Ford (all’inizio del 2025 gli è stata diagnosticata una leucemia), che ha raggruppato una serie incredibile di nomi con cui ha collaborato nel corso di questi anni, convincendo persino gli Arctic Monkeys a ritrovarsi insieme e completare un brano irrisolto da oltre un decennio, hanno però unito ancora di più tutte le persone coinvolte. A Londra c’erano Catherine Marks e la nostra Marta Salogni ad assistere gli artisti in studio. Al loro fianco il regista britannico Jonathan Glazer (La zona d’interesse) che ha affidato le camere a dei bambini della scuola primaria. Per mostrare tutto attraverso gli occhi di chi si presuppone non conosca ancora le brutture del mondo.

Una delle collaborazioni più belle del disco è proprio quella che più di ogni altra racconta e tenta di re-immedesimarsi in quell’innocenza perduta. Quando tra le preoccupazioni più gravi c’era al massimo chi fosse il più alto, come rappa Kae Tempest in Flags. Se gli accordi in maggiore di Damon Albarn, uno che a dispetto di quanto mostrino all’esterno la sua barba e la sua voce ruvida è rimasto bambino nell’anima, sono una scommessa vinta in partenza, la vocalità di Grian Chatten è il plus che dà i brividi. Il suo modo di cantare che sfiora lo spoken è quasi una metafora del contrasto tra memoria e presente.

Nel 1995 HELP vendette oltre 70.000 copie il primo giorno. Raggiunse il primo posto nella classifica britannica delle compilation e avrebbe conquistato il primo posto anche nella classifica album del Regno Unito se fosse stato eleggibile. La speranza è che questo nuovo capitolo possa raggiungere un risultato simile. Non è un delitto affermare che la qualità del progetto stavolta è più alta. Sì, c’erano Lucky dei Radiohead e una versione live degli Stone Roses, ma a livello di nuovi brani e cover in HELP(2) si percepisce l’esistenza di un movimento. Non ufficiale, ma comunque tale.

È in parte il compimento di una new wave iniziata tra Inghilterra e Irlanda a partire dalla metà degli anni Dieci. Post-punk, Art-rock, rock, cantautorato e via dicendo. Gli artisti coinvolti possiedono un approccio simile nei confronti della musica e della scrittura. Nomi vecchi e nuovi suonano e riescono a unirsi senza risultare pianeti estranei. Come potrebbero convivere nella stupenda Sunday Lights Anna Calvi e Ellie Roswell (Wolf Alice) con le più giovani leve Nilüfer Yanya e Dove Ellis.

Un inedito tira l’altro

La linea comune si percepisce nel modo in cui una traccia confluisce nell’altra, anche quando si tratta di brani inediti. Con i Black Country, New Road si inseguono i sogni a miglia di distanza. Vogliamo spararla davvero grossa? È il loro miglior pezzo da due anni a questa parte. Si recupera la narrazione emozionale dei brani con Isaac Wood, abbandonando virtuosismi in favore di un’immediatezza melodica che mancava. La cosa più interessante è il fatto che Strangers si sposi alla perfezione con la successiva Let’s Do It Again!. Le Last Dinner Party riescono nella complicata missione di riprodurre in studio tutte le sfaccettature di un loro live. Ci sono gli stilemi art-rock, gli assoli di chitarra con cui Emily Roberts si diverte nel corso dei concerti – e che spesso non sono presenti nella versione originale del pezzo – e anche il climax teatrale del finale.

Rimangono nel loro territorio, traghettando l’ascoltatore in altri luoghi, gli Ezra Collective con Greentea Peng e il reggae di Helicopters. Allo stesso modo degli Young Fathers. La band scozzese firma un pezzo energico che va dritto al punto fin dal titolo Don’t Fight the Young. Se Relive, Redie dei Big Thief potrebbe essere benissimo un brano tratto dal loro ultimo disco Double Infinity, con Nothing I Could Hide Arlo Parks torna ai suoni più rilassanti dei suoi primi due lavori. Un sound che sembra aver abbandonato nel suo terzo disco molto influenzato da ritmi più danzerecci ed elettronici.

Ogni canzone meriterebbe un proprio paragrafo, persino l’interludio strumentale di King Krule ispirato al bus 343 che attraversa South London. Come Flags, anche Carried My Girl di Bat For Lashes è quel tipico brano intenso ed emotivo che non può mancare in un album benefico. Preceduta dall’elegante elettroR&B di Sampha, stupisce invece la nuova veste acustica delle Wet Leg. Obvious è una canzone che i fan più accaniti della band dell’isola di Wight conoscono da tempo. Nonostante le diverse performance dal vivo, non era però mai stata registrata. La voce di Rhian Teasdale è angelica, la batteria assente, con basso e chitarre protagoniste e un accenno di synth sul finale. Discorso analogo vale, con le dovute differenze, per i FOALS e la loro When the War is Finally Over.

I ritorni e le cover

Tra le cover presenti nel disco meritano la versione eterea di Sunday Morning a opera di Beth Gibbons oltre a Universal Soldier rivisitata dai Depeche Mode. Ma tra le più emozionanti e legate al presente c’è quella firmata dai Fontaines D.C.. Black Boys on Mopeds sembra scritta oggi. In alcuni casi basta cambiare i nomi dei politici, in altri i versi offrono possibilità innumerevoli: «England’s not the mythical land of Madame George and roses / It’s the home of police who kill black boys on mopeds». Stati Uniti e ICE, ma quel motorino fa pensare anche al nostro Paese. Off topic, subito segue il drammatico e orchestrale pezzo di Cameron Winter dei Geese che torna a scrivere un brano solista dopo il gioiello Heavy Metal. Una scrittura geniale e un’età precoce si sposano con la sua voce e le urla che lasciano di stucco persino i bambini presenti in studio.

Gli Oasis sono stati gli ultimi a unirsi al progetto all’ultimo con una versione live di Acquiesce registrata nell’ultimo tour a Wembley. Il loro è tra i ritorni di chi c’era nella prima compilation tra cui figurano anche i Pulp che stavolta hanno registrato un pezzo rock nel quale fanno lo spelling del cambiamento e criticano un sistema in cui c’è chi paga con la vita e chi con la carta.

I Blur, sebbene non come tali, sono presenti con il già citato Albarn, ma anche con il chitarrista Graham Coxon protagonista di due dei pezzi più belli di HELP(2). Andando in ordine di tracklist, il primo è quello con gli English Teacher. La voce di Lily Fontaine è un unicum nel panorama attuale per la sua capacità di sorvolare tra toni caldi e freddi, di cambiare intensità in un secondo. This Could Be Texas è stato uno dei debutti migliori degli ultimi anni e il remix delle tracce uscito qualche tempo fa ha confermato la grandezza e la versatilità di certi loro pezzi. Parasite è sullo stesso livello e non fa che aumentare le aspettative per ciò che ci aspetta.

Arriviamo poi al finale che vede coinvolto uno dei nomi apparentemente più estranei. Ma è solo apparenza, Olivia Rodrigo non è la classica popstar uscita dal mondo Disney, l’abbiamo scritto più volte, e non è un caso che sia diventata una delle artiste preferite da David Byrne (a proposito recuperatevi la sua cover di driver license). The Book of Love è la chiusura perfetta. Reggere il confronto non solo con l’originale, ma anche con la versione di Peter Gabriel era un rischio immane. La specialità di Olivia Rodrigo è quella di avere il coraggio di lanciarsi in missioni suicide e uscirne più forte di prima.

L’ennesima metafora per descrivere la nascita e lo sviluppo di HELP(2). Pensare come Rich Clarke e James Ford che un’altra We Are the World sia possibile in un mondo in cui il diritto internazionale conta fino a un certo un punto e bombardare ospedali e scuole è ormai prassi, è davvero audace. Ma il libro dell’amore, oltre alle heart-shaped boxes (chissà Kurt da lassù), has music in it e allora che musica sia.

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