Cristiano Magaletti: «Cambiare il regolamento di Sanremo, se no il Festival perderà i big»
In quanto manager di Geolier, è stato al centro del dibattito sul divario fra televoto e voto della stampa. Ora che torna all’Ariston con Luchè e Sal Da Vinci, l’abbiamo intercettato per una conversazione a tutto tondo fra kermesse e discografia
Con artisti che vanno da Geolier a Luchè, passando per i The Kolors ma anche per producer come Don Joe e nuovi talenti come Petit, Cristiano Magaletti è uno dei manager più influenti del panorama musicale italiano, con una forte expertise sul mondo hip hop e non solo. Com’è noto, proprio il secondo posto di Geolier a Sanremo 2024 ha scoperchiato il vaso di Pandora: il regolamento del Festival, per come è strutturato, penalizza di fatto gli artisti di area urban?
Tuttavia il problema del Festival, per Magaletti, è molto più ampio e prefigura uno scenario in cui sempre meno big decideranno di gareggiare, come già si ha avuto sentore con il cast di quest’anno. Ora che torna all’Ariston con Luchè e Sal Da Vinci, l’abbiamo intercettato per una conversazione a tutto tondo fra Sanremo e stato della discografia.
L’intervista a Cristiano Magaletti
Secondo te quali criticità o incongruenze ci sono nel regolamento di Sanremo? E perché ti senti di fare queste osservazioni adesso?
Prima di tutto perché sono stato coinvolto nel 2024 con la famosa bagarre che ha visto protagonista Geolier. Già ci sarebbe da aprire una parentesi sul regolamento sulla lingua, che all’epoca è stato modificato per permettere a Geolier di entrare in gara con un brano in napoletano. Il dialetto fa parte della cultura italiana, e non dimentichiamo che il Festival affonda le sue radici a Napoli (con il Festival Napoletano del 1931, organizzato – fra gli altri – dal direttore del Casinò di Sanremo di allora, Luigi de Santis, ndr). Ad ogni modo, ciò costrinse Amadeus a modificare il regolamento di Sanremo per non avere problemi con la scelta di Geolier. Ma secondo me non c’era nessun bisogno di modificarlo.
A parte tutto questo, perché adesso si ha la difficoltà ad avere adesione da parte degli artisti a Sanremo? Pensiamo a Giorgia e Achille Lauro, che hanno fatto due dei brani di maggior successo dell’anno scorso ma non hanno neanche raggiunto il podio: questo fa dire agli artisti “ma chi me lo fa fare?”.
A seguito del “disastro Geolier” si dice che ci sia stato un ridimensionamento del ruolo della stampa, ma per me non è vero. In prima serata vota solo la sala stampa. Nella seconda e terza, radio e televoto. Nell’ultima votano stampa, radio e televoto. Quindi stampa e radio io le vedo sempre. Il televoto pesa per il 50% alla seconda e terza serata e per il 33% all’ultima.
Perché un artista urban dovrebbe decidere di farsi massacrare, sin dalle pagelle che abbiamo letto? E perché bisogna parlare di questa “bestia” che è l’auto-tune se Jovanotti stesso ha detto che è uno strumento come gli altri? Le critiche arrivano da giornalisti della carta stampata che nulla hanno a che fare con l’urban, o che comunque hanno preconcetti. Nella prima serata votano loro, e quindi si parte già svantaggiati, dagli ultimi posti. Arrivare sul podio così è quasi impossibile. Il televoto ci dovrebbe essere in tutte le serate.
Seconda questione, la cover. Perché non fa punteggio? Che poi è forse il momento più spettacolare, che permette di creare intrecci fantastici. Di conseguenza gli artisti potrebbero tranquillamente preoccuparsene poco e concentrarsi di più sulle altre serate.
Altra grande problematica, la seconda e terza serata: quindici artisti più quindici. Se in una serata metti quasi tutti i papabili vincitori e nell’altra solo uno o due, non stiamo privilegiando chi deve gareggiare contro un solo concorrente forte? Chi decide questo? C’è un sorteggio?
Se tutte queste falle del regolamento non verranno colmate, sempre più artisti rinunceranno a Sanremo. Io stesso, in quanto manager, sono il primo a pensarci bene.
E Sanremo Giovani? Quest’anno ha partecipato anche un tuo artista, Petit.
Quei ragazzi passano una selezione serratissima, magari arrivano in finale e vincono, e poi? Non succede nulla, si esibiscono come Nuove Proposte. Pensiamo a Mahmood, che ha vinto Sanremo Giovani e poi il Festival come Big. Quell’anno, Sanremo si è messo la medaglia di avere “scoperto” Mahmood. Adesso non c’è quella possibilità.
Poi in questo caso il sorteggio fa scontrare Petit con Nicolò Filippucci e Welo con Antonia, che erano i quattro che potevano arrivare in finale, costringendo poi Carlo Conti a “ripescare” Welo per il jingle di questa edizione di Sanremo (con la sua Emigrato, ndr). È una sorta di riparazione a un errore fatto: Welo era senz’altro un artista che sarebbe dovuto arrivare fino in fondo.
Allora perché continui a scommettere su Sanremo, nonostante tutte queste criticità del regolamento?
Per il pop, Sanremo è ottimo, una grossa vetrina, anche se non conquisti il podio. Luchè ci ha pensato per anni e ancora adesso ha molte perplessità al riguardo, ma ha deciso di portare un percorso coerentemente urban. Come Geolier, che è andato a Sanremo da rapper, sia nel linguaggio che nell’estetica. Dall’altro lato, Sanremo può toglierti tanto. Ma se non ti snaturi e porti a Sanremo un tuo brano, la tua personalità, il tuo linguaggio, cerchi di aggirare queste falle del regolamento e fai il tuo percorso senza per forza essere pop.
Fino a pochi anni fa si pensava che il grande pubblico non fosse pronto per l’urban a Sanremo, ma proprio la vicenda Geolier ha dimostrato il contrario.
Alcuni giornalisti già si sono espressi sugli artisti urban di questa edizione in maniera non molto positiva. Io ho anche parlato con loro. Gli ho detto: “Che figura ci fate nel momento in cui all’una di notte parte il pezzo in streaming e l’indomani i brani con gli ascolti più alti sono proprio quelli urban?”. Il pubblico vuole quello. E non solo nello streaming: la rinascita del vinile è trainata dall’urban, per esempio. Questo deve essere capito e rispettato, anche al Festival.

Invece, dal punto di vista discografico, come si sta evolvendo il rapporto fra i grandi artisti e le major?
Ci troviamo a un punto in cui c’è sempre meno necessità di avere una major e di andare “in cast”. Nel caso del contratto in cast, la tua musica diventa di proprietà della casa discografica, che paga tutto (dai producer al marketing), di conseguenza le cifre sono molto più alte. Poi ci sono le licenze, che sono una via di mezzo: paghi tu la produzione della tua musica e loro fanno promozione e marketing. Infine c’è la distribuzione, dove la major non fa nient’altro che distribuire la musica.
Adesso la discografia è in un periodo in cui un po’ tutti gli artisti – e soprattutto i big – si stanno ingegnando per avere delle loro etichette e fare a meno della major, rimanendo titolari dei loro master. Nel caso del cast e della licenza, avendo un minimo garantito, pure se vendi un solo disco quel minimo garantito te lo porti a casa. Invece con la distribuzione scommetti su te stesso e prendi l’80% delle royalties.
Per fare questo, però, devi avere un team che comprenda promozione e marketing, oltre a una capacità di direzione artistica per coordinare i producer e chiudere i brani. È un grande cambiamento: prima si affidava tutto alla discografia, adesso si fanno le cose “in casa”. Questo lo possono fare i big, mentre se sei un emergente è normale non avere un intero team a disposizione, quindi fai bene a rivolgerti a una casa discografica che ha tutti gli strumenti: anche se va male, i soldi te li metti in tasca.
Tuttavia ultimamente gli artisti emergenti hanno sempre più difficoltà ad entrare nel mondo discografico, e il problema ce l’hanno anche i producer. Le major stanno firmando tanto, troppo. Accanto ai grandi nomi come Don Joe (che io rappresento), Night Skinny e Charlie Charles, le major firmano tanti producer emergenti. Così si crea una congestione di producer che dovrebbero anche pubblicare un proprio album. Per fare ciò, devono rivolgersi agli artisti, ma i big sono sempre gli stessi e hanno già molto altro a cui pensare: il loro disco, i featuring che gli vengono chiesti… Vengono quindi bersagliati di richieste, c’è una concorrenza spietata, e si finisce per litigare. Si è creato un caos incredibile.
Come mai si è creata questa inflazione?
Prima non esistevano i producer album. Ci dovrebbero essere quattro o cinque producer che li fanno, gli altri dovrebbero lavorare solo ai dischi degli artisti.
