Neffa e Fabri Fibra non hanno bisogno di domande
Quella che leggete non è una classica intervista, ma una conversazione spontanea e senza filtri tra due giganti che hanno fatto la storia del rap italiano e che con “Zarathustra Style” chiudono un cerchio iniziato 24 anni fa
Fabri Fibra e Neffa, foto di Andrea Bianchera
Prima di entrare nella sala in cui Neffa e Fabri Fibra stanno incontrando i giornalisti per raccontare di Zarathustra Style, il loro primo joint album uscito ieri, ripasso sul mio telefono le numerose domande che ho preparato per loro. Il primo ricordo che hanno l’uno dell’altro, un aneddoto ancora inedito su Turbe Giovanili (sono pur sempre la stessa persona che quel disco lo ha tatuato sul costato come reminder che certe cose non passano mai, neanche col tempo), se hanno mai avuto la sensazione che il pubblico pretendesse velatamente che rimanessero eternamente gli stessi degli inizi, quanto la fama sia la vera maledizione dell’artista, se fare un disco radicale oggi sia la più grande forma di resistenza artistica.
Eppure, una volta seduti allo stesso tavolo, a Neffa e Fibra – che con questo disco chiudono un cerchio aperto 24 anni fa, quando il secondo regalò al primo una cartella di beat da una parte sancendo la sua separazione (momentanea) dal rap e dall’altra consegnando a un giovane rapper di Senigallia le chiavi per aprire le porte della sua prima grande occasione – basta un gancio per dare il via a una conversazione sincera e spontanea sulle aspettative, il lavoro dietro all’album e il loro approccio oggi al rap che non ha bisogno di interruzioni o intermediari.
Un po’ come del resto è successo in Zarathustra Style: 23 brani senza produzioni esterne, senza compromessi, senza pressioni della discografica e senza featuring. «Essere solo noi è stata una presa di posizione», racconta Fabri Fibra, «e poi il livello di tensione creativa tra di noi era già altissimo», continua Neffa, e intuisco che il loro rapporto – artistico e umano – sia di compensazione, spingendosi a vicenda a superare i propri limiti in nome di un unico grande amore, uno di quelli che, anche dopo mille giri, ritornano sempre: l’hip hop.
Neffa e Fabri Fibra raccontano “Zarathustra Style”
Ve lo hanno già detto che il disco spacca?
FF: I primi feedback esterni ci stanno arrivando oggi da voi, e ne sono veramente contento. Dall’altra parte sono certo che la gente non sa cosa aspettarsi. Leggo commenti di persone che dicono «chissà che feat ci saranno», oppure «speriamo che assomigli a Turbe Giovanili…». Ma come può assomigliare a Turbe Giovanili se sono passati più di 20 anni?!
N: Quando abbiamo fatto Promesse di agosto, a un certo punto abbiamo pensato: «Ma perché non facciamo cantare questo ritornello a qualcuno?». Ho sempre quasi paura che la gente mi attribuisca una sorta di diritto a doverli cantare io. Ma anche se lo canta qualcun altro, io sono contento. Poi Fabri è venuto da me e mi ha detto: «No, questo devi cantarlo tu», e così è stato.
FF: Quando abbiamo fatto sentire quel pezzo in Sony, la vanità ci ha teso la mano e voleva corromperci. Hanno iniziato a proporci dei nomi grossissimi, ci dicevano: «Ma perché fare un disco underground? Andiamo sotto i riflettori, la gloria…». Io ho detto: «Cazzo, no, rischiamo di fare un disco uguale a tutti gli altri». Quello che stavamo facendo era una roba totalmente diversa. Non era mai successo in vent’anni che ci trovassimo insieme, così gasati per fare una roba rap. Quindi gli ho detto: «Sì, è bello se il ritornello lo facesse qualcun altro, ma è più bello se lo fai tu perché è simbolico». Essere solo noi è stata una presa di posizione: tutte le basi sono nostre, tutte le strofe devono essere nostre. Non poniamoci un limite sulla scaletta, sul numero delle tracce, non cediamo alle lusinghe dell’ego.
N: Però c’è stata una grande attitudine al lavoro. Quello che trovo incredibile è che a volte certe cose si fanno come dei sogni a occhi aperti, perché sono uno sviluppo del momento che stai vivendo. In questo album non ci siamo voluti accontentare: a un certo punto avevamo 15 tracce con 3 skit, ci siamo guardati e abbiamo detto: «Non può essere così poco». Quella, però, era la parte che si era fatta da sola. Da quel momento c’è stata la volontà di lavorare, una cosa che — devo dire — io ho meno di Fabri. Non che non sia uno stacanovista, ma la mia è sempre un’attitudine al gioco. Con le basi faccio modellismo, ma poi mi scoccio a dipingere fino alla fine. Voglio passare a una base nuova perché ne ho bisogno.
Prendi Strada Buia: mancava una strofa, lui ne aveva fatta una bellissima sin da subito, ma per mesi c’era un buco e lui era sempre lì a spronarmi a finirla. E io dicevo: «Ma porca miseria, che ci importa di chiuderla per forza? Abbiamo già tanti pezzi, facciamone un altro». Però poi mi bruciava perché il pezzo mi interessava, il beat mi piaceva moltissimo. Dopo il Forum avevo una grandissima apertura a fare cose, e Fibra mi ha spinto oltre il mio limite e mi ha fatto fare una delle mie strofe preferite dell’album, in un pezzo che secondo me è fondamentale.
FF: Però voglio precisare una cosa: chiudere i pezzi per me non è una sfida. Quando sento che c’è una cosa che non è mai stata fatta e che ha più strati di interpretazione, ci tengo che venga chiusa perché non sai mai se può uscirti qualcos’altro nella scrittura. Secondo me vale sempre la pena provare, perché spesso non esce più nulla, ma altre volte è proprio in quel momento che arriva roba interessante. Quando ci trovavamo a scrivere, a volte lui arrivava e scriveva subito, a volte lo facevo io. Per questo è un disco veramente vario, anche per i momenti in cui entrambi siamo stati presi dalla voglia di scrivere.
Prima, poi, lui parlava delle basi: sta arrivando questa osservazione molto bella, ossia che è un disco boom bap, ma che non suona anni ’90. È esattamente quello che succede negli Stati Uniti, guarda ad esempio J. Cole. In Italia sembra che, se fai una cosa boom bap, debba essere per forza nostalgica, perché tutti lo fanno così, ma con Neffa questa roba non succede. Non so come cazzo faccia…
N: È una cosa che ho imparato… Ecco, ora voglio dare una piccola, minuscola chicca ai produttori hip hop su una ricetta che io stesso ho appreso da qualcun altro e che secondo me funziona molto bene.
FF: Ma sei sicuro?
N: Sì, ma gli stolti non lo facciano. Il segreto è prendere un elemento vecchio, un elemento in prestito e un elemento nuovo. E poi ci metti una supercazzola. Questo è il riassunto del discorso che ha fatto Fibra. Quando noi abbiamo iniziato, l’approccio all’hip hop è sempre stato quello di usare i sample per suonare il più possibile in modo organico, mentre invece la grande differenza è che sul boom bap di oggi bisogna un po’ corrompere il suono. Solo che poi, quando arrivi al massimo dell’hi-fi, quel suono devi sporcarlo.
FF: Hit-Boy, ad esempio, fa il boom bap esattamente come hai detto te. Tu prima dicevi che i beat non erano finiti ed è vero, perché quello che finisce il beat è la voce. Lì capisci cosa manca. Dopo che ci rappavamo sopra, certe basi erano finite, altre andavano sistemate. Voglio però specificare che non è che io arrivassi da lui e ci fossero le basi pronte.
Neffa ha queste cartelline dove mette dentro una cinquantina di idee, prese da musica indiana, peruviana, italiana, napoletana, e inizia a farle girare. Passavamo giornate intere così. Il disco è veramente un lavoro di sartoria musicale. C’erano cose che iniziavamo a fare e che due giorni dopo non ci piacevano più, e lui non è proprio uno facile da convincere. Quando riesci a fargli credere in un beat dall’inizio alla fine, vuol dire che quello è il sopravvissuto. Ecco, nell’album ci sono gli immortali.
N: Il fatto è che io lavoro moltissimo sulla quantità, non sono uno di quelli che centra il beat al primo colpo. Guarda Deda: quando fa una base, la becca come un cecchino con un bersaglio a 200 metri. Una precisione incredibile. Io invece faccio un casino, faccio 30 beat e di questi 30, 5 mi fanno dire che non fanno completamente schifo e 1 mi fa pensare: «Okay, questo è lui».
FF: Ma infatti il tuo approccio è veramente molto US. I produttori americani hanno queste cartelle infinite con delle idee non finite. Se devo dire la verità, poi, a me il beat finito scoraggia un po’ perché sembra già quasi una soundtrack.
N: Beh, poi dipende da chi li fa. Quando ho sentito per la prima volta la base di Aspettando il sole, ho detto: «Okay, a posto, è lei». Detto ciò, effettivamente non so quante volte capiti una cosa del genere.
Prima avete detto che non sapete cosa la gente potrebbe aspettarsi, ma vi interessa davvero? Avete fatto un album piuttosto radicale…
N: Entrambi abbiamo fatto più di 10 album nella vita, di conseguenza è un po’ difficile esprimere l’esperienza di un primo bacio quando l’hai vissuta così tante volte. Ti voglio dire una cosa, però: c’è un grado di dubbio in me, come creatore, rispetto a qualsiasi cosa che faccio, che cerca sempre di corrodermi dentro e che mi dice: «Voglio proprio vedere fin dove ti tocca una critica su questo disco». Invece stavolta non è successo, perché questo album non è nato come un discorso verso gli altri, ma come un discorso fra di noi.
Non potevi arrivare dicendo una barra scontata perché c’era l’altro che aveva qualcosa di veramente bastardo da dire. Il livello di tensione creativa tra di noi era già altissimo. Mi dicevo: «Okay, sono tornato a fare rap e lo sto facendo con una macchina assassina, non posso sfigurare». In tutta onestà, però, dico anche che se qualcuno ci critica questo disco non è onesto, perché ci abbiamo messo lavoro, energia e verità. Tre cose molto difficili da trovare oggi.
FF: Penso la stessa cosa. Non voglio essere falso e dire che non ci sono aspettative, ma quello di cui sono curioso è sapere se, quando ascolterà il disco, la gente dirà: «Una cosa così non me la sarei mai aspettata, è fighissima» oppure «È esattamente quello che mi aspettavo, è fighissimo». Perché lo è. E chiunque dica il contrario… Beh, fottetevi, perché è un album potentissimo. C’è chi sa rappare bene e chi invece sa rappare bene e sa anche arrivare alla gente. Moltissime persone che commentano sanno solo rappare.
N: Se va bene…
FF: Se va bene. Ed è qui che scatta l’hating. Se fai la rima con il triplo salto mortale incomprensibile che nessuno capisce, è inutile. Chi ti farà gli applausi lo farà perché sa che con quella rima non andrai da nessuna parte e ti sta prendendo per il culo. Alla gente non servono tutte queste sovrastrutture.
N: Oppure puoi anche essere un intellettuale che fa mille citazioni, ma deve esserci della verità, non devi averle cercate su Internet. L’esperienza deve sempre arrivare come vera. Magari posso dirti mille cazzate in una giornata, ma in queste rime, se c’era un sentimento, era: «Io non voglio sfigurare di fianco a Fabri, quindi sarà meglio che dia il massimo, e metto anche lui nelle condizioni di farlo, perché altrimenti qui non si va da nessuna parte». Ecco, c’era la voglia di essere forti insieme.
Nel 2002 le Turbe erano Giovanili, oggi quali sono e a chi sentite di parlare?
FF: Io sono uno che si ascolta un sacco di musica in macchina. Non credo che oggi la gente della nostra età o poco meno vada al lavoro la mattina ascoltando un solo disco di quelli che sono nella Top 10. La trap va bene per i ragazzini, noi vogliamo fare musica per la gente che cerca quello che in questo momento manca e che ti può dare quella motivazione nella vita pratica di tutti i giorni. Io voglio che questo disco se lo ascolti chi va a lavorare la mattina, nella stessa maniera in cui, quando avevo 30-35 anni, andavo a lavorare e mi ascoltavo Neffa e i Messaggeri.
N: Io penso di avere una vita molto disfunzionale, alla fine siamo gente che non può essere risolta. Se mi togliessero la musica, sarei un palloncino senza aria che non sa volare. Ancora adesso la musica per me è una questione esistenziale: è l’unica cosa che mi permette di trovare la mia presa nel mondo.

