Il LOST ci ricorda che fare le cose in modo diverso è ancora possibile
Questo weekend siamo stati al festival nel Labirinto della Masone, uno degli appuntamenti più riconoscibili del panorama europeo dedicato alla musica elettronica sperimentale
Foto di Stefano Mattea
A differenza della maggior parte dei festival, al LOST Music Festival 2026 il primo riferimento non è il main stage, ma il labirinto. Ed è proprio da qui che bisogna partire per capire l’identità della rassegna. C’è una differenza sostanziale tra scegliere una location suggestiva e costruire un festival che non potrebbe esistere altrove. Il LOST Music Festival appartiene decisamente alla seconda categoria. Al Labirinto della Masone l’architettura non fa da sfondo ai concerti: cambia il modo in cui li si vive.
Il fatto che oggi uno degli appuntamenti più riconoscibili del panorama europeo dedicato alla musica elettronica sperimentale e alla ricerca sonora si svolga proprio qui racconta molto anche della visione del suo ideatore. Il Labirinto della Masone nasce infatti dal sogno editoriale e architettonico di Franco Maria Ricci, editore, collezionista e designer che per decenni ha immaginato questo luogo come uno spazio dedicato alla bellezza, all’arte e alla scoperta. Oggi quel progetto continua a vivere in una forma diversa, accogliendo artisti e pubblico in un dialogo che sembra quasi naturale.
Sette ettari di bambù, oltre duecentomila piante e una piramide che emerge tra i sentieri del labirinto. È uno di quei festival che sembrano nascere direttamente dal luogo che li ospita. Qui il pubblico non attraversa semplicemente uno spazio per raggiungere un palco: segue un suono, cambia direzione, rallenta il passo. L’orientamento lascia spazio alla scoperta e, con lui, cambia anche il modo di ascoltare.
In un panorama in cui la maggior parte dei festival è costruita attorno agli headliner, al LOST succede quasi il contrario. Gli artisti non dominano il luogo: ci dialogano. La line-up, che attraversa elettronica sperimentale, club music, ambient e ricerca sonora, sembra pensata proprio per valorizzare questa relazione. Il risultato è un festival che si scopre lentamente, più che consumarsi.
I live del LOST Music Festival 2026
Lo si percepisce già dal venerdì sera, con il closing set di Kavari, tra i momenti più energici dell’intero weekend. Un’esplosione di bassi e ritmiche serrate che dimostra come il LOST riesca a mantenere intatta l’energia del club senza perdere il dialogo con il contesto naturale che lo circonda.
Il sabato continua a muoversi tra linguaggi differenti senza mai perdere coerenza. Il progetto BV/XT porta sul Bamboo Stage un incontro inaspettato tra elettronica e sax dal vivo, mentre il live dei MICROPLASTICS, con aya alla voce, introduce una tensione che sfiora territori hardcore senza perdere il carattere performativo della proposta. Poco dopo arriva uno dei momenti più sorprendenti del festival: il collettivo JOKKOO, guidato da Baba Sy, costruisce un set dominato dai bassi e da ritmiche decostruite, mentre gli altri membri del collettivo salgono sul palco a rappare in francese, trasformando il DJ set in una performance collettiva.
La domenica il ritmo cambia ancora. CCL costruisce un DJ set dalle forti influenze tribali, seguito dalle sonorità più arabeggianti di Yunis. Poi arriva foodman, protagonista di quello che è stato probabilmente il momento più catartico dell’intero festival. Il produttore giapponese attraversa territori techno e jungle mantenendo una ricerca sonora estremamente personale, dando vita a un set capace di coinvolgere il pubblico senza mai perdere il proprio equilibrio. Subito dopo, gyrofield sceglie la direzione opposta. Il suo closing set rallenta i battiti del festival con una selezione più lenta, elegante e immersiva, in netto contrasto con l’energia della performance precedente.
Anche visivamente il LOST continua a distinguersi da qualsiasi altro festival italiano. La piramide, avvolta dal fumo nelle ore serali, diventa un’apparizione sospesa tra architettura, installazione e scenografia. Non è soltanto un elemento estetico: contribuisce a costruire quella sensazione di trovarsi in uno spazio fuori dal tempo, dove natura, arte contemporanea e musica sembrano appartenere allo stesso linguaggio.
Forse è proprio questa la forza del LOST nel 2026. In un periodo in cui sempre più festival sembrano rincorrere lo spettacolo, il festival emiliano continua a costruire un’esperienza che nasce dal contesto. Il Labirinto della Masone non è la cornice di quello che accade: è uno degli elementi attraverso cui tutto prende forma.
Ed è probabilmente questo che ci si porta a casa dopo tre giorni trascorsi tra il bambù. Non soltanto i set o la line-up, ma la sensazione che la musica possa cambiare quando cambia il luogo in cui la si ascolta. In un’epoca in cui molti festival rischiano di assomigliarsi, il LOST continua a ricordare che l’identità di un evento non dipende solo da chi sale sul palco, ma anche dallo spazio che decide di abitare.
Articolo di Matilde Soleri

