Interviste

Westcross, silenzi da bar

Classe 1998, il rapper di Padova osserva il mondo dal baretto dove è cresciuto. Le radici, la Palestina, l'Iran e una musica che non scaccia i fantasmi, ma li spiega

Westcross, silenzi da bar
  • IlNovembre 5, 2026

GENb è il format editoriale di Billboard Italia pensato per dare agli artisti emergenti più interessanti lo spazio che meritano, attraverso una serie di cover digitali che raccontano a tutto tondo le next big thing della scena, selezionate direttamente dalla redazione. Il nuovo protagonista è Westcross.

Foto: Federico Gea
Creative direction e Production: Thala Belloni
Styling: Chiara Di Vaio
Ass. Stylist: Samuele Pagano
Location: Da Sonja e Paola

Dario Khaleghpour quando era piccolo non smetteva mai di parlare. Parlava così tanto che i suoi genitori in macchina non sapevano come fare a farlo stare zitto. Finché non accesero lo stereo. Di colpo quel bambino rimaneva in silenzio e iniziava a viaggiare con la sua mente, completamente rapito. Da quel giorno i dischi in auto non sono più mancati. Se c’è una costante nella vita di Westcross, quella è il silenzio.  

Sembra un paradosso per un artista che fa musica, che è abituato a riempire il vuoto con le parole e il suono di una band e che nelle sue canzoni rievoca racconti e rumori dei luoghi della sua infanzia. Sia quelli vissuti in prima persona che quelli ascoltati a distanza dall’altra parte del mondo. Un mondo con il quale il rapper di Padova ha dovuto imparare a fare i conti fin da piccolo. La famiglia di sua madre in Palestina con le centinaia di cugini con cui passava ogni estate e della cui distanza nel resto dell’anno doveva lenire il dolore. Quella di suo padre in Iran, un Paese che gli ha donato tanto: l’amore distante dei nonni con cui parlava al telefono e l’odio di certe parole che da bambini non sembrano avere peso, ma feriscono nel profondo e generano fantasmi. 

«Tante idee da cui prendono corpo le mie canzoni nascono in momenti di silenzio in cui sono i pensieri mi invadono la testa» spiega Westcross durante l’intervista mentre siamo seduti in un bar milanese. E il suo primo album bar speranza, uscito lo scorso settembre, è una lunga riflessione nata proprio in un luogo per definizione rumoroso: il baretto di Padova che frequenta da quando era bambino. Un universo pieno di personaggi unici che lo stimolano e lo rispecchiano.

La provincia e la vita di quartiere sono i luoghi che ispirano le sue canzoni. «Scialla Semper di Massimo Pericolo è il mio disco preferito del rap italiano. Quando è uscito mi ha fatto capire quanto la provincia fosse una ricchezza» svela Dario. Il featuring con il rapper della provincia per eccellenza è nato da un’amicizia coltivata per un lungo periodo. «Due anni fa ho aperto un suo concerto. Ricordo ancora che mi fece i complimenti sul palco durante il suo live. Da lì siamo rimasti sempre in contatto».

Nel disco Westcross si guarda dentro per analizzare il mondo fuori e viceversa. La musica però è un mezzo: «Non fa scomparire i fantasmi, ma aiuta a comprenderli. Come avviene con la psicoterapia. Non vai dallo psicologo per trovare delle soluzioni, ma per capire le radici dei tuoi problemi». E, una volta che le hai capite, non ti resta che affrontarle. Magari proprio in quel bar pieno di personaggi strambi che non riesci a odiare e che, solo quando mancano, ti rendi davvero conto che siano casa.  

L’intervista a Westcross 

Quale è il tuo bar ideale? 

Un baretto di quartiere frequentato dalle solite persone, abbastanza vuoto e statico, dove puoi andare e farti le tue pensate. Come quello di Padova dove sono letteralmente cresciuto.  

Quanto c’è di quel baretto nel Bar Speranza del disco? 

Tutto. Ho scritto il disco lì e in un altro bar che si trova nelle vicinanze. Sai, è il classico baretto che frequenti da sempre senza nemmeno rendertene conto. Quando sei più piccolo magari ci passi davanti perché vai a giocare al campetto ed è quella la vetrina da cui osservare il mondo dei grandi. Poi, a una certa età, inizi a entrare e ti rendi conto di quanto sia un ecosistema indipendente.  

Quando hai capito che il bar sarebbe stato il luogo del tuo primo disco? 

Ho avuto un anno, l’ultimo, in cui ho passato più tempo del solito in questi bar. Sia con gli amici, ma anche da solo. E proprio quando ero per conto mio, guardandomi intorno, prendevo appunti che poi sono finiti nelle canzoni. Dopo qualche tempo, mi sono reso conto che la maggior parte delle idee provenivano da quel posto. Il baretto era diventato il centro della narrazione e non poteva che essere il concept del disco. È una metafora per parlare di me stesso. Le tante facce che incontro, in fin dei conti, non sono altro che delle proiezioni dei vari lati della mia personalità.  

C’è un personaggio in particolare al quale sei affezionato? 

Ce ne sono diversi. Sono quel tipo di personaggi a cui ti sei abituato, che a volte magari a volte vorresti anche evitare di vedere, ma che però quando te ne vai o non ci sono, ti mancano. C’è un verso ne le facce del bar: «Non mi piace quella piazza, però quando vado via poi mi manca, come il vecchio ubriaco che smatta, però mi dà quel senso di casa». È quella staticità che ti annoia, ma ti rassicura anche.  

Le persone del bar come hanno reagito quando hanno capito che facevi musica, spesso in provincia la reazione può essere negativa? 

Nel mio caso molto bene. Ho un confronto molto diretto, non solo con i miei amici, ma anche con le altre persone che frequentano quel luogo. Mi capita spesso di passare al baretto dopo essere stato in studio e di far ascoltare qualche pezzo in anteprima. Quindi, in un certo senso, questa cosa della musica, la vivono anche loro in prima persona con me. Sono il primo vero banco di prova per le mie canzoni.   
 
Padova, in questo senso, sembra averti dato tantissimo. 

È un’ispirazione continua, facendo la vita di quartiere con i miei amici. Ha una sua diversità, le sue routine, che a volte possono apparire anche noiose, che la rendono unica. Come in tutti i contesti di provincia che, ognuno a suo modo, sono caratterizzati da una realtà differente. Nel momento in cui riesci a raccontarla, sai già che difficilmente ci sarà qualcun altro che potrà dire le stesse cose.   

Trovo molto bello che nel disco tu abbia voluto con te diversi artisti della tua città. Si può parlare di scena musicale padovana? 

Per me c’è n’è addirittura più di una scena. Padova è molto varia e questo mi ha aiutato anche per rendere differenti i featuring. Io nel disco rappo davvero tanto, quindi, desideravo che nelle collaborazioni si percepissero delle visioni musicali e delle tonalità diverse dalle mie.  

Il brano con i Post Nebbia, fuori dall’edicola, è l’esempio perfetto. 

È il pezzo più sperimentale dell’album. Conosco Carlo (Corbellini, n.d.r.) da una vita, siamo molto amici. Era da tantissimo tempo che parlavamo di scrivere una canzone insieme. 

Rispetto ai tuoi primi lavori, bar speranza è un disco totalmente suonato, tant’è che in tour ti esibisci con la band. È una scelta nata nell’ottica dei live o precedente? 

Entrambe le cose. Con Lester Nowhere, con cui ho curato la direzione sonora di bar speranza, c’è stato un confronto continuo su questo aspetto. Man mano che proseguiva la scrittura ci venivano in mente nuove suggestione. L’idea di sfruttare a pieno la band, anche dal vivo, è nata in occasione del Poplar. Abbiamo fatto delle prove con questi ragazzi fortissimi della mia zona e abbiamo deciso di fare questo esperimento. Avrebbe dovuto essere un unicum, solo per quel live a Trento, ma mi è piaciuto così tanto che mi sono detto: “No, la band la voglio sempre”.  

Ne l’ultimo coccodrillo con Tära parli della Palestina. Che rapporto hai con quella terra? 

Bellissimo perché è legata a tanti ricordi della mia infanzia con mio cugino. Rispetto all’Iran, con cui ho un rapporto “a distanza”, con la Palestina il contatto è diretto. Ho vissuto esperienze in prima persona. Da quando avevo due anni, l’estate la passavo là. Ho sentito storie e imparato racconti. Poi la mia famiglia è sparpagliata in più villaggi per cui ho avuto modo di vedere diversi lati. Sono stato anche in Cisgiordania dove viveva una mia cugina.  

Nel brano parli proprio delle call dall’Iran. Che tipo di racconti ascolti quando ricevi le chiamate da là? 

Sono sempre chiamate piene d’affetto. Fino a qualche tempo fa erano delle lunghe chiacchierate con i miei nonni che ora purtroppo non ci sono più. In realtà, vale lo stesso discorso della Palestina. Anche se in forma diversa, tutti i ricordi sono legati all’amore. Entrambe le famiglie sono molto numerose e quindi c’è molto da raccontarsi.  

Ne l’ultimo coccodrillo a un tratto dici «Se ti fanno vergognare è normale che inventi».  

Quando ero più piccolo ricevevo spesso degli insulti che mi hanno particolarmente ferito. Mi chiamavano terrorista. I bambini sanno essere molto cattivi. Così ti senti in difetto, ti vergogni e piuttosto inventi e tieni nascoste certe cose. Oggi però non sono avvelenato e non provo rancore. Col tempo capisci tante cose. Sono molto orgoglioso delle mie origini. 

Credi che questo abbia in qualche modo determinato il tuo essere così esigente con te stesso? 

Non so il motivo. Credo che la personalità si formi in tanti anni di vita, quindi, sicuramente quelle esperienze possono aver lasciato un segno. Come anche l’aver notato che se mi spingo oltre riesco a fare meglio. Questo mi porta a chiedere sempre di più a me stesso. Ultimamente però sto capendo quanto sia importante fermarsi un attimo ogni tanto. Non partecipare sempre a questa corsa continua contro chissà chi. 

Come stai vivendo il presente di questi due Paesi al quale sei così legato? 

È una cosa che mi distrugge. Quello che faccio io è tentare di divulgare un messaggio diverso. Racconto la mia storia attraverso la musica e, in questo modo, cerco di farlo arrivare a più persone possibili. Ma viviamo in un periodo storico buio dove queste cose accadono sotto gli occhi di tutti e c’è un’impotenza collettiva spaventosa.  

Nel disco parli spesso del silenzio e dici: «La voce è un mezzo e il silenzio è il vero ferro».  

La cosa assurda è che nel mondo ci sono un sacco di artisti e di persone che scendono in piazza, sanno cosa sta accadendo ed empatizzano con le vittime. Poi ci sono le élite che tentano in tutti i modi di mantenere questo tipo di silenzio. Il silenzio è un’arma. Se riesci a utilizzare la censura e a bloccare le informazioni, puoi permetterti tutto. Però ci tengo anche a dire questa cosa: ho molta fiducia nella gente e in questo momento difficile sono una luce nel buio.   

Il rap oggi, secondo te, ha ancora oggi il ruolo politico e sociale o lo sta perdendo rimanendo spesso in silenzio? 

Non credo che debba essere una regola. Io parlo di determinate cose perché le sento mie, altrimenti non lo farei. Secondo me il bello dell’hip hop è che ognuno può esprimere quello che sente davvero. Anzi ti dirò, molto meglio che ognuno faccia la sua cosa e si senta rappresentato in quello che fa perché se scrivi certe cose perché devi, si capisce. Non sono una persona che ama mettere dei paletti. 

Per questo che dici che «La rivalsa è bella quando non viene imposta dal sistema». 

I sogni sono di chi li ha. Non c’è un sogno giusto o un sogno sbagliato. Se il tuo sogno è diventare milionario, bella lì. Se una persona ha come obiettivo avere una sua fattoria, il suo desiderio non vale meno. Quel verso è figlio di una riflessione che ho fatto in primis su me stesso e sul fatto che devo sognare quello che voglio. Oggi il sistema e le sue infrastrutture ti spingono ad avere tutti le stesse ambizioni e gli stessi sogni, come se fossero gli unici giusti. Per esempio, non mi piace quando ci sono critiche del tipo: “Ma quello lì fa un euro”. Che c’entra? Caravaggio, come dico nel disco, era un poveraccio in uno scantinato. 

Ne i bambini vedono fantasmi, il brano più politico del disco in cui affronti il rapporto tra i media tradizionali e le nuove generazioni, ti sfoghi ma ti ripeti di continuo di stare calmo. Sembra anche rappresentare il tuo modo porti ne confronti di certi temi che suscitano rabbia. 
La cosa della calma è nata perché in realtà la canzone è un crescendo praticamente. Le cose che dico sono sempre più pesanti e la voce del mio amico fa da contraltare. Sono i miei due lati. Volevo un pezzo più diretto e senza filtri.  

Ne il solito parli di tutte le «cazzate hip hop che ti hanno salvato la vita». In che modo l’hanno fatto e da cosa ti hanno salvato? 

L’hip hop mi ha dato una casa. Fin da piccolo, ascoltando il genere e appassionandomi a tutto quel movimento a esso connesso, ho scoperto un posto sicuro. È come se avessi trovato finalmente qualcosa in cui rispecchiarmi. Una cultura che mi permetteva di esprimermi e di essere chi sono. Per me è anche un modo per lavorare su me stesso e imparare a dare un senso a ciò che ho dentro.  

È per questo che ne i bambini vedono i fantasmi dici che «la rivalsa è bella quando non viene imposta dal sistema»? 

Sì. Secondo me i sogni sono di chi li ha. Non c’è un sogno giusto o un sogno sbagliato. Se vuoi diventare milionario, bella lì. Se il tuo sogno è avere una fattoria, ha lo stesso un valore immenso. Quel pezzo è rivolto in primis a me stesso. È un modo per ricordarmi di sognare quello che voglio io e non quello che la società ti impone di sognare. Oggi il sistema e le sue infrastrutture ci spingono ad avere tutti le stesse ambizioni facendoci credere che siano le uniche giuste.  

Il tuo primo contatto con la musica quale è stato? 

Grazie ai miei. Sarebbe la scena iniziale del film della mia vita: io in macchina da piccolo, con i miei genitori che mettono su un disco. Lo facevano perché parlavo tantissimo e l’unico modo per farmi rimanere in silenzio era accendere la musica. Quando partiva entravo completamente nella mia testa e facevo viaggi.  

Il fatto che questa tua avventura sia diventata un mestiere ti fa paura? 

No, mi stimola perché è quello che volevo fare. Ho riflettuto molto e sono convinto al 100% che questo sia il mio sogno. È una cosa che mi rende felice. È una cosa che mi dà, non so neanche come definirlo…mi fa stare bene. Quindi ogni passo in avanti per me è un nuovo punto di partenza di cui sono gasato e felice.  

Scenderai a compromessi? 

Oggi i compromessi non hanno più senso e sono inutili. Siamo così in tanti a fare musica che più sei unico e fai la tua cosa, più hai possibilità di colpire nel segno.

Share: