Marte: «Niente etichette, solo rap». La Metamorfosi tra identità e suono
Cresciuta tra campi da calcio e battle di freestyle, l’artista racconta il suo primo album: un viaggio tra cambiamento personale, nuovi suoni e il bisogno di esprimersi senza etichette
Marte, foto: ufficio stampa EMI
Marte ha un’energia e una caparbietà che si fanno notare subito. Le stesse che la rapper, classe 2004 di Monte Sant’Angelo, probabilmente metteva in campo già da piccola: quando giocava a calcio con i compagni maschi o quando decideva di andare ai concerti, nonostante il parere contrario dei genitori.
Oggi debutta con il suo album Metamorfosi: proprio quella che ha vissuto lei in prima persona.
«Innanzitutto, sono passata dal sentirmi bambina a donna, molto velocemente. E poi c’è anche il cambiamento musicale: mi sono aperta a nuovi suoni. Sono passata dal boom bap a un mondo completamente nuovo. Spero che chi ascolta dica: “Sento qualcosa di diverso”», racconta Martina Totaro, che oggi abbiamo scelto per la nostra rubrica Women in Music.
Tu quando hai svoltato verso il rap?
Non prestissimo. Da piccola amavo il pop americano: Katy Perry, Ariana Grande, Justin Bieber. Avrei voluto fare la cantante, infatti. Poi ho iniziato a frequentare una compagnia che mi ha fatto scoprire l’hip hop: ho cominciato a rappare e a fare battle di freestyle.
Quando si parla della scarsa presenza di rapper donne, spesso si dice che le ragazze partecipino meno alle gare rispetto ai coetanei maschi. Era così anche per te?
Beh, sì: spesso ero proprio l’unica. Ma non mi importava. Anche da piccola, quando giocavo a calcio con i maschi, se incontravo un’altra ragazza la prima cosa che dicevo era: “Wow!”.

La Metamorfosi di Marte, dal calcio al rap
Si può giocare in squadre miste fino ai 13 anni: sei riuscita a rimanerci fino a quell’età?
Non per molto. A un certo punto, nei contrasti, diventa davvero difficile: i ragazzi tendono ad avere più forza e aggressività.
Hai scelto due ambiti, il calcio e il rap, tradizionalmente dominati dagli uomini. Ti hanno mai fatto pesare il fatto di essere una ragazza?
No, mai. Più che altro la mettevano sul fatto che fossi scarsa. E sinceramente preferisco sentirmi dire che sono scarsa perché lo sono, non perché sono una ragazza.
Però a calcio non lo eri, giusto?
No! Essendo piccolina e veloce facevo la prima punta, e a volte segnavo più gol dei miei compagni. Anche nel rap è così: se continuiamo a parlare di “rap femminile”, creiamo già due squadre opposte.
Certo, però la bassa presenza femminile resta un dato di fatto.
Su quello sono d’accordo.
Pensi dipenda dal fatto che le ragazze siano meno interessate?
In parte sì. Sono ambienti — perché anche il rap, per me, è uno sport — che per tradizione sono maschili. E poi, se una donna assume atteggiamenti considerati “da uomo”, viene subito etichettata… in questa “meravigliosa” società.
A te è mai capitato?
No. Anche perché non rappo “tanto per fare”. Quindi, per fortuna, nessuno mi ha mai detto cose tipo “cambia mestiere”, né ho subito atteggiamenti discriminatori.

Tornando agli inizi: quali artisti ti hanno influenzata?
All’inizio italiani: Neffa, Frank Siciliano, DJ Gruff, Stokka & Madbuddy. Mi sono gasata con l’hip hop classico italiano, poi sono passata a quello americano — che mi ha preso ancora di più. Notorious B.I.G. e 50 Cent su tutti.
E rapper donne che sono state un esempio per te?
Marteena, una rapper svizzera con uno stile super serrato: la prima volta che l’ho sentita ho pensato “Finalmente!”. Poi Ele A, uscita un anno prima di me: da una parte ero felicissima, dall’altra ho pensato “Accidenti, potevo arrivarci prima!”. Ovviamente con grande rispetto, perché mi piace molto e ho anche aperto alcuni suoi live. E in questo periodo ascolto tanto anche Little Simz.
Com’è nato il contatto con il team di EMI Music?
In modo semplicissimo: una notte un mio amico mi ha convinto a pubblicare su Instagram due TikTok che stavano andando bene. Da lì è esploso tutto: il giorno dopo avevo 50mila follower in più e, poco dopo, diverse proposte discografiche. Ho scelto EMI perché mi sembrava in linea con me e mi garantiva libertà artistica.
Che periodo racconta Metamorfosi?
Un periodo lungo… o almeno così mi è sembrato. In realtà ci lavoro da luglio scorso, quindi magari non è nemmeno così tanto. Ho cercato di raccontare tutta la mia frustrazione. Una volta ho letto una frase: “Ho messo la rabbia sul foglio perché altrove non c’è gusto”. Ecco, questo è un album-sfogo.
“Metamorfosi”: un album sfogo
Parto naturale è una traccia particolarmente riuscita.
È nata molto in fretta. Io e il mio producer, Raffaele Sperati, avevamo come riferimento Little Simz.
Da cosa nasce il bisogno di sfogarti?
Bella domanda. Non ho mai trovato un motivo preciso: direi da tutto ciò che sento irrisolto dentro di me, da quello che non mi soddisfa fino in fondo. È un istinto naturale.
Sei soddisfatta di questo album?
Sì, molto. Sono felice che adesso possano ascoltarlo tutti, non solo io e il mio producer, Raffaele Sperati.
Dove ti piacerebbe suonare quest’estate?
Magari su palchi non troppo grandi… altrimenti mi viene l’ansia! Il mio manager poi mi sgrida. Però devo dire che una delle esperienze più belle della mia vita è stato il Nameless e quello non è certo un palco piccolo!
