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Soli nel futuro, senza nostalgia da vendere: gli Strokes a Bologna

Quindici anni dopo l’ultima volta in Italia, la band newyorkese mostra un’intesa ritrovata, al netto di qualche distrazione, e con un Bella ciao intonato da Moretti porta nel presente i suoi classici e le piazze di tutto il mondo

  • Il18 Ottobre 2026
Soli nel futuro, senza nostalgia da vendere: gli Strokes a Bologna

Gli Strokes sono una di quelle band per le quali chiunque vorrebbe avere il privilegio di urlare ai quattro venti io c’ero. Io c’ero quando nel 2001 Is This It cambiò le regole del gioco, riordinando i cocci di una scena rock statunitense fossilizzata tra la deriva sempre più pop che punk delle band degli anni Novanta, il calo della fiammata nu metal crossover e l’inesplicabilità di una New York sempre più simile a quella profetizzata da Paul Auster. Io, personalmente non c’ero. Come il sottoscritto tantissimi altri che hanno vissuto l’ascesa, il declino e la rinascita della band, sull’eco del successo dei brani intramontabili e attraverso la stima e l’influenza che ha avuto. L’Unipol Arena di Bologna era stracolma di chi c’era e chi non c’era quando gli Strokes si sono presi il mondo: generazione X, millennials e anche Gen Z. 

Julian Casablancas, Nick Valensi (che in questo tour non c’è, sostiuito da Steve Schilz), Albert Hammond Jr., Fabrizio Moretti e Nikolai Fraiture non tornavano nel nostro Paese dal lontano 2011. Quindici anni di attesa alleggeriti soltanto da un disco ispirato come The New Abnormal e finalmente interrotti dall’ennesimo cambio di scaletta di questo Reality Awaits Tour. Accompagnata dalle note di Max Richter, la band è salita sul palco inaugurando il concerto con Tyrants of the Mellow Moon. La voce di Casablancas, occhiali da sole e lungo cappotto nero alla Neo di Matrix, intrappolata dagli arpeggi di chitarra di Valensi e Hammond Jr., è arrivata al pubblico completamente saturata di autotune. Il panico ha per un attimo sostituito l’entusiasmo tra i volti del parterre.  

È sembrato il segnale dei tempi che cambiano, gli stessi che hanno deluso chi non ha apprezzato la deriva molto più Voidz dell’ultimo disco e che, al contrario, hanno ravvivato chi pretendeva che il gruppo continuasse la svolta sonora intrapresa nel 2020 con Rick Rubin. Il problema dei primi quindici minuti di concerto però non sono state di certo le canzoni. Reptilia e Heart in a Cage hanno ricondotto il pubblico negli spazi che bramava di rivivere o vivere per la prima volta dal vivo. Dine ‘N Dash ha confermato anche nella performance live che è uno dei brani migliori di Reality Awaits. In egual misura Going Shopping ha totalmente oscurato la versione studio con una resa dal vivo più pulita e meno artefatta.  

Un concerto in crescendo  

Per i primi quindici minuti del concerto, gli Strokes hanno dovuto lottare con fastidiosi problemi di acustica. Da The Adults Are Talking, per fortuna, la situazione si è stabilizzata. Tutti si sono persi in un misto di nostalgia e carica emotiva. Il desiderio di fare esperienza sulla propria pelle di certe canzoni che hanno raccontato indirettamente un’epoca ha vinto. La scaletta scelta, al di là della già citata apertura in sordina, è stata costruita in modo tale che la tensione non scendesse mai. Con un’abbondanza di pezzi più veloci e rumorosi (Juicebox) e i classici del loro debutto come Soma, Take It or Leave It e Hard to Explain.  

Sì, tralascio volutamente Someday e Last Nite, che oramai sono due canzoni che vivono di vita propria. Entrambe suonate sul finire del concerto, hanno assolto per la milionesima volta il compito di unire tutte le generazioni di fan. Tra i pezzi a rotazione della setlist possiamo dire di essere stati fortunati. Al netto di un Room on Fire purtroppo poco presente, Automatic Stop è stata una bella sorpresa. Un po’ anche per Julian Casablancas che ha pasticciato con le parole del testo. Meno partecipate Gratification ed Evening Sun. Questo ci porta inevitabilmente a uno dei temi di questo tour: ma come stanno gli Strokes? 

Felici, distratti, politici 

Il terrore era che la band si presentasse sul palco mostrandosi scarica e unicamente interessata a portare al termine il proprio lavoro. Da questo punto di vista, gli Strokes a Bologna hanno dato l’impressione di divertirsi nell’essere di nuovo insieme. La scelta di non avere effetti speciali e di affidarsi solo a giochi di luce minimi è in linea con la loro consueta voglia di ridurre ogni arteficio visivo all’osso. Così come la tendenza a suonare i brani uno dietro l’altro con pochissimo spazio per interazioni con il pubblico.  

Ad alcune piccole pause, un po’ troppo silenziose e prive di “show”, si sono alternate delle brevissime uscite di Julian Casablancas che, a un certo punto, si lascia andare a un “grazie Milano” urlato a piena voce. Ok, si è probabilmente distratto. Perso nei meandri degli anni Duemila dove le sue canzoni l’hanno ricondotto di colpo. Nel complesso, un po’ tutta la band è sembrata “distratta”. Qualche errorino tecnico qua e là, compensato però dal suddetto atteggiamento e dai pezzi che giravano a meraviglia senza dimostrare minimamente il peso degli anni. E persino Going to Bubble On ha retto il colpo quando infilata poco prima di You Only Live Once. 

Un’epoca passata in costante idealizzazione e soprattutto le canzoni: è questo in fin dei conti che cercava il pubblico da questo tour. Non è mancata nessuna della due cose anzi, c’è un aspetto in più. Poco prima che le chitarre introducessero Lonely in the Future, Fabrizio Moretti, da dietro la sua batteria, con un italiano masticato quanto basta per farsi comprendere, ha intonato Bella ciao. Il brano di Reality Awaits in cui Casablancas si sfoga contro l’industria musicale, citando Anthony Fantano e Harry Styles, ha assunto un significato più universale, legandosi a quanto sta accadendo in tutto il mondo con le proteste dei giovani per il carovita. Facendo da eco agli scontri che fino a qualche ora prima avevano mandato in subbuglio la stessa Piazza delle Medaglie di Bologna. 

Quell’essere soli nel futuro, di colpo, non era più una perifrasi per sottolineare l’essere avanti stilisticamente. Ha assunto un significato più profondo legato alla società e al mondo che si prospetta davanti a noi. E allora New York City Cops scampa il pericolo di sembrare solo un esercizio di stile. Un’eco lontana della quale è rimasta solo la forma. Come accade, invece, allo Sphere di Las Vegas con i Metallica. James Hetfield che sottolinea l’apoliticità della sua musica per poi procedere a suonare un’ …And Justice For All del tutto spogliata del proprio valore politico-sociale.  

Ecco, la sorpresa più rassicurante del concerto degli Strokes a Bologna non è stata la loro alchimia ritrovata sul palco, ma il fatto che i loro successi sono intramontabili nella misura in cui riescono a uscire da quel bagno newyorchese diventato spazio ideale e idealizzato di un’epoca che non tornerà più. E no, non abbiamo bisogno di un revival del revival.  

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