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“FUDGE” di Michael Kiwanuka è un disco che non potete ignorare

Esce domani il quinto album del cantautore britannico, scritto nello stesso periodo di “Small Changes”, ma con un’intenzione diversa, in un nuovo studio e con nuovi collaboratori. Rimandato per i gravi problemi di salute, è una sfida vinta

  • Il22 Ottobre 2026
“FUDGE” di Michael Kiwanuka è un disco che non potete ignorare

Stevie Gee

Ci sono due modi possibili di ascoltare e commentare FUDGE, il nuovo album di Michael Kiwanuka. Il primo, quello al quale è più complicato sottrarsi, è calarlo nel presente. Il cantautore britannico, dopo aver annullato le ultime date del tour ed essere scomparso dalle scene per diverso tempo, ha svelato di aver avuto un infarto che lo sta costringendo tuttora a una lunga e faticosa riabilitazione. Quel disco, scritto nello stesso periodo dell’acclamato Small Changes, facendo un’operazione legittima e dall’alto quoziente emotivo, può essere letto come una riflessione anticipatoria sulla sua condizione umana e fisica e sulla caducità delle stesse. 

L’altra opzione è quella di associare il quinto disco della sua carriera a un tentativo senza pretese che effettivamente è stato. Una serie di idee che rappresentavano per l’artista inglese una sfida contro se stesso. Non tanto un modo per uscire dalla comfort zone – i nuovi pezzi rientrano nel suo stile anzi, si riavvicinano al passato – quanto per verificare sul campo quanto fosse ancora in grado di reggersi sulle proprie gambe. Le illustrazioni sgargianti di Stevie Gee – quelle sì, legate all’attualità per ovvi motivi – possono invece essere interpretate come un’immagine fedele dell’istinto che ha preso il sopravvento sull’atto creativo.  

Registrato tra Frome e lo studio di Southampton, al quale è stato affibbiato dall’artista il nome evocativo Dreamers, FUDGE ha la sua chiave nell’intenzione. Più libero, a dimostrare che il non essere a fuoco non è necessariamente una condizione negativa. Michael Kiwanuka, dopo aver raggiunto l’apice con i primi quattro album e aver conquistato quel tipo di pubblico che aveva sempre sognato, si è messo alla prova lasciandosi ispirare da un’intervista al compianto pianista e jazzista statunitense Chick Corea. Sono le sue parole, in un estratto audio, a introdurre il primo brano Summer Clothes: «Any kind of art form is creating the kind of thing that you think is beautiful». 

Imprevedibile 

Michael, poco dopo aver completato il quarto disco, ha investito i soldi del Mercury Prize, vinto con Kiwanuka (2019), nell’allestimento dei Dreamers dove ha composto dei brani non troppo diversi dal solito, ma meno coerenti ed organici come invece lo erano sempre stati nei lavori precedenti. Ognuno di essi contiene degli elementi inaspettati, delle deviazioni improvvise. Per la prima volta, entrando e uscendo a qualsiasi ora della giornata in quel suo nuovo studio dall’aspetto simile a una capanna medievale, ha scelto di non collaborare con i suoi storici produttori Inflo e Danger Mouse. La sezione ritmica torna centrale, insieme agli arrangiamenti d’archi. Quest’ultimi sono merito di Rosie Danvers (Coldplay, Adele), sua storica collaboratrice. Le canzoni sono state invece consegnate per la produzione a Dom Monks (Big Thief, Laura Marling), dopo aver registrato le demo con il polistrumentista Joe Connell. 

«In Summer Clothes sono io che mi rendo conto che il rapporto creativo che ho non durerà per sempre e che dovrò trovare la mia strada. Cosa faccio allora? Gran parte di questo disco è dedicata proprio a capire questo» ha spiegato il cantautore. In inglese il termine Fudge indica un ripiego, una soluzione immediata per eludere un problema, ma può essere letto anche in maniera giocosa e più filosofica. «I need miracles to wash away the pain» canta nel secondo singolo Sing, il momento più radiofonico e immediato dell’album. Quella chitarra che torna con dei piccoli accenni di solo, qui stupendamente abbinata alla tastiera elettronica, riconquisterà un proprio spazio più volte nel corso dell’ascolto. Dei tanti suddetti miracoli, il recupero del rapporto con essa da parte di Kiwanuka è uno dei più rigeneranti. 

Dopo l’acclamato album di debutto Home Again del 2012, il cantautore scriveva: «Now I don’t feel a thing». In quel periodo il cantautore si era disinnamorato della chitarra e di tutto quanto l’aveva condotto agli apprezzamenti unanimi della critica. La musica come lavoro non era più un gioco. Quel verso che rivive oggi nella stupenda Stars, recuperata dall’archivio dopo oltre dieci anni, è illuminante. Allora era la prospettiva che la sua passione venisse a poco a poco soffocata dalla pressione e dalle aspettative, oggi è il timore di rimanere ancorato a un suono e uno stile che hanno raggiunto pieno compimento e che rischiano di diventare una prigione. 

Senza limitazioni di tempo e spazio 

A proposito di miracoli, California è uno dei primi in cui ci si imbatte. Il ritmo di batteria viene a poco a poco coperto dal quartetto d’archi. La melodia del ritornello è semplice e disarmante. La ripetizione dei versi I need love to take home / I’ve been gone for way too long, alla luce di quanto accaduto in questo ultimo anno, hanno un sapore diverso. È sempre il tempo sostenuto, anche con influenze esotiche nell’utilizzo di certe percussioni, a caratterizzare la successiva Just Another Moment. Gli oltre sei minuti di musica, come avveniva per il suo capolavoro Love & Hate, non appesantiscono mai l’ascoltatore. In ogni brano ci sono delle evoluzioni dal risvolto emotivo. 

Drowning in Your Heart è l’esempio più lapalissiano per descrivere FUDGE. Michael Kiwanuka l’aveva scritta molto tempo fa, ispirandosi a Elliot Smith e alle vicende di un suo amico capace di sabotarsi in continuazione. La chitarra acustica e la melodia dominano il pezzo. Da metà subentrano dei violini drammatici che sul finale vengono manipolati e distorti come a rendere tangibile quell’istinto irrefrenabile a mandare tutto a rotoli. Una canzone malinconica ma, contemporaneamente, dolce e di una tonalità che non rifugge i colori, come il già citato artwork. 

Stevie Gee

Tutto però è iniziato dalla drum machine appena accennata di Love in My Heart. L’ennesima crisi creativa ha convinto il cantautore ad abbandonarsi all’ispirazione pura. Da un’improvvisazione è nata una canzone senza paletti che continuava ad allungarsi. La coda psichedelica che unisce al pianoforte una serie di interferenze elettroniche trasmette un sentimento insieme cupo e liberatorio. La realtà è che la durata dei brani, nonostante al giorno d’oggi siamo sempre più abituati alla brevità, all’immediatezza di un ritornello che deve arrivare entro i primi trenta secondi, nel medesimo modo in cui un reel deve spingerti a rimanere incollato allo schermo dello smartphone in pochi istanti, è il pregio di questo disco. 

Canzoni come Love in My Heart e Drowning in Your Heart riescono a rendere più “finalizzati” e completi dei simil bozzetti come Across the Sky. La chitarra acustica suona un accordo in medias res dopo il click del registratore riuscendo a trasportare chi ascolta tra l’attrezzatura dei Dreamers. Sempre quello stesso strumento torna protagonista in Move in My Direction, una ballata che si fa via via più cinematografica. Steve’s Paradise è un altro di quei brani che chi ha conosciuto Kiwanuka agli inizi della sua carriera adorerà dal primo all’ultimo minuto, soprattutto per la predominanza della componente strumentale. Il basso introduce insieme alle tastiere elettroniche un soul lento di colore cobalto. Subentrano poi una batteria sempre più marcata e la voce graffiata più del solito. I consueti cori femminili sullo sfondo stavolta si accompagnano a note di chitarra elettrica spaziali.   

Swings and Roundabout 

La conclusione acustica Swings and Roundabouts con quella voce sussurrata e un incedere cadenzato quasi a non voler rischiare di farsi male, mette i brividi: «I hear the music fade away /Maybe it’s not me, maybe it’s me again». Il detto inglese da cui deriva il titolo vorrebbe che i pro e i contro della vita fossero in perfetto equilibrio. Un po’ si vince e un po’ si perde. Non è una legge universale.  

FUDGE ti colpisce perché è un ritorno inaspettato a quel soul contaminato senza strutture fisse che non si pone problemi di etichetta. In queste settimane di grandi uscite che stanno monopolizzando la discussione e la critica (Fontaines D.C. su tutti), come spesso accade, è molto facile trascurare dei pezzi. Sembra matematico in certi casi. C’è sempre un disco pronto a farti cambiare idea, a ricordarti che l’arte, come l’ispirazione va sempre cercata e scovata al di fuori delle cornici. Michael Kiwanuka ha rischiato. Ha dovuto per forza di cose aspettare finché l’attesa è diventata deleteria, più di una promo striminzita. Ha sfidato se stesso e ha vinto. Ora non ci resta che sperare di poterlo di nuovo vedere presto sul palco.  

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