Il lungo inverno di Naska: «Ho toccato il fondo e volevo tornare a urlare il prima possibile»
L’operazione alle corde vocali, la logopedia e tanta scrittura: l’artista marchigiano è tornato con il singolo “Nascondino” e ci ha anticipato qualcosa sul suo prossimo disco
Foto di Francis Delacroix
I demoni hanno sempre popolato le canzoni di Naska ma, negli ultimi anni, quei mostri sono usciti da sotto il letto sempre più spesso. Nel suo terzo album The Freak Show, per esempio, chiedeva aiuto in Piccolo, uno dei brani più cupi della sua discografia. Nel marzo del 2025, usciva poi l’EP Milanconia. Un mini-album il cui titolo già sottintendeva un certo grado di sofferenza, poi confermato anche dalla veste inedita e acustica delle sette tracce. A distanza di oltre un anno, parlando al telefono con Diego, si scopre che quell’inverno è stato uno dei più duri della sua vita.
«Era già un periodo abbastanza nero e tutto un insieme di eventi mi ha davvero fatto toccare il fondo più fondo che ci sia» svela Naska durante l’intervista. Tra le varie cose c’è stato un problema alle corde vocali che l’ha costretto a un’operazione e a un lungo mese di logopedia, oltre che di astinenza dalle sigarette. L’hanno aiutato il supporto dei colleghi, tra cui Giuliano Sangiorgi, e il desiderio di riprendere a cantare il prima possibile. Dopo un anno, è tornato con il primo singolo che anticipa il suo prossimo disco, il primo dopo la firma per Columbia Records.
L’artwork di Nascondino, disegnato da Esmeralda Platania, cita le inconfondibili copertine dei Piccoli Brividi di Tim Jacobus ed è la rappresentazione ideale di quel misto tra tristezza e nostalgia che emerge dalle parole e dalla musica. Le chitarre distorte tornano nel ritornello mentre il bambino interiore di Diego sembra ormai irraggiungibile. L’unico modo che Naska conosce per ritentare una connessione è urlare e saltare con un microfono in mano.

L’intervista a Naska
Come stai?
Sai, quando abbiamo aspettato la mezzanotte fuori da un pub per l’uscita di Nascondino, i miei amici mi hanno detto: «Cazzo dai, è un anno che non esce qualcosa». In quel momento mi sono reso conto di quanto tempo fosse passato e di quanto mi fossero mancate certe sensazioni. Anche quel po’ di ansia che ti sale quando non sai come la gente prenderà il nuovo singolo. Sto molto meglio adesso.
Hai festeggiato il ritorno solo a Milano?
La sera sì, ma la mattina dopo ero già in treno, direzione Marche e casa.
È stato un anno complicato, a partire dalla delicata operazione alle corde vocali. Hai avuto paura?
Quando mi hanno detto che avrei dovuto fare un intervento mi sono cag*ato sotto. Le corde vocali, in fin dei conti, sono l’unica cosa indispensabile per il mio lavoro, quindi, hai paura di non poter tornare a fare quello che facevi prima. Sapevo però di essere in buone mani e ho avuto anche il sostegno di alcuni colleghi.
Chi in particolare?
Giuliano Sangiorgi. Appena ho postato la storia in cui rivelavo che mi sarei dovuto fermare e operare, mi ha scritto immediatamente. Mi ha raccontato di aver avuto lo stesso tipo di problema e mi ha tranquillizzato su tutto il processo, anche quello post-operatorio.
È stata dura la riabilitazione?
I primi dieci giorni senza poter fumare sono stati durissimi (ride, n.d.r.). Sono andato avanti a bastoncini di liquirizia e cerotti alla nicotina. È stato un mesetto piuttosto faticoso di logopedia ma era l’unica cosa che potevo e dovevo fare. Il mio solo obiettivo era tornare a urlare il prima possibile. Nel frattempo, in quel periodo, ho scritto tanto.
Nascondino è nata in quei giorni?
No, quella l’ho scritta poco dopo aver saputo di dovermi operare alle corde vocali. Era già un periodo abbastanza nero e tutto un insieme di cose mi ha davvero fatto toccare il fondo più fondo che ci sia. Da lì, una sera, insieme al mio chitarrista Antonio (Cirigliano, n.d.r.), è uscita Nascondino.
Cosa senti di aver perso del Diego bambino?
La spensieratezza. Quel Diego non ci pensava, non si preoccupava delle cose e si divertiva. L’unico pensiero non erano i compiti o altre cose del genere, ma solo se papà sarebbe tornato o meno a cena. Oggi ho un bel po’ di problemi in più e quella parte di me è rimasta talmente tanto tempo rintanata che fa fatica a uscire fuori. Infatti, nel pezzo canto: «Quel bambino che sapeva stare in mezzo agli altri». Ne parlo al passato.
Tempo fa, mi dicesti di come avessi paura di andare in terapia per timore di perdere l’ispirazione, perché stare male era quasi necessario per scrivere. Con l’EP Milanconia hai cambiato idea.
Era una paura infondata. La terapia mi sta aiutando a scovare dei lati che non conoscevo. Mi aiuta a scavare più a fondo. Non che non sia doloroso: quando vado a fondo sto sempre più male. Ma anche questo mi aiuta a scrivere canzoni. Però almeno scrivo delle canzoni Mi aiuta a scrivere delle canzoni.
La scrittura, quindi, ha mantenuto comunque la sua funzione terapeutica.
Assolutamente sì. Ho fatto ascoltare il nuovo album a Carlo Pastore e mi ha detto: «Cazzo Diego, se questa roba te la fossi tenuta dentro e non l’avessi scritta, ci saresti rimasto secco».
Quanto di quel sound più acustico di Milanconia ci sarà nel nuovo disco?
Le chitarre distorte non scompariranno, ma ci sarà qualcosina di acustico. Nel complesso il suono del prossimo album è di pancia perché è nato soprattutto in quel periodo buio di cui parlavo prima. È un bel vomitato di quanto ho sentito e provato lo scorso inverno.
Il passaggio in major (Columbia Records / Sony Music Italy) come lo stai vivendo?
Per ora mi sto divertendo. In pratica ho portato tutta la mia famiglia, Thamsanqa, in un’altra grande famiglia. Con alcuni ci conoscevamo e so che sono molto appassionati al progetto. Ci sono molte più idee che circolano.
Capitolo Festival di Sanremo: ci pensi?
Certo, devo spuntarle tutte le caselle prima di morire. Prima o poi è un’esperienza che voglio fare. Non sono entrato nel club dei 27, per cui ora mi tocca arrivare fino a ottant’anni come Mick Jagger e Keith Richards.
Ti ci vedi sul palco da vecchio?
Finché potrò lo farò. Anche se forse sarà dura lanciarsi nei mosh pit a quell’età.

