Gli Strokes ci hanno tradito e forse è meglio così
“Reality Awaits” è un’evoluzione inaspettata (e politica ) che tradisce il tanto agognato ritorno nostalgico ai suoni di “Is This It”. Chi doveva salvare il rock, l’ha preso invece a schiaffi di autotune
Quasi tre anni fa esatti migliaia di spettatori di tutto il mondo si lanciavano nell’impresa titanica di passare in sala quattro ore e cinquantaquattro minuti per vedere i due film del momento. Barbie di Greta Gerwing e Oppenheimer di Christopher Nolan, uniti Barbenheimer. Sebbene nelle ultime settimane il regista statunitense-britannico sia di nuovo sulla bocca (e davanti agli occhi) di tutti con la sua versione dell’Odissea, oggi nel mondo della musica al centro dei discorsi c’è un’altra accoppiata. Nell’ascoltare uno dopo l’altro – poi l’altro dopo l’uno e viceversa di nuovo – il nuovo album di Charli xcx (qui la recensione) e Reality Awaits degli Strokes ho immaginato che chi quel 21 luglio del 2023 ha speso mezza giornata al cinema, si sia sentito così. Un po’ sopraffatto, sconvolto, a tratti stanco, ma pieno di stimoli e sensazioni. In quel caso contrastanti, nel mio concilianti.
Potrei descrivere il mio Stroxcx day giocando con le corrispondenze. Ma sarebbe troppo semplicistico ridurre tutto al fatto che entrambi i dischi hanno l’autotune protagonista e in una traccia utilizzano la metafora dello shopping per parlare dell’uomo del nostro secolo, condannato a un’infinta, infruttuosa e stancante ricerca d’identità. Di certo entrambi non hanno mantenuto un patto che evidentemente i fan avevano stretto più con la loro personale immagine degli artisti in questione che con gli stessi. Il tanto agognato disco rock che avrebbe ucciso del tutto Brat, invece intriso di geniali glitch a la PC Music. Ma soprattutto il ritorno di Julias Casablancas, Nick Valensi, Albert Hammond Jr., Nikolai Fraiture e Fabrizio Moretti: i salvatori del genere.
Poi parte Psycho Shit. Un arpeggio di chitarra elettrica drammatico e la voce del frontman degli Strokes che si fa sempre più elettronica, sommersa da chilogrammi di autotune mentre denuncia la politica militare attuale. A un primo ascolto fa strano ascoltare Casablancas criticare il genere umano per aver imparato a “coltivare” le bombe, sentire aumentare l’intensità e la sua voce elettrificarsi sempre di più mentre canta i tre versi più politici di tutto Reality Awaits. «You kill your prey from your nest / From behind a desk, psycho shit / You have no honor or no balls».
Il timore soffocato dalla speranza nel vedere le loro esibizioni dal vivo che non tutto fosse come Going Shopping, diventa realtà. Dopo sei anni, e un disco ispirato come The New Abnormal – oltre che un buon compromesso tra nostalgia dei Duemila ed evoluzione – gli Strokes hanno scelto di fregarsene delle aspettative e di ciò che il loro pubblico avrebbe desiderato. E pensare che fino a qualche anno fa rockettari più puri se la prendevano proprio con i rapper e l’autotune. Cosa succede ora che una voce capace decide di sfruttarlo come fosse uno strumento?
Per fortuna
Qualche giorno fa Liam Gallagher su X rispondeva a un fan che chiedeva del nuovo album degli Oasis dicendo che non è in arrivo nessun disco perché non si sente pronto ad affrontare le critiche per le eventuali poche vendite o per il mancato ritorno ai vecchi tempi. Pensieri che non hanno sfiorato la band newyorchese quando ha registrato in Costa Rica con Rick Rubin il suo settimo album. Per fortuna, perché gli Strokes di Is This It non esistono più. No one lasts forever, al massimo l’arte.
Su questo la band ci aveva già avvisato con Falling Out of Love. La seconda anticipazione aveva sembianze opposte a quelle che dovrebbe avere un singolo promozionale. Sei minuti (il brano più lungo dell’album) e ancora l’autotune a tradire la fiducia dei fan della prima ora. Ammetto che al primo ascolto, nonostante la costruzione e l’emozione provata fossero più convincenti di Going Shopping, l’avevo abbandonata lì. L’ho ripresa oggi e, nel complesso di Reality Awaits ha un ruolo fondamentale. Non solo è il brano centrale, è il più significativo, quello che cresce ascolto dopo ascolto e che segna la nuova fase del gruppo. Julian racconta la fine della sua relazione nella prima strofa. Nella seconda sembra riferirsi alla band e a come le persone cambiano e muore parte di esse.
Tematicamente si ricollega a Liar’s Remorse, una ballad atipica dove la voce è più pulita. «Listen to the AI tell you what to do today» canta a un certo punto Julian. Proprio quell’intelligenza artificiale utilizzata (criticamente o no?) negli artwork e nei teaser e che viene citata poco prima di una condanna senza appello al vecchio se stesso. La chitarra elettrica diventa protagonista nella seconda parte, dopo il break con la scala armonica minore, ma la dichiarazione d’intenti è un’altra.
Una risposta al finale di Going Shopping dove l’io narrante si faceva vincere dalla “pigrizia morale ed empatica” e nell’ultimo ritornello decideva di tornare indietro e riabbracciare i ritmi e le regole della città. Da adesso in poi gli Strokes fanno il loro gioco (I want to play my game). E lo fanno anche citando il passato. Come in Fruits of Conquest che rilegge i Rolling Stones e si dimentica di essere nella tracklist di Reality Awaits.
Da soli, nel futuro
Non è l’unico momento a essere sinceri. Going to Babble On affonda nei tempi che corrono sempre più veloci. Ubbidire, eseguire i tasks, andare online entro le [ora casuale] e tutta quella serie di cose alla quale abbiamo dovuto abituarci. Eppure nei suoni c’è il dna degli Strokes di un tempo. Tant’è che il pezzo, che era stato ribattezzato “Start Again” sulla base del ritornello, in anteprima dal vivo aveva alimentato l’hype. Ciò che lo rende uno dei pezzi migliori è il continuo shift dal lato sociale e personale e viceversa.
Ma alla fine Reality Awaits è un bel disco? Che poi è quello il senso di una recensione e sta anche lì la bravura di un critico di stabilirlo nell’arco di pochissimo tempo. Non ho una risposta, ma non posso scrivere che mi aspettassi una nuova versione del loro debutto. C’è Dine N’Dash, con quella terza strofa dove esplode la violenza e scompare di colpo l’autotune, che vale le ore di ascolto e gli anni di attesa.
Non resta poi che rifugiarsi nella terza traccia, quella che segna il punto di contatto con il disco precedente. In Lonely in the Future si citano il look di The Weeknd, il beat di As It Was di Harry Styles, John Legend e You Only Live Once che, nonostante abbia da qualche mese compiuto vent’anni è forse quello che gran parte dei fan della band avrebbero voluto riascoltare nei nuovi brani. Tutti esempi di errori, di valutazioni affrettate e rivelatesi sbagliate. La musica è ripetizione, ispirazione e richiede tempo. L’alta digeribilità va bene per i latticini, non per un disco.
Nel frattempo è arrivata di nuovo Tyrants of the Mellow Moon con quell’arpeggio di chitarra che ricorda Paranoid Android, ma che già al secondo ascolto ti rendi conto sia collegato alla prima traccia. Julian a un certo punto si rivolge all’ascoltatore sperando di averlo fatto ridere mentre la batteria di Moretti regala una delle sezioni migliori. Nessuna grassa risata, Julian. Ma qualche sorriso qua e là l’hai strappato. Tra un voce mascherata che ti chiedi che senso abbia, salvo poi cambiare idea dopo un’ora, e una strofa che prende a schiaffi lo status quo che ormai hai imparato a mandare giù.
C’è una battuta che viene detta per prendere in giro qualcuno, spesso un sognatore: “Sei talmente avanti che se ti volti indietro vedi il futuro”. È un po’ il senso ultimo del ritornello di Lonely in the Future e di questa svolta autotune di Reality Awaits con cui gli Strokes ricalibrano il loro senso di esistere e quello del rock. In pochi nel 2001 capirono la loro portata, erano già avanti. Già Arctic. Chissà che anche stavolta, magari ascoltando i pezzi dal vivo, non ci abbiano fregato.

