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No, partecipare a Eurovision non può lanciare un messaggio a favore della Palestina

Molti big di Sanremo sostengono che anche esserci può rappresentare un segnale. Ma con un regolamento così rigido verso tutto ciò che può violare la “non politicizzazione” dell’evento, prenderne parte rischia di diventare una tacita adesione

  • Il10 Febbraio 2026
No, partecipare a Eurovision non può lanciare un messaggio a favore della Palestina

«Se dovessi vincere Sanremo, andresti a Eurovision?». È questa la domanda che – a una manciata di settimane dal Festival della canzone italiana – sta facendo tremare la Rai (che sta portando avanti un sondaggio interno preventivo per sondare il sentiment dei 30 big in gara) e gli artisti che si sottopongono alle numerosissime interviste che affollano queste giornate. Un quesito a cui però – per ora – solo un’artista ha dato una risposta ferma e definitiva.

Si tratta di Levante, che pare aver scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora. «In caso di vittoria a Sanremo, non parteciperei all’Eurovision. È una manifestazione molto più politicizzata di quanto si pensi. Siccome di mezzo c’è un Paese che negli ultimi tempi ha creato drammi giganteschi e un genocidio in atto, non si può fare finta di niente. Non l’ho mai fatto. Non ce la faccio ad andare a ‘casa del ladro’», ha affermato con convinzione la cantautrice siciliana, in gara con Sei tu.

Una convinzione che, fino ad ora, non è stata riscontrata in nessun altro dei 30 big che hanno parlato di fronte alla stampa. Tutti infatti si trincerano dietro la scaramantica frase «non ho messo in conto di vincere», aggiungendo che – a tempo debito – prenderanno una decisione. C’è chi dice che al momento è troppo concentrato sulla gara per pensare al dopo, chi sostiene che si possa lanciare un messaggio anche andandoci e non solo facendosi da parte, chi ritiene che l’isolamento non sia la miglior strategia e non sia giusto togliere la parola agli artisti.

Le posizioni dei big in gara a Sanremo

Chi invece è più sovversivo e dichiara che ci andrà, ma cambierà il testo della canzone mettendoci dentro un proclama di quello che pensa, chi al momento non se la sente di rispondere ma lascerà parlare la canzone da cui si capirà una posizione. E questi sono solo alcuni dei pareri raccolti fino ad ora dai giornalisti che hanno incontrato i big in gara. 

Insomma, se Stati come la Spagna, l’Irlanda, la Slovenia, i Paesi Bassi e l’Islanda hanno da tempo annunciato che boicotteranno Eurivision, la questione in Italia pare essere che tutti – ovviamente – schifano la guerra, hanno espresso vicinanza e solidarietà alla Palestina martoriata da un genocidio, si sono detti più volte addolorati e distrutti dall’orrore a cui Gaza è vittima ogni giorno, non condividono l’operato di Israele e si stringono attorno agli artisti dissidenti che non si sono nascosti anche a costo di ledere i propri interessi (vedi Ghali). Tutto giusto nella teoria, certo. Se non fosse che (quasi) nessuno poi nella pratica sembra essere – al momento – disposto a rinunciare all’esposizione globale che una manifestazione del genere può offrire come segno di protesta contro la partecipazione di uno stato che commette crimini di guerra quotidianamente sotto i nostri occhi

Il regolamento di Eurovision in merito alle questioni politiche, tra cui la Palestina

Inoltre, è bene ricordare che, secondo il regolamento ufficiale di Eurovision, gli artisti in gara possono mostrare solo la bandiera del proprio paese, con l’assoluto divieto di esporre simboli di solidarietà e elementi di costumi che possano essere interpretati come messaggi politici – incluse le bandiere con messaggi politici o sociali, di territori o cause (come, ad esempio, quella palestinese) -, diffondere messaggi che promuovano cause politiche, portare canzoni che contengano riferimenti a cause, partiti o conflitti contemporanei e esprimere qualsiasi cosa che violi la “non politicizzazione” dell’evento. 

Secondo il codice di condotta poi, i partecipanti possono esprimersi liberamente a titolo personale, ma devono evitare di collegare le proprie opinioni politiche alla loro partecipazione a Eurovision, che non può essere usato come leva facendo dichiarazioni politiche o creando controversie.

Le conseguenze del sostegno alla Palestina a Eurovision: i casi di Eric Saade e Bambie Thug

Basti pensare che nel 2024, l’artista svedese di origini palestinesi-libanesi Eric Saade e l’irlandese Bambie Thug sono stati rimproverati dagli organizzatori della manifestazione da una parte per aver indossato sul palco un simbolo filo-palestinese – una kaffiyeh legata al polso – e dall’altra per aver rivelato alla stampa che i responsabili di Eurovision le hanno “ordinato” di cambiare il trucco di scena prima della sua esibizione in semifinale poiché aveva le parole “Ceasefire” e “Freedom for Palestine” scritte in caratteri Ogham, un antico alfabeto irlandese, sul viso e sulle gambe, considerate una «violazione del regolamento del concorso, pensato per proteggere la natura non politica dell’evento».

«Questo era solo il mio modo di mostrare una parte delle mie origini», aveva dichiarato Saade dopo il fatto. «Ho ricevuto quella kaffiyeh da mio padre quando ero un bambino, per non dimenticare mai da dove proviene la mia famiglia. All’epoca non sapevo che un giorno sarebbe stata definita un “simbolo politico” dall’EBU. È come definire il Cavallo Dala svedese un simbolo politico. Volevo indossare qualcosa che fosse autentico per me, ma l’EBU sembra pensare che la mia etnia sia controversa. Ai miei occhi, è semplicemente razzismo».

«Eric Saade è ben consapevole delle regole che si applicano quando si sale sul palco dell’Eurovision Song Contest», aveva dichiarato il produttore esecutivo Ebba Adielsson. Aggiungendo che «è triste che usi la sua partecipazione in questo modo».

Un documento per «per tutelare il valore del marchio Euovision»

In quell’anno poi, Eurovision aveva imposto il divieto assoluto di portare bandiere della Palestina anche nel pubblico, limitazione che l’organizzazione ha allentato nel 2025, quando gli organizzatori di Eurovision hanno deciso che faranno firmare a tutti i partecipanti e gli accreditati un documento che prevede l’osservazione di determinati comportamenti. Tra cui la neutralità politica, il fair play, il rispetto verso gli altri artisti e broadcasters.

«Uno strumento non punitivo, ma di responsabilizzazione», aveva commentato Simona Martorelli, Direttore Relazioni Internazionali della Rai, «per tutelare gli artisti e il valore del marchio Euovision».

Boicottaggio o tacita adesione?

E allora, considerando il quadro complessivo, appare utopistico pensare che una partecipazione sottoposta a controlli così capillari e rigorosi che bandiscono preventivamente qualsiasi possibile riferimento alla Palestina possa veicolare il messaggio che i diretti interessati vorrebbero attribuirle. Salire su un palco che – come ha detto la cantautrice siciliana – «è più politicizzato di quanto si possa pensare» e che risulta apertamente orientato in una direzione (nonostante l’insistenza degli organizzatori nel rivendicare una presunta neutralità, una cosa piuttosto difficile da credere se consideriamo che da anni lo sponsor principale dello show è Moroccanoil, brand di beauty israeliano), nella speranza di riuscire a esprimere il proprio dissenso, difficilmente può configurarsi come boicottaggio, ma rischia piuttosto di diventare una forma di tacita adesione.

E speriamo davvero che non sia solo Levante a pensarla così e che – anche se, come affermano loro, a tempo debito – gli artisti che si sono esposti sul genocidio sceglieranno di schierarsi anche stavolta dalla parte giusta della storia, e non quella più conveniente.

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