Interviste

Matteo Mancuso, il guitar hero della porta accanto

Da alcuni anni il virtuoso siciliano è fra i nuovi talenti della chitarra elettrica più chiacchierati a livello mondiale. Ora, con il secondo album “Route 96”, ha trovato il suo sound

  • Il27 Marzo 2026
Matteo Mancuso, il guitar hero della porta accanto

Del virtuosismo di Matteo Mancuso – il musicista siciliano che da anni attira su di sé le attenzioni dell’intera “guitar community”, comprese le leggende viventi delle sei corde – si è già detto e scritto di tutto. Noi stessi ne parlavamo proprio su queste pagine un paio di anni fa. Rispetto ad allora non c’è molto da aggiungere: Matteo era ed è una delle stelle più brillanti della nuova generazione di chitarristi, dotato com’è di una stupefacente tecnica fingerpicking e di un fraseggio di ascendenza jazz fusion che non ha eguali nella scena attuale.

Il salto di qualità è oggi da ricercare nell’attività in studio. Se il pur gradevole album d’esordio The Journey era segnato da un’eccessiva eterogeneità di suoni e ispirazioni e da un approccio ancora acerbo alla composizione (lui ci spiegherà meglio perché), con il nuovo disco Route 96 Matteo Mancuso ha trovato la direzione per il suo sound. Più coesione d’ispirazione, produzione più contemporanea, maggiore attenzione per arrangiamenti, dinamiche, timbri. E uno stile meno jazz e più “heavy” che lo avvicina idealmente ai dischi dei grandi del rock strumentale, in primis Steve Vai (con il quale ha collaborato nella traccia d’apertura Solar Wind). Il disco ha una modalità di release inusuale: già disponibile in formato fisico, per l’uscita in streaming bisognerà aspettare il 24 aprile.

Per tutti questi motivi era giunto il momento di conoscere Matteo Mancuso più da vicino. L’abbiamo intervistato durante il periodo di pausa fra il lungo tour USA e quello europeo, in partenza il 9 aprile da Catania.

L’intervista a Matteo Mancuso

Matteo Mancuso - intervista nuovo album Route 96 - 2
Matteo Mancuso (foto ufficio stampa)

Confrontando il nuovo album rispetto al primo hai detto: «Avevo bisogno di qualcosa di nuovo e più fresco. Le idee qui sono più originali, melodicamente più forti. C’è maggiore esplorazione dal punto di vista armonico. Penso che questo disco rappresenti molto meglio chi sono musicalmente». Sei piuttosto autocritico, insomma. Come mai?

Sì, lo sono sempre. Il problema principale del primo album è che era passato talmente tanto tempo dalla composizione e registrazione dei pezzi che nel momento in cui è stato pubblicato lo sentivo già come vecchio: ho cominciato a lavorarci nel 2017 ed è uscito nel 2023. Dal punto di vista compositivo, sicuramente molti pezzi erano più acerbi.

Avendo fatto il “test” del primo album, sono arrivato al secondo molto più preparato dal punto di vista tecnico del suono. Anche qui non c’è uno stile ben preciso, anche se è sicuramente un po’ meno jazz rispetto al primo. È tutto curato meglio – suoni, arrangiamenti – nonostante abbia avuto molto meno tempo: ci ho lavorato un anno esatto.

Meno jazz e anche più rock, a tratti quasi metal. Perché hai sentito l’esigenza di virare verso sonorità più “heavy”?

Dipende da quello che ascolto di periodo in periodo. Ci sono aspetti del suono della chitarra che mi hanno sempre interessato a prescindere dal genere e dallo stile. Ad esempio la distorsione, che può essere usata sia per la fusion che per il jazz. In album come Imaginary Day, Pat Metheny usa la distorsione in pezzi di stampo fondamentalmente jazzistico. Più che come uno stile, vedo il jazz come un modo di trattare il materiale musicale: avere sezioni improvvisate, come avviene in qualunque mio pezzo, è preso dalla tradizione jazzistica.

Il pezzo più “metallaro” è sicuramente Black Centurion. Ci sono altri brani più ispirati al Pat Metheny Group, come Isla Feliz, che è il mio tentativo di fare una fusione fra musica sudamericana e suoni fusion. Parlo spesso di Metheny perché lo prendo come esempio di jazzista che ha avuto il coraggio di sperimentare e la curiosità di usare un sacco di suoni diversi. Nella sua discografia c’è una varietà incredibile. A me piacerebbe ottenere lo stesso risultato nel tempo.

Sento anche un’evoluzione del tuo tocco, di dinamiche e timbri. Che tipo di lavoro, di ricerca hai fatto su questo fronte in questi ultimi anni? Ci sono stati ascolti che hanno influenzato questi aspetti?

Come tutti i miei colleghi chitarristi, spesso ho il vizio di ascoltare solo altri chitarristi, che rappresentano la “dieta” principale dei miei ascolti. Ma sto anche cercando di sentire musica dove la chitarra non sia sempre protagonista assoluta. Fra gli artisti più contemporanei mi piacciono molto Jacob Collier, Kurt Rosenwinkel (soprattutto l’album Caipi), i Knower (gruppo di Los Angeles con influenze elettroniche) e poi anche musica sudamericana, come gli Aca Seca Trio.

Ci racconti il processo di registrazione del disco? Arrangiamenti, lavoro in studio, strumentazione usata e così via.

Il 90% dell’album è stato registrato in digitale: non uso amplificatori ma pedaliere che hanno la simulazione dell’ampli. La batteria è l’unico strumento che ho registrato in acustico, oltre alle chitarre classica e acustica. Tutto il resto è stato fatto in digitale, tranne per un brano, Black Centurion, che è stato registrato con amplificatori veri e propri. Ho usato un Marshall JCM 800 per la parte ritmica e un Mesa Boogie Mark II per la parte lead.

Matteo Mancuso - intervista nuovo album Route 96 - 3
Matteo Mancuso (foto ufficio stampa)

Non posso non farti una domanda sulla collaborazione con Steve Vai, che peraltro si è sempre dimostrato molto attento alle nuove generazioni di talenti della chitarra elettrica (penso per esempio al featuring con i Polyphia di qualche anno fa). Com’è andata? E cosa senti di aver mutuato dal suo stile?

Steve è il simbolo del chitarrismo moderno. Tutto è iniziato da quella generazione post-Van Halen: chitarristi come Malmsteen, Satriani, Vai sono riusciti a trovare una voce particolare nello strumento, che è la cosa più difficile. Steve lo riconosci da una nota sola, e anche dal punto di vista compositivo è incredibile quello che è riuscito a fare nel corso del tempo. Io sono fan in particolare di Passion and Warfare.

Il fatto che sia molto attento alle nuove generazioni mi piace molto, mi dà l’idea di un artista che si vuole tenere aggiornato, diversamente da alcuni chitarristi che vengono dagli anni ’80 e sono molto legati a quel periodo. Steve invece si è sempre modernizzato, è sempre stato attento anche alla creazione di nuovo materiale. Per me il suo ultimo album Inviolate è uno dei lavori più belli che ha fatto.

Lavorare con lui è stato bello perché è stato molto veloce: in meno di un mese mi ha mandato la take del suo solo, nonostante fosse in tour con la SatchVai Band. Solar Wind è uno dei primi pezzi che ho scritto per il nuovo album, e inizialmente non avevo in mente Steve. Quando l’ho finito ho subito pensato al fatto che un chitarrista come lui sarebbe stato perfetto per quello stile, perché è uno dei pezzi più “heavy” del disco. L’ho contattato e lui è stato molto disponibile da subito. Con artisti di quel calibro non è scontato.

Sei stato intervistato ben due volte da Rick Beato, forse la massima istituzione su YouTube per ciò che riguarda un certo tipo di contenuti sulla musica. Che tipo è lui, oltre alla sua sterminata conoscenza della teoria musicale?

È una persona estremamente curiosa. Con lui puoi parlare di tutto, dalle armonie di Allan Holdsworth alla produzione degli album dei Beatles. Non prepara le sue interviste, va completamente a braccio. Essendo a sua volta chitarrista, era genuinamente curioso di sapere di più sulla mia tecnica e sul mio approccio ad armonia e improvvisazione. E in generale è una persona molto tranquilla: nei video sembra più vivace!

Sempre in tema YouTube, oggi ci sono tanti chitarristi che producono contenuti anche di alto livello ma che spesso faticano a uscire da una dimensione di pura content creation. Per te quali sono pregi e difetti del “chitarrismo” da YouTube?

Personalmente ho sempre visto i social come un mezzo di promozione della mia musica, non come l’attività principale. C’è chi si vede in primis come youtuber, approccio comunque rispettabilissimo, oltre ad essere molto più difficile di quanto sembri, soprattutto adesso che c’è una concorrenza spietata. Oggi la quantità di canali e creator non è neanche paragonabile a quando ho iniziato io nel 2014: allora c’era molto più spazio.

Comunque oggi se sei musicista non puoi prescindere dai social. L’importante – almeno per come la vivo io – è che non diventi la cosa principale. Il consiglio che mi sento di dare è uscire dalla propria cameretta e suonare il più possibile con altri musicisti, magari gente più brava di te. È il modo più veloce per migliorare.

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