Interviste

“Mangiami Pure”: che sapore ha il mondo di Roshelle?

Il nuovo disco della cantautrice è un racconto intimo e sincero, un invito ad amare, a cadere, a rialzarsi e, soprattutto, accettarsi

  • Il27 Marzo 2026
“Mangiami Pure”: che sapore ha il mondo di Roshelle?

Roshelle

Mangiami Pure di Roshelle ha il retrogusto di una fiaba sussurrata. In questa intervista, l’artista lodigiana, ci apre uno scorcio sul suo mondo interiore, mostrandoci con delicatezza tutte le “stanze” che compongono il suo nuovo progetto. Un disco variegato, addolcito dalla  sua vocalità angelica e versatile che ci accompagna traccia dopo traccia. 

Roshelle ci fa assaggiare i suoi amori, bere il veleno delle sue vecchie liaison dal retrogusto tossico, prendere a morsi le emozioni – anche quelle più scomode, che hanno lasciato segni difficili da dimenticare. Uno storytelling magico, dove ogni canzone sembra corrispondere ad un capitolo di un libro: un susseguirsi di immagini candide capaci di custodire un sottotesto intenso, che arriva diretto e personale sin dal primo ascolto.

Rossella vive pienamente: “Se sbaglio ancora mi perdonerò” diventa quasi una promessa, una carezza rivolta a se stessa e a chi ascolta. Eppure, nelle ultime “pagine”, si intravede una nuova luce: le ferite si ricompongono. Ha attraversato la tempesta per arrivare a un luogo di quiete, dove non c’è più bisogno di addolcire l’umore di fronte alle difficoltà, perché la dolcezza, alla fine del viaggio, sembra nascere da dentro.

L’intervista a Roshelle per “Mangiami Pure”

In Limbo affronti il tema dellamore da una prospettiva maschile, facendo tuo il malessere vissuto da un tuo amico e trasformandolo in musica. È stato difficile immedesimarti fino a questo punto? In qualche modo, scrivendo per lui”, sei riuscita a dare voce anche a una parte di te stessa?
Lavorare a Limbo, in realtà è stato molto semplice: ho empatizzato subito con questa storia, tanto da sentirla subito mia. Il giorno dopo sono andata in studio e l’ho registrata. Scrivendo per lui, in realtà ho dato voce anche a me stessa. Mi sono sentita anche “carnefice” nella vita nei confronti di alcuni uomini. In qualche modo ho voluto dare una lezione a me stessa, perché penso di aver “parlato senza ascoltare davvero” quello che mi volevano dire, per citare il pezzo.

Inoltre, dentro di me sento anche un lato maschile molto forte, e ho voluto dare spazio a quell’aspetto con cui convivo. Anche se magari il mio involucro esteriore non lo mostra, fa parte della mia identità. Questa è stata anche una maturazione: da piccola mi vestivo più “da maschio”, poi ognuno trova la propria espressione. Oggi il fatto di aver trovato una direzione mi rende orgogliosa, perché vuol dire che sto diventando una persona più decisa. Mi è servito sperimentare senza limiti. È un po’ come diceva Steve Jobs: nella vita collezioniamo tanti puntini che lì per lì non hanno senso. Poi guardi indietro e vedi un disegno bellissimo. 

Nel brano citi anche il titolo dellalbum: Mangiami pure davvero tanto il tuo amore non è più sincero”. È stato questo pezzo a dare il nome al progetto? 
In realtà il titolo dell’album esisteva già, ma questa frase è arrivata dopo. In alcuni brani, essendo stati scritti anche tre anni fa, ho sentito la necessità di aggiornare il linguaggio e essere più precisa. Non voglio restare in superficie: voglio approfondire quello che dico. Le parole sono molto potenti, hanno la capacità di riportarti a immagini e luoghi. Quindi quella frase è arrivata come completamento, e mi è sembrata perfetta per rappresentare il progetto.

Mi spieghi meglio il processo creativo di Mangiami Pure? Quando hai iniziato a lavorarci e qual è stata lemozione centrale?
Il processo creativo è stato complicato. Ricantare parole già scritte non è stato facile, perché tendo a conservare molto il primo impulso. Fare troppo editing, sia nei pensieri che nella musica, rischia di diventare una razionalizzazione senza fine. È stressante voler perfezionare un sentimento che nasce imperfetto. Però lavorare sull’aspetto musicale è stato fondamentale. Le canzoni all’inizio avevano un’altra natura, mentre collaborare con Tommaso mi ha aiutato a dare una visione più ampia: eterea, magica, anche cinematografica.

Sola tra le nuvole nasce da una profonda noia esistenziale”: da cosa era data? Era un blocco creativo o uno stato emotivo che poi si è trasformato in ispirazione?
In quel periodo sentivo che la mia energia con questa città era completamente esaurita. La prima frase del pezzo descrive proprio un movimento verso un altro luogo, come un bisogno di andare via. Volevo allontanarmi, dimenticare tutto, ma allo stesso tempo trasformare quel sentimento in qualcosa. Quella noia è diventata poi ispirazione. Il brano l’ho condiviso con Daniel, che ha scritto con me quel momento di incertezza ma anche di decisione nel voler cambiare.

Parli di desiderio di andar via: che ruolo ha Milano nel tuo percorso artistico?
In realtà sono molto affezionata a questa città, trovo che esplorarla mi nutra di bellezza.  Amo camminare in via Maino, piena di palazzi antichi, decorati e con ingressi mastodontici. Mi piace Viale dei Mille e andare a Palazzo Reale: quando percorro la sua scalinata mi sembra di entrare dentro me stessa. A volte vado in Duomo e lo guardo e basta perché mi sembra di non aver mai visto veramente tutto, mi emoziona. Adoro le librerie, i negozi di Brera che vendono penne, matite, carte.  E al contrario ci sono dei luoghi da cui fuggo, zone che rifiuto: se ci devo passare per andare da punto A a punto B preferisco allungare e evitare.

Limmagine della scatola di cioccolatini che usi per descrivere lalbum è molto forte: dolci che a volte si mangiano più per amarezza che per celebrazione. Se assaggiassi Mangiami Pure oggi, che sapore avrebbe davvero? 
Gusto Boero: quando lo mordi è un’esperienza esplosiva, esce tutto il liquido. Però non diresti mai che servono così tanti ingredienti per un semplice cioccolatino. Le mie canzoni nascono un po’ così: dal buio e dal tempo. Non parto mai davvero dall’inizio, spesso parto dalla fine, dall’ultimo pezzo. È un processo strano, ma naturale per me. E alla fine quello che resta è questo: un insieme di cose che magari singolarmente non capisci subito, ma che insieme creano qualcosa di completo.

Articolo di Ludovica Boi

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