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John Glacier è il nuovo volto del rap britannico

Dopo aver esordito nel 2019 sotto la guida di Vegyn, lo scorso 14 febbraio l’artista londinese ha pubblicato il suo primo album “Like a Ribbon”. Flusso di coscienza condito da un flow originale e dalla produzione fuori dai canoni di Kwes Darko

Autore Samuele Valori
  • Il22 Febbraio 2025
John Glacier è il nuovo volto del rap britannico

Foto di Jurga Ramonaite

La complessità dei ghiacciai sta principalmente nei tre strati che li compongono. Quello nevoso che si scioglie e riforma di volta in volta, quello intermedio più granuloso e infine quello più compatto, insomma il ghiaccio vero e proprio. Di John Glacier possiamo dire di conoscere il lato più in superficie e parte di ciò che lei decide mostrarci attraverso i versi di Like a Ribbon. Protegge il suo vero nome con cura e si definisce prima di ogni altra cosa una poetessa. La “freddezza” che trasmette il suo nome d’arte, scelto con altrettanta attenzione, ritorna nella sua musica atipica, anch’essa fatta di strati strumentali e verbali mai prevedibili. Nata e cresciuta ad Hackney da genitori origini giamaicane, seconda di sette figli, John ha iniziato da GarageBand e Logic. Già i primi brani pubblicati su Soundcloud lasciavano intravedere i contorni nebulosi del sound che predilige come tappeto per le sue parole.

Il suo debutto ufficiale è avvenuto nel 2019 con il progetto Shiloh: Lost for Words interamente prodotto da Vegyn. Poi è seguita la collaborazione in JGSG con il collettivo newyorchese SURF GANG. Sono seguiti i tre EP che costituiscono il cuore del suo album di debutto uscito lo scorso 14 febbraio. Se il suono cosmico e rarefatto del suo primissimo lavoro pre-pandemico è stato trasformato dalla produzione più ruvida di Kwes Darko, il suo modo di scrivere è rimasto lo stesso. Un flusso di coscienza nel quale è difficile trovare dei riferimenti. Un flow trascinato che gioca unendo elementi reali e autobiografici con metafore emotive e oniriche che interrompono la narrazione.

Uno degli aspetti della vita reale che John Glacier non si preoccupa di nascondere è la sindrome di Ehlers-Danlos con la quale convive da sempre e che ha «plasmato la sua visione della vita e della realtà». La musica e le esibizioni sono uno sfogo poetico e un modo di raccontarsi. Like a Ribbon narra proprio della sua ascesa al successo. Se in Italia la settimana sanremese può averci distratto, in Inghilterra è già qualcosa di più della classica next big thing. Al di là dei facili paragoni con la sua concittadina Little Simz, alla quale si avvicina semmai per una certa affinità al soul, John Glacier è un unicum della scena hip hop britannica e non solo.

Fuori dai giochi

Per inquadrare Like a Ribbon si potrebbe partire da vari momenti del disco, per esempio dalla prima traccia Satellites in cui John Glacier si riallaccia all’iconografia del suo EP d’esordio e si descrive come un corpo estraneo che fluttua nell’universo. Il suono della chitarra, che essa sia acustica o elettrica non cambia le carte in tavola, fa il pari con il tone of voice complessivo. Il sound alternative, che quasi sfiora il post-punk, tipico di Darko, rimanda al primo Slowthai, ma senza trasmettere la stessa rabbia. C’è un velo malinconico, a tratti persino nostalgico nei confronti di una vita che è cambiata inesorabilmente, che avvolge ogni canzone dell’album.

«I’m sticking to the plan, not the game» è un altro verso centrale che riassume e “spiega” lo strato intermedio dell’artista inglese. John segue il sentiero personalissimo tracciato dal suo flow che segue un ritmo tutto suo. Non ricerca una velocità sbalorditiva, ma è granitico nel suo galleggiare sul tempo. Floating e icy sono sue tra i termini che non a caso ricorrono più spesso nei suoi testi. Persino il classico brano show off con Glacier si trasforma e diventa qualcosa di intimo.

Emotions, contenuto nel primo dei tre EP in parte confluiti in questo debutto, racconta il cambiamento e il raggiungimento della notorietà sfruttando lo stratagemma dell’anonimato. È il suo nome il metro di paragone. Proteggerlo, ora che tutti vogliono scoprirlo, è un modo per preservare la propria essenza. Sullo sfondo c’è uno dei beat dall’anima più elettronica. L’altro è quello della successiva Nevasure in cui John si scopre “congelata” nelle proprie insicurezze supportata dalla produzione di Flume, uno degli ospiti del progetto. Tra gli altri spicca anche Eartheater nella più distorta Money Shows e quello che più di tutti salta all’occhio: Sampha.

Volare alto

Ocean Steppin’ è la canzone più importante dell’album per ciò che rappresenta. Da un lato, come raccontato dalla stessa John Glacier, è un riconoscimento; dall’altro è una svolta poetica decisiva all’interno del lungo flusso di coscienza di Like a Ribbon. Il ghiacciaio si scioglie e diventa oceano che s’infrange sulla costa e si trasforma in un sogno ad occhi aperti nella strofa di Sampha. La tastiera “liquida” tipica delle produzioni dell’artista britannico si lega a livello sonoro all’acqua che domina la seconda parte dell’album.

Simbolo del femminile, della purificazione, ma anche dello scorrere del tempo, compare sotto diverse forme. Il più delle volte è legata alla danza. Come nella penultima Dancing in the Rain, altro brano non prodotto da Darko, ma che vede la partecipazione di evilgiane, fondatore dei SURF GANG. Da un inizio cupo si passa a un finale luminoso – più nei versi che nel suono – in cui emerge anche quel lato innocente di Glacier. Le copertine dei tre EP e quella dell’album, a tema naturalistico e disegnate come se fossero parte di un libro di favole per l’infanzia, che al primo ascolto sono un ossimoro, acquistano un senso. Impossibile non pensare a un altro degli aspetti biografici che conosciamo della rapper, ovvero il suo lavoro nei laboratori cinematografici per bambini con disabilità fisiche e di apprendimento.

L’ultimo sguardo in Heaven Sent è rivolto al cielo. Un volo e allo stesso tempo un ballo che sono una boccata d’aria nel tono spesso soffocante della scena londinese. John Glacier è pronta a mostrarci qualcos’altro come recitava il titolo di uno dei suoi primi brani. Ecco, se ancora non avete idea della sua musica, partite da Some Other Thing.

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