Tra ritiri musicali e un DM a Caroline Polachek, ecco come nasce la musica dei caroline: l’intervista
Abbiamo incontrato la band londinese poco prima di salire sul palco delll’Arci Bellezza di Milano per parlare del loro acclamatissimo secondo album “caroline 2” e di come si ispira una band con otto componenti
Foto di El Hardwick
Capita davvero poche volte di ascoltare dei dischi che mettano d’accordo un po’ tutti, specialmente quando ci si trova nel territorio dell’alternative. Il secondo album dei caroline è una di quelle rare eccezioni. Incluso nelle principali classifiche di fine anno delle riviste musicali di tutto il mondo (anche la nostra), caroline 2 è l’evoluzione migliore dell’affollatissima band londinese. Il gruppo composto da Casper Hughes, Jasper Llewellyn, Mike O’Malley, Oliver Hamilton, Magdalena McLean, Freddy Wordsworth, Alex McKenzie, Hugh Aynsley – sì ben otto componenti – ha esordito nel 2022 con un self-titled che aveva fin da subito attirato l’attenzione della critica. A metà tra folk, post-punk e improvvisazione senza freni, era una versione ancora più complicata dei primi Black Country, New Road.
Il lavoro sul secondo disco è stato più programmato, tant’è che la scrittura, come racconta Mike, è avvenuta durante dei ritiri musicali e spirituali lontano dalla Capitale inglese. E forse anche con questo si spiega la fotografia della copertina che inquadra il finestrino di un’automobile dall’interno. La chiacchierata con il gruppo poco prima della loro terza data italiana all’Arci Bellezza di Milano, di fianco alla mitica Palestra Visconti, è stata anche una simpatica anticipazione del loro modo di stare sul palco. Nel corso dell’intervista, uno dopo l’altro, alcuni dei componenti della band reduce dal soundcheck, si sono uniti alla conversazione. Che è un po’ ciò che avviene durante alcune delle loro canzoni, come la stupenda Two riders down, con gli strumenti che si uniscono a poco a poco.
Con Mike, Freddy e Magdalene abbiamo parlato di istinto, di come è cambiato il loro modo di essere una band, della collaborazione inaspettata con Caroline Polachek e del perché quella che dall’esterno potrebbe sembrare una scena musicale inglese alternativa, in realtà non lo è proprio fino in fondo.
L’intervista ai caroline
Vi aspettavate di avere un riscontro così positivo da parte della critica su caroline 2?
Mike O’Malley: Per niente. È andata molto meglio rispetto alle nostre aspettative. Venivamo dall’esperienza del nostro primo album. Tutti ne parlavano, sembrava piacere molto alla gente, ma poi in realtà era stato ascoltato da molte meno persone di quelle che immaginavamo. Quindi non sapevamo se sarebbe andata di nuovo così. Siamo molto felici perché gli ascolti molto più numerosi ci stanno consentendo di suonare in posti nuovi. Per esempio, per la prima volta abbiamo avuto la possibilità di fare qualche data in Italia.
Quando avete esordito si parlava di voi come di un collettivo e non una band. A distanza di qualche anno le cose sembrano cambiate. Vi percepite anche voi in maniera diversa?
M: È più una sensazione. Non abbiamo mai pensato che fossimo un collettivo perché il processo decisionale quando scriviamo musica non è del tutto orizzontale. I collettivi funzionano più come delle cooperative in cui ognuno ha lo stesso tipo di ruolo, non so. Allo stesso tempo però, soprattutto dal vivo, è cambiato qualcosa. Prima sembravamo meno una band, oggi lo siamo molto di più.
Quale era l’aspetto che vi rendeva meno “gruppo”?
M: Le nostre esibizioni erano molto più “fluide” che non so se sia proprio il termine adatto dato che può significare tante cose diverse. In sintesi, il nostro modo di suonare era diverso da quello che uno definirebbe il concerto di una band. Oggi i nostri live sono molto simili a un concerto rock o perlomeno ne richiamano in parte l’esperienza. Anche l’impostazione del tour, del palco e delle luci. È più divertente.
Avete scritto caroline 2 spostandovi in vari luoghi e organizzando delle vere e proprie trasferte nel Regno Unito. Da cosa deriva questa scelta, è una ricerca di ispirazione?
M: Penso che, in un certo senso, il luogo in sé non sia importante, o al massimo lo sia solo in parte. Nel nostro caso è più il fatto di essere lontani dalla nostra vita quotidiana. L’unico scopo per cui siamo lì è lavorare sulla musica. Quindi sono la concentrazione e l’assenza di distrazioni a rendere quei viaggi molto utili, oltre che un’esperienza arricchente e piacevole. Non è detto che torniamo dal viaggio con due o più canzoni nuove, però di sicuro siamo più consci della direzione che desideriamo prendere.
Quindi sono un po’ come i ritiri delle squadre di calcio.
M: Forse sì (ride, n.d.r.). Viviamo tutti a Londra, ma è comunque complicato lavorare in modo costante su un progetto con un così grande di persone. Ognuno ha la propria vita che non ruota solo attorno a questa band. Organizzando queste trasferte accettiamo il fatto che per una settimana saremo solo noi e penseremo a nient’altro che alla musica. Questo è valso anche per la registrazione dell’album che abbiamo deciso di fare a Ramsgate.
C’è un viaggio in particolare che ricordate con piacere?
Freddy Wordsworth: C’è questa cittadina nell’Essex chiamata Braintree. È un paese di campagna, un po’ fuori Londra.È stata un’esperienza davvero incredibile perché avevamo a disposizione il fienile di una casa di un nostro amico che la sua famiglia ha ristrutturato e reso abitabile. Siamo stati lì una settimana, in una sorta di studio-residenza dove ci svegliavamo e trovavamo tutta la nostra attrezzatura già sistemata. Suonavamo quasi dodici ore al giorno e poi uscivamo a fare delle passeggiate nella natura. In quei giorni abbiamo definito gran parte della struttura dell’album, anche se poi ha continuato a cambiare. Almeno sei brani hanno preso forma in quella casa.
Da dove partite quando scrivete una canzone?
M: Di solito c’è una prima fase che spesso riguarda Jasper (Llewellyn, n.d.r.) e Casper (Huges, n.d.r.) e qualche volta anche me. Abbiamo qualcosa di minimo, un memo o un riff, che raccogliamo e poi proponiamo al resto del gruppo. Alcune volte arriviamo con un concept molto teorico del tipo: “Qui suonerà così, da qui in poi in quest’altro modo”. Spesso si inizia proprio con dei piccoli passaggi o idee di suono che ci entusiasmano.
F: Per esempio, mi ricordo che mentre scrivevamo Song two volevamo aggiungere il trombone. Per comprendere come dovessi suonarlo, dato che non è proprio il mio strumento, Mike mi fece vedere un video su YouTube in cui c’erano tutti questi fiati che emettevano delle note in modo molto delicato. È un modo di suonare molto specifico e dinamico. Come in quel caso, spesso partiamo proprio da idee.
Quanto vi lasciate ispirare dall’istinto nelle vostre trovate di registrazione? Mi viene in mente Coldplay cover dove convivono due brani in due stanze diverse.
M: Per questo album in realtà c’è stata molta pianificazione preliminare. L’istinto l’abbiamo seguito più che altro durante i nostri viaggi dedicati alla composizione. Per quanto riguarda Coldplay cover l’idea delle due canzoni contemporaneamente è stata pensata a priori. Era una cosa che volevamo provare facendo riferimento all’interazione tra i suoni. Per esempio, mentre ora sto parlando si può anche sentire il rumore dell’acqua che scorre nelle tubature che interagisce con la mia voce. Ci sono costantemente più suoni che si sovrappongono in un dato momento. Capisco che non sia un’idea rivoluzionaria, ma ci interessava renderla il punto focale di una nostra canzone.
caroline 2, pur senza rinunciare all’improvvisazione, sembra molto meno improvvisato. È una sorta di improvvisazione pianificata. È un risultato che vi eravate prefissati quindi?
Magdalena McLean: È stato un processo naturale. La differenza è che quando abbiamo registrato il primo album la gran parte delle canzoni era stata già scritta prima ancora che tutti i componenti entrassero a far parte del gruppo. Il carattere più “improvvisato” derivava anche dal fatto che era un modo per noi di trovare un modo di suonare quei brani. Stavolta c’era già una maggiore intesa a livello musicale. Avevamo proprio una cornice ben definita all’interno della quale improvvisare.
A proposito di cose inaspettate, com’è nata la collaborazione con Caroline Polachek?
M: Eravamo in uno di quei viaggi di cui parlavamo prima e avevamo appena scritto Tell me I never knew that. Il pezzo era nato da un riff di chitarra di Casper. Ne tira fuori a centinaia e a volte nemmeno di rende conto di quanto alcuni siano davvero speciali. Io in particolare ero ossessionato da quel fraseggio e lo suonavamo in continuazione con la band. Quando abbiamo trovato la melodia ci siamo detti: “Suona come qualcosa che canterebbe Caroline Polachek”. Noi la adoriamo e la sua musica ci ha unito molto così, considerando che qualche volta aveva ricondiviso alcuni nostri brani, le abbiamo scritto su Instagram. Ricordo che quando ricevemmo il suo audio avevamo già chiuso il disco e stavamo registrando l’album di Cameron Picton (Si tratta del debutto dei My New Band Believe dell’ex bassista dei black midi in uscita il prossimo 10 aprile, n.d.r.).
Prendendo spunto da quest’ultima collaborazione che avete citato. Sentite che a Londra o in Inghilterra in generale ci sia una scena alternative o new wave?
F: Non saprei. C’è sicuramente un senso di appartenenza. Con chiunque voglia fare musica, credo che si diventi amici in modo naturale, quasi per osmosi. Non so se definirla una scena, ma per certo credo che ci siano molte persone che si vogliono davvero bene.
Magdalene: Ho l’impressione che la città sia troppo grande per poterlo dire con certezza. È come se questa “scena” fosse un concetto creato ad hoc nei testi che parlano del sud-est di Londra. Penso che se fosse una città più piccola e ci fossero tre locali, quindi sempre con le stesse persone, si potrebbe avere la sensazione di farne parte, ma in realtà non è proprio così, anche se ci sono posti dove è probabile che incontri qualcuno.
M: È un po’ come con la musica sperimentale. Il modo in cui, secondo me, si è concretizzata come scena è stato che qualcuno ha visto qualcuno fare qualcosa e poi ha pensato: “È un’idea davvero forte e penso di poter fare qualcosa di interessante ispirandomi”. E da lì a catena altri artisti continuando a crescere a valanga perché tutti condividono idee. Questo in parte succede tra i nostri amici, ma non è proprio una scena. Penso che in quel caso ci debba essere anche una rete di sostegno oltre che un’espressione musicale condivisa. Nel nostro caso siamo solo un gruppo folto di amici e band che fanno anche musica molto diversa tra loro.
