Interviste
WOMEN IN MUSIC

Elisabetta Biganzoli, Sugar: «All’AI si può rispondere solo con l’intelligenza emotiva»

La Managing Director del publishing e co-fondatrice di Sugar Play, sempre più impegnata sul fronte dei rapporti musica e cinema, racconta le sfide di ieri e di oggi: «Che le ragazze cerchino la sorellanza»

  • Il3 Febbraio 2026
Elisabetta Biganzoli, Sugar: «All’AI si può rispondere solo con l’intelligenza emotiva»

Elisabetta Biganzoli

Ci sono figure fondamentali nel sistema musicale italiano che però non si mettono in prima linea perché non amano i riflettori. E molto spesso, al di là dei luoghi comuni, sono donne. Una di queste è sicuramente Elisabetta Biganzoli, Managing Director di Sugar Music Publishing e co-fondatrice di Sugar Play, società di produzione cinematografica. È in Sugar da oltre 30 anni ed è riuscita a portare avanti la sua visione introducendo diverse novità. Elisabetta si è laureata a Milano in Lettere Moderne con indirizzo Storia Medievale ma la musica è sempre stata nelle sue corde, a partire dalla sua famiglia d’origine di importanti liutai e dagli studi di pianoforte e di canto.

L’incontro con Sugar è stato il classico caso fortunato della vita, come spesso capita. Dopo i due master legati al mercato musicale, una ragazza del team di Filippo Sugar stava cercando una persona per la parte di distribuzione della musica dance e così viene selezionata proprio Elisabetta. «La mia grande fortuna è stata poi che, in un’epoca in cui l’azienda era ancora molto analogica e Filippo decise di abbandonare la sezione dance io ho intravisto le enormi potenzialità di internet e ho iniziato a interessarmene da punti di vista differenti», racconta Elisabetta che da Sugar non se ne è mai più andata, costruendo una solidissima carriera.

«Ho fatto registrare i domini in azienda, ho insegnato alle persone a usare le mail e ho seguito i primi fan club», e si capisce subito la tenacia e la capacità di interpretare la contemporaneità, anche di fronte alla crisi del mercato discografico. «Il mio lavoro è sempre stato tra innovazione e tradizione, perché comunque avevo a che fare con un patrimonio musicale incredibile. Quindi cercai di fronteggiare la crisi dei primi anni 2000 inventandomi delle operazioni di marketing con i brand. E poi iniziai a occuparmi di edizioni perché nel 2011 Filippo comprò il catalogo Cam».

L’intervista a Elisabetta Biganzoli

Da lì hai iniziato ad appassionarti anche di cinema, dunque?
Ho cercato di sfruttare il fatto che mi sento in una terra di mezzo e amo molto il crossover culturale. Ma soprattutto credo che dal bello possa nascere il buono, nel senso che possa diffondersi su larga scala. Non solo in Italia, poi, ma in tutto il mondo. Sugar possiede un importante repertorio di colonne sonore francesi da lungo tempo e siamo molto attivi attualmente nell’organizzare co-scritture e creare opportunità. Ora vorrei rafforzare molto questa connessione.

A cosa pensi sia dovuta questa tua capacità di visione?
Penso di avere per indole una propensione verso l’ignoto. Se mi trovo in una situazione troppo comoda mi piace abbandonarla e rischiare. E questo mi ha aiutato anche con gli artisti.

In che senso?
Penso che il rapporto con gli artisti possa smuovere delle emozioni nel profondo e che quindi vadano trovate delle risorse. Ritengo quindi che la prima cosa da fare per essere davvero di sostegno a loro sia attivare un ascolto sincero.

Tornando al cinema, tu hai prodotto il documentario “Caterina Caselli – Una vita, cento vite”, il film concerto “Paolo Conte alla Scala – Il Maestro è nell’anima” (2023), “La primavera della mia vita” con Colapesce e Dimartino, è stato semplice entrare in dinamiche nuove?
Non semplicissimo: ho dovuto studiare delle logiche completamente diverse da quelle della musica. Sono diventata un po’ una mediatrice culturale tra i due mondi ma mi ha dato molta soddisfazione. L’importante per me è sempre cercare delle situazioni che abbiano un valore creativo concreto e non siano di puro marketing. Ora, per esempio, stiamo lavorando a un film sulla vita di Nino Rota insieme a Be Water.

Hai anche lavorato per la colonna sonora dell’ultimo film di Gabriele Muccino, Le cose non dette.
Esatto, in quanto manager di Paolo Buonvino, che ha curato la maggior parte delle colonne sonore del regista. Son contenta per questo suo ennesimo riconoscimento, anche perché stiamo credendo nel portare la sua musica da film nel mondo del live ed é straordinario vedere la reazione del pubblico. É una cosa in cui credo molto. Con Gianluca Farinelli e la Cineteca di Bologna abbiamo dato il via due anni fa ai cine-concerti. Penso siano progetti di gran pregio e spero possano essere fruiti in tutto il mondo.

Elisabetta, nel corso della tua carriera ti è parso di essere sfavorita per il fatto di essere donna?
La prima cosa fondamentale che voglio dire è che io sono stata messa subito da Filippo Sugar nelle condizioni di poter aver una famiglia. E questo, mi rendo conto che non sia la norma. Mi è stato concessa, 25 anni fa, la possibilità di lavorare in smart il venerdì e con due figlie è stato utilissimo. Poi non so se il mondo della musica sia particolarmente maschilista o se lo sia il mondo del lavoro in generale in Italia.

In quello della musica ci sono ancora davvero poche donne ai vertici.
Stanno aumentando però le donne giovani in posizioni apicali. Io sono fiduciosa. Certo, ritengo che il lavoro con gli artisti richieda un grande impegno che spesso non è sostenibile da chi ha dei figli piccoli: diventa impossibile andare ai concerti tutte le sere, giusto per fare un esempio! Il nostro è un lavoro che prevede tanta vicinanza agli artisti. Quella vicinanza è anche una responsabilità.

Non credi che la situazione sia particolarmente critica in questo settore quindi?
Magari questa azienda è un’isola felice dove lavorano più donne che uomini, in generale so che il mondo della musica vede una preponderanza maschile ma soprattutto di ego giganteschi. Il che non è una prerogativa solo maschile: ho visto anche donne avere degli ego enormi. Invece una caratteristica, che si attribuisce in genere alle donne, è l’empatia, la capacità di entrare in ascolto profondo. Ecco penso che quello potrà salvare davvero il modo di lavorare di tutti. Rispondere all’intelligenza artificiale con l’intelligenza emotiva.

Pensi che l’aver avuto in azienda una dirigente donna come Caterina Caselli abbia cambiato il modo di lavorare? Anche rispetto alle questioni femminili?
Uno dei pensieri più belli che mi ha trasmesso Caterina è l’idea che da cosa nasce cosa. Quindi la spinta a far accadere le cose, di metterle a terra se c’è un pensiero creativo alla base. Credo che in questa azienda si cerchi di applicare il metodo creativo a tutto, poi. Ma non è l’unica ragione per cui le donne venivano e vengono rispettate. Credo sia proprio una questione famigliare: come dicevo prima, è grazie a suo figlio Filippo se io sono riuscita a conciliare vita lavorativa e privata.

Che suggerimento ti sentiresti di dare alle ragazze giovani?
Di mettere in pratica la cosiddetta “sorellanza”. Di non litigare per gli spazi già piccoli ma di cercare di collaborare. Ed è una cosa che già vedo accadere in ufficio tra le ragazze più giovani: per questo sono molto ottimista per il futuro.

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