TY1: «Oggi la soglia dell’attenzione è bassa, i bei dischi nascono dalla libertà dell’artista»
Il dj e producer pubblica oggi “JUNKIE MUSIC” e lo abbiamo raccontato per farci raccontare del suo amore smisurato per la musica e ma anche di quello che secondo lui non funziona nel mercato di oggi
TY1 (fonte: ufficio stampa)
Se si parla di DJ italiani, specialmente nel rap, pochi nomi hanno il peso di TY1. Ha iniziato a suonare tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio e non si è più fermato, collaborando con i nomi più importanti della scena nostrana come Marracash, Guè, Rkomi, Noyz, Neffa e Geolier, giusto per citarne alcuni. Adesso è pronto a far uscire il suo secondo disco da produttore, JUNKIE MUSIK.
La prima cosa che si nota parlando con Gianluca (vero nome del DJ) è quanto ami ciò che fa. Parla di musica, sia la sua che quella degli altri di cui è fan, con la stessa gioia con cui un bambino parla del suo giocattolo preferito, cogliendo ogni occasione per sfogare la sua passione e anche per criticare quello che, secondo lui, è il modo sbagliato di approcciarsi alla musica. Un’energia che traspare anche da remoto, essendo lui a Istanbul per riposare dopo i due anni di lavorazione al nuovo disco, anche se nel mentre sta già pensando a una deluxe che potrebbe arrivare in futuro.
L’intervista a TY1 per “JUNKIE MUSIK”
Nel tuo ultimo disco avevi svolto un ruolo da vero e proprio direttore artistico, scegliendo non solo gli artisti ma anche chi avrebbe dovuto dividersi la traccia e con chi, a volte facendo incontrare artisti che non si conoscevano affatto prima. È stato così anche per questo disco? Come mai ritieni che lavorare in questo modo sia importante?
Per me non c’è soddisfazione più grande di far incontrare due artisti che non si conoscono, farli conoscere e far nascere una connessione musicale tra i due e arrivare poi a una canzone. Anche molte delle coppie dell’ultimo album erano inedite, ad esempio Geolier e Marra non avevano mai lavorato assieme prima di Il Male Che Mi Fai. Ai tempi Geolier era un ragazzino che aveva fatto pochissime cose, ma a Marra piaceva e quindi ho cercato di creare una connessione tra i due. Anche se comunque ai tempi non ci beccammo mai in studio a causa del Covid, poi hanno fatto anche altri pezzi assieme. È bello vedere come queste connessioni si evolvano nel tempo.
Una delle mie accoppiate preferite è quella tra Kid Yugi e Nerissima Serpe in Monopolio, sempre del vecchio disco. Ai tempi erano entrambi ragazzini e Neri in realtà era anche più famoso di Yugi in quel periodo. Nerissima restò stupito quando gli feci il nome di Yugi, infatti mi ha raccontato di recente che pensò: “Ma perché mi ha proposto Kid Yugi?”. Alla fine però il pezzo è andato da paura e continua a essere ascoltato ancora oggi. Neri e Yugi sono anche diventati amici nel frattempo. Queste connessioni sono qualcosa che mi riempie di soddisfazione. Se poi viene anche fuori una canzone che spacca, l’appagamento triplica. Il mio obiettivo è creare sempre qualcosa di nuovo, evitando quindi di fare cose già viste. Da produttore è la cosa che mi stimola di più in assoluto.
Hai parlato di “accoppiate”, ma in questo disco c’è un’eccezione: FreshMula è l’unico artista ad avere un brano solista. Come mai questa scelta?
Mi era stato fatto il nome di Mula, quindi andai a cercarlo e rimasi folgorato. Gli scrissi subito dopo, lui si prese benissimo e quindi gli mandai subito due beat, già sapendo quale avrebbe scelto. Letteralmente un’ora dopo mi mandò il pezzo completo registrato dal cellulare. Quindi ci siamo beccati in studio per registrarla per bene e nel mentre stavamo ragionando su chi altro chiamare sulla traccia. Dopo un po’ di riflessioni mi sono reso conto che, per il suo immaginario che si sta costruendo con i suoi video e la sua musica, forse la scelta migliore era lasciargli tutta la traccia.
È il pezzo che chiude il disco alla fine, che non lo rende meno importante per me, anzi. Sonny Rollins (leggenda del sax) diceva: “Le cose più importanti quando fai un assolo, a prescindere dallo strumento, sono l’entrata e l’uscita”. Io vedo le intro e le outro dei dischi allo stesso modo. Ovviamente questo non è per fare preferenze: si dice spesso che le canzoni siano come dei figli e sono assolutamente d’accordo. Ringrazio tutti gli artisti che hanno partecipato al progetto, che hanno dato tutti il massimo per le loro strofe.
Gli ospiti del disco spaziano tra i nomi più affermati della scena rap italiana, come Guè e Marracash, fino alle nuove leve come G. Mineiro, il già citato FreshMula, IvanBi e tanti altri. Come hai scelto gli artisti con cui collaborare per questo progetto?
Beh, tanto per cominciare, fare un disco completamente di big è impossibile al giorno d’oggi a causa di dinamiche discografiche complicatissime. A prescindere da questo però non penso che la troverei un’esperienza stimolante. Come ti dicevo prima, trovo molto più soddisfacente riuscire a fare qualcosa di grande con nomi sconosciuti o fare in modo che questi nomi, col tempo, diventino delle superstar.
Per me l’esempio più lampante è sempre Monopolio. Si tratta di un brano nato dal nulla. Quando ho deciso di realizzare il progetto DJUNGLE UNCHAINED era già chiuso e andava consegnato in una settimana. All’ultimo ho chiamato Ciro, il mio manager, che ritengo direttore artistico dei miei progetti esattamente quanto me – fu proprio lui a farmi scoprire Yugi e Neri -, per proporgli il brano e lui mi disse che era un’ottima idea, ma che non c’era il tempo di realizzarla. Ci siamo rimboccati le maniche e ce l’abbiamo fatta. Alla fine, come dicevo anche prima, è diventato uno dei brani più popolari di quel disco.
Cerco sì di trovare nomi caldi, ma non in termini di numeri. Nel disco ci sono nomi anche più piccoli di quelli che hai menzionato, Kay Carter, SKT, Flaco G o R3versal. Non sono nomi giganti, ma sento che lavorare con i ragazzi nuovi mi arricchisca molto. Grazie a loro scopro sempre nuova musica. Alla fine è il senso di Junkie Music: sono affamato di musica e non mi stanco mai di scoprire nuove cose. Poi ovviamente adoro lavorare con artisti come Marra, Guè, Ernia, Noyz e altri big con cui spesso c’è un rapporto anche di stima e amicizia oltre a quello professionale, visto che ci conosciamo da anni con molti di loro.
Poi c’è da dire che per me anche Sayf rientra tra i giovani, nonostante il grande successo che ha avuto con Sanremo. Infatti, la sua strofa nel disco risale a due anni fa, prima che arrivasse al top, a cui poi si è aggiunto IvanBi, che non aveva mai lavorato con Sayf prima. Il pezzo di Macello e G. Mineiro, invece, è nato con entrambi presenti in studio. Avevo mandato un beat a G. Mineiro e ci siamo visti in studio per rifinirlo assieme ai suoi produttori e loro due si sono conosciuti in quel momento. Penso che quando si è tutti in studio contemporaneamente si riesca a catturare una magia diversa.
Come si fa a ottenere un disco coeso quando si lavora con così tanti artisti con stili così differenti tra loro?
Rispetto a DJUNGLE ho cambiato approccio. Prima pensavo all’artista e poi cercavo di cucirgli un beat su misura. Ma credo che con questo metodo sia molto facile ottenere “l’effetto compilation”, soprattutto quando, come me, i tuoi ascolti spaziano molto. Quindi diventa molto facile ritrovarsi con brani molto diversi tra loro. Anche se comunque, essendo prodotti da me, sono comunque collegati dal mio stile, che credo si senta a prescindere dal genere.
In questo disco invece ho scelto un sound specifico. Non vuol dire che le tracce siano tutte uguali, semplicemente c’è un filo conduttore che le lega tra loro. Quindi ho pensato prima al pezzo e poi a chi avrebbe potuto rapparci sopra. Devo dire che con questo disco mi sono proprio sfogato. Ci sono pezzi come quello con Macello e G. Mineiro che è semplicemente indefinibile, un pezzo baile che diventa dubstep, o anche Proiettili, dove c’è Noyz che rappa su un pezzo che non si capisce se è afro, amapiano, baile funk o hip-hop. Insomma, un mischione di tutte le cose che mi piacciono, che però crea un sound distintivo. Ovviamente ci sono anche dei brani più tradizionali, dove comunque mi sono divertito con gli scratch, che ho usato molto di più in questo disco rispetto al precedente.
A proposito, gli scratch sono una delle colonne portanti della tua identità artistica. Come si integra questa tecnica nel sound contemporaneo del rap? Cosa ti spinge a continuare a utilizzarli?
Il momento in cui utilizzo di più gli scratch, in realtà, è quando mi esibisco dal vivo. Lo vedo principalmente come un modo per mixare e creare suoni durante un set. Poi, grazie agli strumenti che abbiamo adesso, farlo è diventato molto più comodo. Ad esempio, quando suono, anziché caricare il brano nel programma posso caricare direttamente il progetto. Ciò mi permette di poter ritoccare il brano a piacimento come se fossi in studio e, avendo controllo completo su ogni strumento e suono che compone il brano, mi permette fondamentalmente di fare dei veri e propri remix dal vivo, molto spesso usando proprio gli scratch come strumento principale per unire due brani.
Anche quando suono cerco di essere più originale possibile, perché comunque viviamo in un’epoca in cui fare il DJ è diventato molto più facile e sono davvero in pochi a fare questa cosa come si deve. E comunque vedo sempre un bel riscontro, anche dai ragazzi più giovani che magari vedono per la prima volta qualcuno scratchare in uno stile così moderno e restano sconvolti. È anche un modo per introdurre i più giovani alla tecnica, il che mi stimola tantissimo. Credo che il DJ debba essere un artigiano, quindi bisogna cercare sempre di evitare di fare un set che potrebbe fare chiunque allo stesso modo.
Per quanto riguarda le produzioni, molto semplicemente li uso dove penso stiano bene. Non è qualcosa che uso giusto per fare un’insalata. Lo scratch è un vero e proprio strumento per me e cerco di usarlo sempre nella maniera più pulita possibile, che può anche voler dire non usarlo affatto in alcuni brani. In altri brani, invece, ho scratchato direttamente i sample, come ad esempio in quello con Sayf e Frah Quintale, che è un brano che può tranquillamente stare in radio secondo me, ma su cui comunque gli scratch stanno benissimo a parer mio. Ho cercato di utilizzarli in maniera più consapevole rispetto al passato.
Il disco sembra costruito per la dimensione live. Hai in programma un tour? Come si porta dal vivo un disco del genere?
Ovviamente portarlo in giro con tutti gli artisti sarebbe impossibile. Mi piacerebbe girare un po’ di città e coinvolgere chi è lì, quindi chiamare Macello per un’ipotetica data a Bologna, Yugi in Puglia e così via. Di base però porterò il mio set, dove comunque rielaborerò tutto dal vivo come dicevo prima. Anche se comunque mi piacerebbe fare una serata con tutti e fare dal vivo sia JUNKIE MUSIC che DJUNGLE, che, essendo uscito durante il Covid, non sono mai riuscito a portare dal vivo.
L’altro significato del titolo è riferito al tuo rapporto con la musica che “consumi in quantità altissime come se fosse junk food”. Come hai fatto coesistere tutte le tue influenze in questo disco?
Ciro mi ha fatto un esempio giustissimo un po’ di tempo fa: “Quanto ci metti a trovare un film su Netflix? Ci metti una vita perché c’è di tutto, a meno che non sia appena uscita una roba che stavi aspettando da tanto”. Penso sia la stessa cosa con la musica. Pensa a Drake, che ha fatto uscire tre dischi in un colpo. Onestamente, da quel progetto alla fine ho ascoltato giusto tre pezzi perché è chiaramente un’operazione messa in piedi solo per buttare fuori più roba possibile. Deve esserci un lavoro dietro. Secondo me gli artisti, soprattutto i più giovani, dovrebbero rallentare un attimo e prendersi il giusto tempo per lavorare e non fare le corse per far uscire disco, deluxe e 300 featuring nel giro di sei mesi.
Altrimenti qual è la conseguenza?
Che tutto perde importanza, come se andassi in un ristorante dove ci sono un sacco di cose ma tutte di qualità bassa. Secondo me invece la musica dovrebbe essere più simile a uno stellato, dove ti siedi e dici “fai tu”. Ti gusti con aclma un bel piatto studiato per anni dallo chef in cucina ed esci con un’esperienza che ti ricorderai per sempre. Per fare i dischi ci vuole tempo, esattamente come per fare un figlio ci vogliono nove mesi, non si può fare in un mese.
Quanto influiscono in questo discorso i social?
Tantissimo. Ci sono anche le etichette che hanno fame di fare catalogo e firmano chiunque appena fa quattro video virali su TikTok, riempiendoli di soldi, facendo uscire di testa dei ragazzini che si ritrovano catapultati direttamente nel mondo della musica senza mai aver fatto nessuna gavetta, che invece per la mia generazione è stata fondamentale. Ed è quello che permette a gente come Guè e Marra di fare concerti davanti a pubblici giganteschi senza problemi e restando sempre con i piedi per terra. Ci riescono perché hanno fatto tutti gli step necessari per essere pronti a vivere un momento del genere, con tutte le pressioni del caso.
E oggi tu come te la vivi?
A 47 anni io ho ancora fame di musica nuova. Ogni giorno ritaglio un momento per cercare nuova musica e continuerò a farlo fin quando avrò le orecchie per ascoltare. Ogni disco per me è come se fosse il primo. Vivo ogni live con la stessa intensità, che sia l’Ippodromo con Marra e Guè o un club con cento persone. Per me è uguale, tensione inclusa, che è naturale ci sia nel momento in cui ci tieni a qualcosa, a prescindere da quanta esperienza tu abbia. Oggi purtroppo invece vedo molti artisti che fanno cose interessantissime ma che poi finiscono per venire spenti dal sistema, dalle dinamiche social, dall’ossessione per i numeri. E anche questo disco stava per restare vittima di queste dinamiche.
Cioè?
Il mio team mi aveva consigliato di rimandare la pubblicazione a dicembre per evitare di uscire in contemporanea con altri dischi. Io a quel punto mi sono buttato in una corsa contro il tempo per riuscire a far uscire il disco adesso. Col vecchio disco non c’erano stati tutti questi problemi e ci potemmo permettere di fare un bel rollout durato un paio di mesi, perché comunque c’era il senso di attesa. Adesso, dopo una settimana, la gente si dimentica e passa ad altro. Per me tutto questo è assurdo, la soglia dell’attenzione delle persone non può essere di un minuto, non solo per la musica ma in generale per la vita. Io cerco di andare controcorrente.
In che modo?
Il mio ragionamento è: “Se qualcuno vuole vederlo, lo vede”. Non mi interessa stare dietro a queste dinamiche perché, molto semplicemente, le ritengo sbagliate. Se voglio caricare un video di due minuti di me che suono, lo carico perché mi interessa la musica, non la soglia dell’attenzione dell’utente medio. I bei dischi nascono quando gli artisti possono lavorare liberamente, senza dover tener conto di dinamiche del genere.

