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Trovare le risposte al concerto degli Scorpions: il racconto degli Stunt Pilots

Siamo stati con Zo, Moonet e Farina all’AMA Music Festival per la data del gruppo rock tedesco. Il frontman del trio ci racconta com’è andata, tra ricordi, domande che cambiano e lezioni da imparare

  • Il13 Luglio 2026
Trovare le risposte al concerto degli Scorpions: il racconto degli Stunt Pilots

Avevo quattordici anni quando chiesi a mia madre di prestarmi i suoi leggings, una cintura zebrata e una bandana da infilare nella tasca dietro dei jeans. Giravo per Garbagnate con i capelli lunghissimi alla Pavel Nedvěd e delle Nike enormi ai piedi. Un improbabile incrocio tra Bret Michaels dei Poison e il ragazzino di Mamma, ho perso l’aereo. Intorno a noi gli amici ascoltavano Skrillex e la dubstep. E piacevano anche a noi. Perché, a pensarci oggi, non è mai stato davvero un discorso di generi. Essendo nati alla fine degli anni Novanta, il rock non l’abbiamo mai vissuto a capitoli. Gli anni Settanta, gli Ottanta e i Novanta erano un unico linguaggio. Gli Scorpions stavano accanto ai Sex Pistols, ai Metallica e ai Guns N’ Roses, come se fossero stati pubblicati tutti nello stesso giorno. 

Ciascuno di noi, però, ascoltava le canzoni a modo suo. Io rincorrevo Slash, Farina seguiva Bonham, Moonet seguiva Geezer Butler. Era come se il resto della band sparisse. Riuscivamo a isolare mentalmente il nostro strumento e a seguirlo dall’inizio alla fine del brano. Quando è arrivato l’invito a vedere gli Scorpions all’AMA Music Festival non c’è stato nemmeno bisogno di pensarci. Ci siamo accorti, però, che stavamo andando a vedere gli Scorpions per un motivo completamente diverso da quello per cui li ascoltavamo da ragazzini.

Una volta cercavamo un riff da rubare. Stavolta cercavamo una risposta a una domanda che ci facciamo spesso tra di noi: cosa succede a una band dopo cinquant’anni? E soprattutto, come ci immaginiamo la nostra band tra cinquant’anni? E avevamo anche paura. Quella di trovare un museo. 

In viaggio verso l’AMA Music Festival

Durante le tre ore di viaggio da Milano a Bassano del Grappa ci siamo resi conto di conoscere benissimo la musica degli Scorpions, ma pochissimo gli Scorpions. Conoscevamo i riff, i ritornelli, gli assoli. Non la loro storia. Quanto ci avevano messo ad arrivare fin lì? Quanti album avevano pubblicato prima di trovare davvero la loro identità? Così Moonet, il narratore della band, ha aperto Wikipedia e ha iniziato a raccontarci la loro storia con il tono di un podcaster di creepypasta, mentre metteva in coda gli album in ordine cronologico. 

I primi Scorpions non suonavano affatto come gli Scorpions che avevamo in testa. La voce di Klaus Meine era già riconoscibile, ma tutto il resto ancora no. Niente rullanti giganteschi, niente chitarre riverberate, niente di quel suono che oggi associamo automaticamente al loro nome. È stato quasi rassicurante. Anche gli Scorpions hanno impiegato anni per diventare gli Scorpions.

Arriviamo all’AMA Music Festival passando per strade di campagna fino a un vecchio casolare. Uno di quei posti dove ti viene subito da dire “Che cazzo, finalmente un posto dove si può alzare il volume”. Il festival è sospeso tra due mondi. Da una parte le giostre, i chioschi e l’atmosfera da festa di paese. Dall’altra un cartellone con alcune delle band che hanno scritto la storia del rock. Poi inizia la pioggia. Sotto un ombrellone, mentre aspettiamo che smetta, sento un signore dire a un amico: “La traccia tre… quella che faceva nanana…”. Parlano ancora per numero di traccia. Cercano di ricordare l’anno in cui è uscito un disco, non quanti milioni di stream ha fatto. Mi fa pensare che, nel giro di una generazione, sia davvero cambiato il modo in cui ci ricordiamo la musica. 

Aprono la serata i Saxon. Tra una canzone e l’altra il cantante alza una bottiglietta d’acqua, non un bicchiere di whisky. Anche il rock, a un certo punto, ha bisogno di disciplina. Poco prima che inizino gli Scorpions, sul ledwall parte un lungo video che ripercorre la loro storia. Non c’è bisogno di convincere il pubblico di quello che hanno fatto. È sufficiente mostrarlo. 

A noi, però, non sembra solo una celebrazione. Sembra una lezione. Mi viene in mente una cosa che avevo imparato durante un viaggio in Oriente: “Il maestro non insegna spiegando. Il maestro si osserva”. Per le due ore successive abbiamo fatto esattamente quello. Quando si spengono le luci e parte il primo riff, la cosa che mi colpisce più di tutto non è l’energia. È quanto sembrino ancora divertirsi a essere una rock band. 

Le Flying V colorate. I cappelli cowboy pieni di chiodi. Le giacche gialle e nere quasi uscite da Beerbongs & Bentleys. Non sembrano persone che si vestono così perché il pubblico se lo aspetta. Sembrano persone che, dopo sessant’anni, hanno ancora voglia di sentirsi delle rockstar. Penso a quando da piccolo compravo le chitarre quasi solo perché mi sembravano bellissime. Poi, proprio perché erano bellissime,  finivo per passarci ore sopra. Forse il rock sopravvive anche così. Prima ti fa desiderare una chitarra. O un giubbotto. O un paio di stivali. Poi, quasi senza accorgertene, ti ritrovi a dedicarci migliaia di ore. 

Mi colpisce anche un’altra cosa. Gli Scorpions non sembrano costruiti attorno a un solo protagonista. Klaus Meine è il cantante, ma l’attenzione finisce continuamente anche su Rudolf Schenker, su Matthias Jabs e sul batterista, sospeso sopra una gigantesca piramide di luci. Ognuno sembra avere il diritto di essere protagonista. Tra una canzone e l’altra Klaus Meine dice: “Sessant’anni fa giravamo la Germania con un furgone scassato e grandi sogni. Non avremmo mai immaginato di essere qui oggi” 

Fa impressione sentirlo dire da qualcuno che quella storia l’ha davvero vissuta. Perché ti ricorda di una cosa semplice, nemmeno chi arriva in cima conosce il percorso mentre lo sta vivendo. E forse la risposta alla domanda che ci eravamo fatti in macchina era proprio lì. Il museo che avevamo paura di trovare non esisteva.

Tornando verso Milano il discorso è finito inevitabilmente sulla musica che stiamo facendo noi. Non perché il nostro nuovo singolo Time of My Life assomigli agli Scorpions. Anzi, probabilmente è vero il contrario. Siamo cresciuti ascoltando Kendrick Lamar e Skrillex tanto quanto i Red Hot Chili Peppers, i Prodigy o i Guns N’ Roses. Oggi facciamo una musica che prova a mettere insieme tutto questo. Degli Scorpions non ci portiamo dietro un suono. Quello appartiene a loro. Ci portiamo dietro il modo di pensare una canzone, la ricerca di un ritornello che resti, il coraggio di parlare la lingua del proprio tempo senza perdere la propria identità. 

Forse è questa la lezione più grande che ci siamo riportati a casa. Un concerto così ti cambia la domanda che fai alla tua musica. Non più “Funzionerà questa settimana?” Ma “Tra trent’anni ci sarà ancora qualcuno sotto un palco che avrà voglia di cantarla?”.

Articolo di Zo degli Stunt Pilots

Gli Stunt Pilots sono tornati lo scorso 10 luglio con il loro nuovo singolo TIME OF MY LIFE.

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